INTERVISTA A FRANCO CARDINI: Identità tra passato e presente

In occasione di Exolea: IO SONO. Identità e territorio

Spello 30 aprile - 2 maggio 2010

a cura di Oicos riflessioni e TGC eventi

 

Oicos/TGC - Nell’incontro del 30 aprile “Identità tra passato e presente”, lei esaminerà dal punto di vista storico come le comunità umane si evolvano e mutino quei caratteri che le definiscono come genti, popoli, nazioni, stati o città.  Che cos’è l’identità di un territorio?

 

Franco Cardini - Un territorio si definisce attraverso il coordinamento di componenti geotopografiche, idrologiche, orologiche, naturalistico-paesistiche, antropiche e storiche. Esso necessita, per esser definito e/o definibile come tale, di una sua coerenza: tale è appunto l'identità territoriale. È per esempio evidente che, se io parlo di una "identità italica", io alludo alla realtà e alla storia della penisola italica e dei suoi abitanti nella sua dinamica storica, mentre se parlo di "identità italiana", alludo alla storia del divenire della coscienza nazionale italiana e dei suoi elementi costitutivi (lingua, cultura, sentimenti etico-religiosi, connotati di "appartenenza"). A questo punto, è ovvio che si deve anche chiarire il discorso in termini spaziali: posso perfettamente parlare di una "identità eurasiatica", addirittura di appartenenza macrocontinentale, e di una "identità rionale", riferibile a una porzione di una certa città che abbia una sua specificità riconosciuta. È evidente che la città di Spello e le sue pertinenze, ad esempio, possono essere titolari di una loro identità: l'importante è identificarla e seguirne le tracce storico-antropologiche. Un'identità può anche essere fondata, cioè "inventata". Ciò è stato detto, ad esempio, per le identità nazionali: si è nazione quando si ha la sensazione di esserlo e si vuole esserlo. Ma allora, ci si può interrogare sulla genesi del nostro sentimento e delle nostre scelte: ma bisogna guardarci dall'inventarci una storia che non abbiamo. Un conto è indagare (legittimamente) sulle nostre radici; un altro è costruirci arbitrariamente un discorso deterministico sulle origini, cioè conferire "a posteriori" un senso a elementi storici arbitrariamente assemblati sulla base di un apparente o illusorio pregiudizio di "continuità". In altri termini: la gente di Spello del XXI secolo può ben ricercare le radici del suo essere (biologico come storico come morale) nell'antichità umbro-italica, romana e medievale; ma non può pretendere che ciò abbia "scritto per sempre" le linee della sua dinamica, in quanto il divenire rimane aperto alle sue scelte. La tradizione non è la conservazione. Si conservano le cose morte o comunque definite; la tradizione è viva, si esprime nella dinamica degli eventi e delle scelte. 

  

OT - Elias Canetti diceva ”non si abita un paese, si abita una lingua”.  È la lingua uno dei caratteri identitari? L’unico?

 

FC - Elias Canetti usava la parole "Sprache" (lingua, linguaggio), non solo nel senso di "lingua nazionale" (ammesso che vi sia un rapporto fisso e diretto tra lingua e nazione, che invece è più complesso: altrimenti, gli statunitensi dovrebbero considerarsi ancora "inglesi"), bensì nel senso di "Ausdruckweise" (complesso dei modi di esprimersi). In questo senso, la sua era una verità profonda: ed è questa una delle ragioni per la quale uno straniero che accetta di vivere all'interno di una comunità diversa dalla sua dovrà sforzarsi d'impararne la lingua (sarà poi un problema suo ed eventualmente della sua famiglia quello del suo rapporto con la comunità d'origine e le sue tradizioni: se rifiutarle, mantenerne memoria, conservarle). Ma il radicarsi dei gruppi umani, delle comunità, all'interno di istituzioni, e il suo radicarsi in esse, pone anche il problema del rapporto tra "lingua" (patrimonio culturale, tradizionale  ed espressivo: una volta si sarebbe detto, in termini che oggi non si usano più per paura che possano contribuir a creare sentimenti razzistici, "sangue") e "suolo", cioè appunto "paese", "territorio". Per questo io tendo a ritenere ad esempio che il solo "Ius soli" non basti, ma che uno "ius sanguinis" oggi si possa interpretare come appartenenza a un gruppo familiare che ha già fondato radici in una comunità. Ad esempio. Non credo che un bambino di genitori rumeni, marocchini, cinesi o peruviani abbia il diritto di esser considerato cittadino di Spello solo perché nasce a Spello; ma credo che se a loro volta i cittadini hanno messo con certezza e irreversibilmente – anche se ancor con qualche incertezza culturale - radici nel territorio (e le radici sono anzitutto linguistiche), egli vada considerato cittadino di Spello. Per l'appartenenza nazionale, naturalmente, il discorso è un po' più complesso in quanto c'è anche una "soglia" istituzionale. A quel livello, il figlio di cittadini di origine straniera ed entrambi cittadini italiani è senza dubbio italiano; chi non sia in queste condizioni non lo è automaticamente, ma è in condizione di divenirlo ad esempio con il raggiungimento della maggior età, se la sua convivenza con il contesto della comunità nazionale è stato regolare e continuo.

 

OT - Conosce la città di Spello? L’ha mai visitata? Se sì cosa spera di  ritrovare. Se no cosa si aspetta.

 

FC - Conosco bene la città di Spello e l'area circostante in quanto Assisi è una delle mie "seconde patrie" e in quanto il mio mestiere è la storia medievale, con particolare riguardo per alcuni temi uno dei quali è il francescanesimo: insomma, per storia personale, per amicizie, per gusti, per frequantazioni, posso considerarmi alla luce delle ragioni dette prima un quasi-cittadino della valle di Spoleto.