Nel Saṃyutta Nikāya, una delle principali raccolte del detti del Buddha, vi è un colloquio tra il Maestro e Ānanda, uno dei suoi allievi più fedeli e più intelligenti, che dà una descrizione assai efficace, benché metaforica, della qualità relazionale che caratterizza ogni aspetto della realtà:

– Ānanda, tra gli elementi interconnessi che hanno fatto sì che la ciotola esista, vedi dell’acqua? – Certo, signore. Il vasaio ha avuto bisogno di acqua per impastare l’argilla e modellare la ciotola. – Dunque l’esistenza della ciotola dipende dall’esistenza dell’acqua. Inoltre, Ānanda, vedi l’elemento fuoco? – Certo, signore. È stato necessario il fuoco per cuocere l’argilla, dunque vedo in essa fuoco e calore. – Che altro vedi? Vedo aria, senza la quale il fuoco non si sarebbe acceso e il vasaio non avrebbe respirato. Vedo il vasaio e l’abilità delle sue mani. Vedo la sua coscienza. Vedo il forno e la legna che l’ha alimentato. Vedo gli alberi che hanno fornito la legna. Vedo la pioggia, il sole e la terra che hanno fatto crescere gli alberi. Signore, vedo migliaia di elementi interconnessi che hanno concorso alla formazione di questa ciotola. – Eccellente, Ānanda! Contemplando questa ciotola si vedono in essa gli elementi interdipendenti che le hanno dato origine. Questi elementi, Ānanda, sono all’interno e all’esterno della ciotola. Un elemento è la tua stessa coscienza. Ānanda, se tu togliessi il calore per restituirlo al sole, se restituissi l’argilla alla terra, l’acqua al fiume, il vasaio ai genitori e la legna alla foresta, esisterebbe ancora la ciotola? – No, signore. Restituendo alla loro origine gli elementi che hanno concorso alla formazione della ciotola, questa non esisterebbe più.