Sull'etica e la posizione di Wittgenstein

 

da Gabriele Zuppa, Esprimersi ed essere. Saggio sul nichilismo e la crisi dei valori, Roma, 2008, pp. 202-203

§2 

 

Simile alla posizione di Weber, ancor più radicale è il pensiero di Wittgenstein (1889-1951) così come lo troviamo esposto nel testo di una conferenza pronunciata a Cambridge, probabilmente fra il settembre 1929 e il dicembre 1930. Qui egli si occupa dell’etica intesa come “la ricerca su ciò che è bene”, “su ciò che ha valore”, sul “modo giusto di vivere” [438]. Fa però subito notare come tali espressioni possano essere impiegate in un senso relativo o in un senso assoluto; quest’ultimo sfugge alla conoscenza scientifica, risulta, una volta analizzato linguisticamente, un non-senso. “L’etica, in quanto sorge dal desiderio di dire qualcosa sul significato ultimo della vita, il bene assoluto, l’assoluto valore, non può essere una scienza. Ciò che dice, non aggiunge nulla, in nessun senso, alla nostra conoscenza” [439]. Questa visione si basa però su di un malinteso, che l’etica e le sue proposizioni debbano avere un senso assoluto. La loro non assolutezza però – si tratta di evitare un secondo malinteso – non implica il relativismo o il soggettivismo, ma la consapevolezza che il bene indica una relazione [440], che “ogni giudizio di valore relativo è una pura asserzione di fatti e può quindi essere espresso in una forma tale da perdere del tutto l’aspetto di un giudizio di valore” [441], entrando così a pieno diritto nell’ambito conoscitivo, scientifico. La morale, né più né meno delle altre scienze si occupa di fatti. Come Wittgenstein nota, dire “questa è una buona sedia” significa che “la sedia serve a un certo scopo ben determinato” e “ha significato solo se questo scopo è stato fissato in precedenza” [442 ]. Al contrario, secondo Wittgenstein, abbiamo un giudizio

assoluto di valore qualora esclamassimo a un bugiardo dichiarato “Ma lei dovrebbe desiderare di comportarsi meglio” [443]. Come è possibile che questo sia un giudizio assoluto di valore? Quell’esclamazione è il risultato di un’intera esperienza di vita, di chi ha osservato come sia molto più proficuo essere sinceri o come, mutatis mutandis, sia terribile la situazione in cui getta l’essere ingannato o, peggio ancora, traditi. Insomma, non è il nostro tema, ma è chiaramente giustificabile l’essere sinceri o l’essere falsi, addirittura indagabile scientificamente, se non ci limitiamo all’uso dogmatico di questo termine.

Pure, non dovrebbe costituire più un problema affermare, come fa Wittgenstein, che lo scopo per quanto riguarda il giudizio di valore debba essere fissato “preliminarmente” [444]: “preliminarmente” non vuol mai dire “arbitrariamente”: tutto sta ad indicare che per iniziare a valutare bisogna avere un qualche riferimento, ma non significa che questo venga scelto a caso. Preliminarmente abbiamo anche l’idea di una sedia e questa non l’abbiamo presa a caso, ma formata da innumerevoli esperienze con ciò che preliminarmente si presentava come sedia. Comunque, è “ovvio”, come dice Wittgenstein, che “la via giusta sia quella che conduce a una meta

arbitrariamente predeterminata, ed è abbastanza chiaro che non ha senso parlare di una via giusta indipendentemente da una tale meta predeterminata” [445], ma con una precisazione: che “arbitrariamente” significhi “preliminarmente pensato nella riflessione”, giammai “scelto a caso”. Il fine è già dato, è il custodito razionalmente, scolpito nel simulacro del mondo che la filosofia è.

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438 Wittgenstein, Sull’etica, in Lezioni e conversazioni, p. 7.

439 Ivi, p. 18.

440 Cfr. il capitolo Che cos’è la morale?.

441 Wittgestein, Sull’etica, p. 9.

442 Ivi, p. 8.

443 Ibidem.

444 Ibidem.

445 Ivi, p. 18.