a cura di Mauro Fusetti
On Being in One's Right blind
SULL'AVERE " L'INTELLETTO SANO "
Da un articolo di Ananda C. Coomaraswamy apparso in: Review of Religion Novembre 1942, Etudes Traditionelles 1945/46, Etudes sur l'Hindouisme di Renè Guenon e Rivista studitradizionali, Torino
1990
METÀNOIA IL PENTIMENTO
I PARTE
Metànoia,di solito tradotto con "pentimento",significa letteralmente "cambiamento di mentalitá"(change of mind,cambiamento di mente,del modo di vedere le cose) o meglio metamorfosi intellettuale.Platone non usa questa parola (per il verbo corrispondente si veda Eutidemo, 279 C),ma certamente sa di che cosa si tratta se,ad esempio,dice in Repubblica,514f.che per coloro che hanno visto la luce le cose che contano veramente sono del tutto diverse,e,inLeggi,803C-804A,afferma che coloro che hanno realízzato il loro vero rapporto con Dio e la loro effettiva dipendenza da Lui «Si troveranno a pensare(dianoéomai) in un modo diverso» e che «é necessario che coloro che educhíamo assimilino questo stesso (nuovo) modo di pensare»; si confrontí il reformamini in novitate mentis di S. Agostino (Conf. XIII,13).Platone distingue inoltre il «comprendere» (suniénai) dall'«apprendere» (manthànein),facendoli corríspondere rispettivamente alla conoscenza e a una ignoranza relativa (Eutidemo, 278 A);e il Pastore di Hermas non interpreta certo male il vero significato di metànoia,quando afferma che «II pentimento é una grande comprensione» (tò metanoésai... súnesís estin megalé) e una trasformazione dallo stato di stolto (afron) a quello di essere dotato di intelletto (noûs,Mand.IV.2.1,2).
Analogamente,Ermete contrappone metánoia a agnoia, 1'ignoranza, la quale (in Lib.XIII-7 b) é additata come il primo dei «tormenti irrazionali della materia»; parimentí,1'ignoranza figura nella serie dei nidána buddísti come la principale fonte di ogni male.
È veramente un peccato che il nostro termine «pentimento» traduca metaméleia piuttosto che metànoia; questa parola racchiude infatti un significato che va ben al di lá di quello semplicemente morale di rammarico per un errore commesso.L'uomo che si é veramente «convertíto»,che si é cioé « girato » (trépo, stréfo),non avrá tempo da perdere nel punirsi,e se si impone una dura disciplina,essa non sará una sorta di penitenza,ma uno sforzo metodico simile a quello che compie un atleta allenandosi,e in imitazione della povertá divina.A questo livello di riferimento non c'é spazio per la rimemorazione degli errori passati,o per il dispiacere di averli commessi;ad essi sono propriamente applicabili le parole « Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti»,i « morti » essendo «il vecchio uomo»,il quale ora non esiste piú per coloro che possono dire con San Paolo vivo autem,jam non ego.«Un tal uomo, in veritá,non lo tormenta il pensiero:Ma perché non mi sono comportato rettamente? Perché ho agito in modo sbagliato?» (Taittiriya Upanishad, IL9).Allo stesso modo,nel1'ascesa di Dante,arriva un punto in cui egli dice: «Non mi ricorda » (Purgatorio, XXXIII. 9 1).Invero,come potrebbe chi ha cessato di essere «qualcuno» ricordare o rimpiangere quello che «egli» aveva fatto quando era « qualcuno »? E soltanto quando,e se,ritorna a «se stesso » dallo stato di unione che egli puó di nuovo ricordare o rimpiangere.Tó metanoèsai,che é uguale a tò suniénai, significa allora «venire a un accordo con»,tutte le parole che contengono le particelle «co-» o «con»,cum,sun,sam,e tutti i termini come «self-control» [autocontrollo],«selfgovernment» [padronanza di sé] e «self-possession» [imperturbabilitá] (che é uguale a com-posure: calma,tranquillitá, posatezza),implicano una relazione tra due cose (si confronti: Platone,Repubblica,431A,B;436B),le quali sono,in ultima analisi,rispettivamente una umana e una divina.Ad esempio:«Quando ti sarai sbarazzato di te stesso [self: 1'indívidualitá],sarai padrone di te[Self-controlled, letteralmente:diretto dal Sé] (dineselbes gewaltic = egcratès cantou = svarâjan),e padrone di te sarai pacificato [Self possessed] (dines selbes eigen),e pacificato avrai Dio (ist got din eigen) e tutto ció che egli ha creato» (Meister Eckhart,Pfeiffer,pag.598).Per meglio evidenziare il significato,distínguiamo «sé» da «Sé», come si fa abitualmente nelle traduzioni dal sanscrito per distinguere il sé mortale dal Sé immortale;questi due «sé» corrispondono all'«anima mortale» e all'«anima immortale» di Platone,e all'«anima » e allo «spirito» di San Paolo,la prima essendo quell'«anima» che dobbiamo «odiare» se vogliamo essere discepoli di Cristo.
Tutte queste considerazioní si applicano a súnesis,súnousia e súnnoia, ai verbi súnémi,«essere insieme a»,e súniemi,«venire insieme a»,al sanscrito sam-âdhi,«síntesi» o «calma» [com-posure],e ai verbi sambhû,sampad,samgam,sami ecc.,i quali tutti comportano un significato di «riunione » [con-gress] e di « unificazione »,un «diventare uno» (eko bhû) in senso erotico non meno che negli altri sensi;si confronti:teléon,«essere compiuto »,« sposarsi »,« morire ».
In altre parole,la «grande comprensione» é una sorta di síntesi e di accordo (sanscrito:samdhi,samâdhi,samjñâna) mediante il quale il nostro conflitto interno si risolve,o,come anche esprimono i testi sanscriti,nel quale «tutti i nodí del cuore sono sciolti».Se ci si domandasse:«un accordo di che cosa con che cosa?»la risposta é ovvia: unanímítá (omònoia) della parte peggiore di noi e della parte migliore di noi,cioé della parte umana e di quella divina,circa quale di esse debba governare (Platone, Repubblica, 432 C);«assimilazione del [soggetto] conoscente con 1'[oggetto] conosciuto (tó cataneouméno tò catanooun exomoíosis), conformemente alla natura archetipale, e realizzando questa somiglianza» (Platone,Timeo,9o D;si confronti: Bhagavad Gitá,XIII,12-18:jñeyam...anâidimat-parambrahma...),a gàr ò theòs didàskei,auto gígnetai omonoein,Senofonte,Occ.XVIL3. Perché allora partecipiamo alla sua «prónoia» = sanscr. prajñâna,la Provvidenza o la Prescienza,«la cui immagine incomincia ora nuovamente a formarsi in noi» (S. Agostino,De spir.et lit.,37); "conscientia" con la nostra «parte divina»,quando le due parti dell'anima mortale siano state pacificate e la terza parte dell'anima sia stata cosí «toccata» che siamo diventati «consonanti con il nostro vero Sé» [letteralmente:«la pensiamo come il nostro vero Sé», we are`of one mind with our real Self'] (súnnoian autòs autò aficòmenos),ottenendo in tal modo vera conoscenza in luogo della nostra opinione (Repubblica,571,572).In termini indiani, questo é anche 1'accordo nuziale,o unanimitá dell'io elementare [elemental self individualitá composta dagli elementi naturali] (bhûtâtman,sharîra átman) con il presciente Spirito solare (prajñâtman,asharira âtman)in un'unione che trascende la consapevolezza di un interno o di un esterno (BU.,IV.3.21);in altre parole,la fusione del Re Esteriore con il Saggío Interiore,del Regnum con il Sacerdotium.
Metánoia é quindi una trasformazíone dell'intero essere;dal pensiero umano alla comprensione divina.Una trasformazione del nostro essere, perché,come disse Parmenide:«Essere e conoscere sono una sola e stessa cosa»(Diels,Frammenti,18.5),e «Arriviamo ad essere della stessa essenza sulla quale é impíantata la mente» (Maitri Up.,VI.34.3).Pentirsi é diventare un altro uomo e un uomo nuovo. Che questo fosse ció che intendeva San Paolo risulta chiaro da questo passo dell'Epistola agli Efesini: « Siate rinnovati nello spirito della vostra mente» (ananeoústhai dè tò pneúmati toû noòs umon).
II PARTE
SULLE «DUE MENTI»
Dio «non é un uomo, che abbia da pentirsi» (I Sam., 15, 29; si confrontino: Salmi, mo, 4 e Ezechiele 24, 4). Metánoia é un «cambiamento di mentalitá» che differisce soltanto nella sua implicazione piú vasta dal cambiamento di mentalitá che [pure] ha luogo quando ci pentiamo di certe intenzioni.Quando ci pentiamo é perché sentiamo di essere ora «piú avveduti» e conseguentemente di poter agire «avvedutamente»,o,come direbbe Platone,catá lógon.Il consiglio di chi abbiamo seguito?Chi ci dá tale consiglio,quando é «con noi stessí che ci consultiamo» [take counsel with ourselves]? Su questo punto Socrate non aveva dubbi,perché,come dice egli stesso:«Quando stavo per attraversare il corso d'acqua, mi venne il segno che abitualmente mi dá lo spirito tutelare-esso mi trattiene sempre da quel che intendo fare - e credetti di udire da esso una voce che sconsigliava...» (Fedro, 242 B).O,come dice anche Platone:«c'é nell'anima qualcosa che incita gli uomini al bere e qualcos'altro che ne li dissuade,[quest'ultimo é] qualcosa di diverso da quel che li incita»,ció che ci spinge essendo le passioni e gli squilibri morbosi,e ció che ci trattiene,la voce della Ragione (Repubblica, 439).Ciascuno di noi ha esperienza di queste cose.
È quasi superfluo ricordare che Platone indica la Guida (egemón) che é in noi con vari nomi:«la ragione che parla» (lógos),«la Mente» (noús), «il Genio tutelare» (daimon),e la parte «píú divina» (theiótatos), o «migliore » o «che governa » (crâtistos),o «eterna» (aeigenés);cosí com'é quasi superfluo ricordare che questa Anima Immortale «é il nostro vero Sé» (Leggi,959 A) e che quel che solo «ci» compete é di essere í suoi servitori (uperetés;Leggi 645 A;Timeo,7o D, ecc.);e,invero,come potrebbe essere diverso,perché «La Tua volontá sia fatta cosí in terra come in Cielo»?
Questa dívinitá immanente é similmente «1'Anima dell'anima» di Filone (psiché psichés),il «buon genio» (ò agathòs daimon) di Ermete e il «Pastore» di Hermas.É la «Synteresi» della Scolastica,la «Funkelein» [piccola scintilla] di Meister Eckhart,e, benché attenuata,la nostra «Coscienza»;ma non certo la nostra «ragione»,né 1'«intuizione» di Bergson.É lo Spirito,che le Scritture,come fa notare San Paolo, distinguono cosí nettamente dall'anima,e il suo [di San Paolo] jam non ego,sed Christus in me (Epistola agli Ebrei,4,12;Epistola ai Galati,2,20).È «il Sé del sé,chiamato la`Guida Immortale'» (âtmano'tmâ netâmr tâkhyah;Maitri Up.VI.7),l'«Ordinatore Interno» (antaryâmin, Brihadâranyaka Up.,III.7.I, ecc.);il «Sé (o Spirito) e Re di tutti gli esseri»,o «di tutto ció che é in moto o in quiete» (Brihadâranyaka Up.,Rigveda,ecc.) il Genio immanente (yaksha) dell'Atharva Veda,e della Jaiminiya Upanishad ,e 1'impassibile e «incorporeo Sé immortale » della Chândogya Up.,il «Ció» della celebre massima «tu Sei Ció».Affermare che «noi abbiamo (io ho) la stessa mente di Cristo» (I Epistola ai Corinzi, 2. 16) é solo un altro modo di dire la stessa cosa, e si vedrá che la nuova mente e il nuovo uomo sono un'unica cosa,o,in altri termini, che conoscere la propria vera mente equivale a conoscere o ad amare il proprio vero Sé (filésas dé seautòn,noun exeis,Ermete,Lib.,IV.6 b),il Sé di tutti gli esseri.Avere questa Mente é essere «favorito da un buon genio» (eúdaimon),ma il soggiacere unicamente alla propria mente instabile é essere «afflitto da un genio cattivo» (cacodaimon) (Filone, 1.37,38).Il nostro «libero arbitrio» non consiste nel fare quel che ci piace (cioé quel che siamo obbligati a fare spinti da una costrizione «naturale»),ma in una scelta di guide,in una scelta tra il buono e il cattivo genio,il «Daimon buono» e il Maligno,il cui nome é Legione.
E,cosí come per Platone,anche nei libri vedici questo immortale Uomo Interiore e puro Sé «dimora insieme» all'umano,mortale,passibile «io» nella «casa» o «cittá» del corpo fintantoché «noi» siamo viví.È questo lo «Spirito» (santo) che noi «esaliamo» al momento della morte: e nasce [allora] la cocente domanda: «In chi,quando'usciró',andró a finire?» (Prashna Up.,VI-3);e la risposta,secondo la quale saremo «salvati» o «perduti»,dipenderá dal fatto che,prima della fine,avremo o no saputo «Chi siamo» (Jaiminiya Upanishad,Brihadâranyaka Up.,Bhagavad Gitâ,ecc.).
Anche nel linguaggio corrente ci serviamo ancora di espressioni come «to be'double minded'» [essere dibattuti tra due idee],«lo be'strong or weak minded'» [essere decisi o indecisi],«to be'in two minds'» [essere esitanti] (riguardo a un obiettivo da conseguire) e «not to know 'one's own mind'» [non sapere che pesci pigliare];e se díciamo di «prendere una decisione» [make up our minds]ciò implica un consenso [con-sent] delIe due volontá in gioco e solo quando 1'avremo fatto sapremo quel che «abbiamo in mente di fare» [minded to do].Si tratta di espressioní che usiamo (come tante altre arrivate a noi dal passato) senza avere piena coscienza del loro significato,cosí come quando parliamo di «self-government» [padronanza di sé] o di «self-control» [autocontrollo] senza renderci conto che «lo stesso soggetto non potrá mai fare o subire contemporaneamente cose opposte nello stesso contesto e rispetto allo stesso oggetto.Sicché,se per avventura scoprissimo simili contraddizioni nelle funzíoni della mente,dovremmo concludere che non era la stessa cosa che interveniva» (Repubblica, 436.13; cfr. 431.A B,e Parmenide,138 B).Un passo di Filone (L94) sembra contraddire questo assunto, ma qui il suo autore cade in errore,perché non é lo stesso uomo quello "che si strofina" ed é allo stesso tempo strofinato; tanto per fare un esempio,c'é un dito che strofina e una gamba che é strofinata [dal dito],ma questi non sono lo stesso uomo,bensí due parti dello stesso uomo.Dal punto di vista del soggetto [che compie 1'azione],puó essere la parte migliore che vuole strofinare e la parte peggiore che necessita dello strofinamento;o la parte peggiore che desidera essere solleticata e quella migliore che vi acconsente.
In effetti, tutte queste espressioni traggono il loro significato dall'antica dottrina della duplicitá della natura umana',espressa nei termini di una dualitá o bivalenza della mente (noûs;sanscrito: manas).Studiando questa dottrina in Filone,il professor Goodenough sembra trovarla molto strana(E.R.Goodenough,By Light,Ligbt,pagg.382-386),eppure, in sua assenza,la nozione di pentimento sarebbe incomprensibile.Conoscere la propria mente equivale a «conoscere se stessi» o ad «amare se stessi»,nel senso superiore che si puó trovare in Aristotele (Etica nicomachea, IX.8),in Ermete (Libri, IV.6 B),in San Tommaso d'Aquino (Sum. Theol., II-II. 26.4) e nelle Upanishad (BU, 11.4 ecc.).Filone afferma che «Ci sono due menti,quella che hanno tutti (gli esseri) [in comune] e la mente indíviduale:colui che sfugge dalla mente propria sí rifugia nell'altra».La prima é non generata e immortale,la seconda é generata e mortale (I.93).II plurale «olon» non significa «1'universo», e non dovrebbe quindi essere tradotto cosí, come é stato invece fatto da Colson e Whitaker nell'edizione della Loeb Library.La «mente comune a tutti» (sumpanton) é quella del «Sé di tutti gli esseri» in Platone,Fedone,83 B: «La filosofia esorta 1'anima a non pensare ad altro che al suo Sé,perché [solo cosí facendo] lo potrá conoscere direttamente,quel suo Sé che é anche il Sé di tutti gli esseri» (autò tòn onton = sanscrito:sarvabhûtânâm átmâ).Senofonte fa notare che «Quando prendiamo il Dio per maestro,arriviamo tutti a pensare nello stesso modo» (omonoein, Oce. XVIL3).Il disaccordo [tra di noi] nasce quando «pensiamo per conto nostro»,sapendo persin troppo bene che [quel che pensiamo] non é altro che quel che ci piace pensare. Poiché 1' anima é «morta» quando é seppellita nelle passioni e nei vizi (I.65,cosí come per San Paolo),egli fa notare che «A morire non é la parte "che governa in noi",ma la profanitá passiva,e [che] fintantoché quest'ultima non si pentirá (mécris an metanoía cresámenon) e non riconoscerá il suo pervertimento (tropé),sará preda della morte»(I.80). La mente individuale non é altro che la nostra «sensibilitá» (aisthésis)"(«La mente legata alla carne é ostilitá contro Dio»,Epistola ai Romani,8,7),ed «é sempre giusto che sia il superiore a governare e 1'inferiore a essere governato;e la Mente é superiore alla sensibilitá» (I. 13 l); «1'uomo superficiale sprofonda dentro la propria mente dispersa» (I.94; si confronti: Bhagavad Gitâ,11.67 e VI.34),vale a dire nella propria «conoscenza empiríca »,in termini di «fame e sete».Dovremmo perció «versare in libagione il sangue dell'anima e sacrificare tutta la nostra mente a Dio» (Filone, L76). Eckhart dice che «1'anima deve perdere il senno»;il che non implica affatto 1'antiintellettualismo moderno (in favore di un comportamento istintivo),ma la «follia divina» di Platone,perché «Gli uomini che Egli fa "uscire di senno" [letteralmente: che Egli priva della loro mente, The men whom He dements] li usa come Suoi servitori... é Dio stesso che ci parla attraverso loro» (Ione, 534 D).
É come dire che é da rifiutare il termine «mente» alle facoltá empiriche dell'anima sensitiva,governata dalle sue necessitá. In questo senso troviamo in Ermete,Lib.,1.22,la domanda: «Ma non é che tutti gli uomini hanno la mente?»,e la susseguente risposta: «La mente compete soltanto a quelli che sono devoti [devout anche « pio », «sincero»] e buoni e puri (catharòs = suddha).In termini Platonici, 1'anima é priva di mente [priva di intelletto: ànous] alla nascita e puó ancora essere inconsapevole (anòetos) al momento della morte (Timeo,44B,C);la Mente immutabile che é contrapposta all'opinione, soggetta alla persuasione,si trova soltanto neglí Déi e in un ristretto numero di uomini (Fedone, 5 r E).Tuttavia, se intendiamo con «mente» soltanto 1'umano strumento del pensiero discorsivo, allora il partecipare del modo divino di conoscenza sarà,parlando in linguaggio umano,essere «fuori della propria mente» [out of one's znind];é per questo che Platone,trattando del Profeta attraverso il quale il Dio parla,dice che «la sua mente non é in lui» (Ione, 534),alludendo a uno stato di «manía » che non é da confondersi con la pazzia (Fedro, 244, 265): «La saggezza di questo mondo é follia agli occhi di Dio» (I Epistola al Cor., 3, i9).
Quel che precede mostra come la nozione di «cambiamento di mentalitá» presupponga 1'esistenza in noi di due menti:due nature,una umanamente soggetta al1'opinione,l'altra divinamente scientifica;da distinguere come mente individuale dalla mente universale,o come sensibilitá dalla mente,oppure,ancora,come nonmente dalla mente,o come mente dalla «manía»;i primi termini [di tali alternative] corrispondono a11'«ío» empirico e i secondi al nostro vero Sé,1'oggetto dell'íngiunzione «Conosci te stesso».Concluderemo facendo brevemente rilevare gli equivalentí di queste formulazíoni che si ritrovano nelle fonti indiane.
La formulazione in termini di due menti é esplicita in Manu,1.14: «Da se stesso,1'Esistente di per Se stesso trasse la mente,la cui natura é reale e irreale» (sadasadâtmakam).Sat significa essenzialmente «essere», «realtá», «veritá» e asat é il loro contrario.Nella Identitá Suprema (tad ekam) senza dualitá (advaitam),i contrari scompaiono; ma considerati a un livello diverso,dove ens et bonum convertuntur,asat, in quanto «privazione di essere»,corrisponde al «male»,cosí come, per lo stesso motivo,1'aggettivo inglese naught-y (naught = nulla, privazione di essere) significa «cattivo ».La mente,cioé,con la quale pensiamo «sia il bene che il male» (puniam ca... pápam ca,Jaiminiya Upanishad) e che é perció un mezzo «di liberazione,o di schiavitú» (Maitri Up).«È detto che la mente é duplice, pura e impura (suddhásuddham):impura quando é connessa con il desiderio; pura, quando é separata dal desiderio... Come in Ermete,X.16,noûs catharòs... tòn endoumàton.La «purificazione» che é qui raccomandata (cittam... sodhayet,Maitri Up.,VI-34.3) é precisamente la catarsi platonica, «una separazione dell' 'anima' dal 'corpo' nella misura del possibile», quella sorta di «morte» messa in pratica dai filosofi (Fedone, 67 C-E; cfr.,Sofista,227 D);per Platone la purificazione e la liberazione coincidono (Fedone, 82),cosí come nella Maitri Up.la mente separata dagli oggetti sensibili (nirvishayam) coincide con la liberazione (moksha).
Indescrivibile é la beatudine [o la «felicitá»] di colui che risiede nel Sé,la contaminazione [defilement;anche:« profanazione »] della cui mente é stata lavata dalla concentrazione sul Sé»(samâdhi-nirdhauta-malasya,Maitri Up.,VI-34.6,9).Samâdhi (letteralmente «sintesi», «pacificazione»,«unificazione») é il culmine dello yoga, e corrisponde a ció che intende Platone quando esorta 1'anima a «raccogliersi e a concentrarsi nel suo Sé» (autèn dè eis autèn,Fedone,83 A).
La distinzione tra Mente e «sensibilitá» (tra noûs e aisthésis) é analoga alla distinzione tra Manas - la Mente - e Vac,la capacitá,o facoltá,di espressione.La «Mente» diventa un nome o un'ipostasi di Dio, all'infuori del quale non c'é nessun altro che «intenda» (nanyad ato'timantr,Brihadáranyaka Up.).Manas é il principio sacerdotale che conosce e vuole,Vac la capacitá d'azione senza la quale nulla potrebbe essere compiuto.La funzione di quest'ultima é di «imitare» (anurk)il primo e di agire come sua seguace e messaggera,«perché essa é di gran lunga la minore ed esso di gran lunga il superiore » (Taittiriya Samithá;Satapatha Bráhmana).Ma benché la Vittoria dipenda dalla sua cooperazione,essa puó rivelarsi riluttante all'adempimento della sua funzione (Satapatha Bráhmana;Taittiriya Samhitá,ecc.);essa puó essere facilmente distolta dalla sua fedeltá alla Mente e alla Veritá [per rivolgersi] al servizio di ció che le piace pensare,e allora balbetta soltanto piú (si confronti: Filone, I.94).Anche nei testi indiani incontriamo la nozione di quella «follia» [dementation] positiva che abbiamo visto in precedenza. Giacché quando la «mente» é intesa soltanto come una componente dell'organismo psichico,allora essere «smemorato» [mindless] e «incosciente» é la condizione superiore,e 1'operazione mentale cosciente la condizione inferiore.Per cui,« Quando la mente é stata immolata alla sua radice per amore della Veritá,é allora che si dissipa anche 1'illusoria padronanza delle azioni compiute cuando essa era ingannata dalle cose sensibili» (Maitri Up.); «Nessuno di cui la mente non sia stata immolata puó giungere a Lui » (Katha Up., II.24);vale a dire alla Personalitá,la quale,essendo priva di qualsiasi attributo limitativo, é necessariamente «priva di mente» [mindless],pur essendo 1'origine stessa della mente (Mundaka Up.).Dio non pensa e non conosce nel nostro imperfetto modo di conoscere in termini di soggetto e oggetto; possiamo dire che egli pensa,ma non c'é un secondo termine,al di fuori di lui, del quale possa pensare (Brihadáranyaka Up,ecc.)Confronta:Witelo,Intelligentia semper intelligit... (sed) si se ipsam cognoscendo non cognoscit (De Intelligentüs, XXIV, XXVII;il Commento aggiunge:(id est) perceptionem non intelligit,sicut anima).É quindi in questo senso che é detto che «quando si raggiunge lo stato di privazione della mente [dementation] (amanibháva),questo é 1'ultimo gradino» (Maitri Up., VI.34.7);e ritroviamo la stessa dottrina in San Tommaso d'Aquino:«Cum vero intellectus jam ad formam veritatis pertingit, non cogitat, sed perfecte veritatem contemplatur» (Sum. Theol., 1.34.1 a 2).Dobbiamo solo fare attenzione a non confondere questa superiore «perdita della mente» propria di uno stato sovrarazionale e sovracosciente con la «privazione della mente» dei Titani,che sono ancora irrazionali e subcoscienti;cosí come,allo stesso modo, distinguiamo il non-essere della sovraessenzialitá divina dal non-essere di ció che non é ancora venuto all'essere o che non puó essere.
Per riassumere: nella prima parte di questo articolo la nostra intenzione era di far vedere che ció che la parola «pentimento» vuol veramente dire é un «cambiamento di mentalitá»,e la nascita di un «uomo nuovo»,il quale,lungi dall'essere sopraffatto dal peso degli errori passati,non é [neanche] piú 1'uomo che li ha commessi; e, nella seconda parte,di delineare la dottrina della duplicitá della mente,dalla quale la possibilitá di un «cambiamento di mentalitá» dipende, e di dimostrarne 1'universalitá;in altre parole,di attirare 1'attenzione sul fatto che la nozione e la necessitá di una metànoia sono ínseparabilmente legate alle formulazioni della Philosophia Perennis dovunque le possiamo trovare.
ANANDA K. COOMARASWAMY
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Pensare per vivere meglio
Essere partecipi per capirne di più

