Gaudì, El Ángel guardián o exeterminador del cementerio (Cimitero di Comilla, Spagna - foto gp e ab 2002)
Internet come nuova culla della filosofia,
ovvero filosofia vs università
di Giovanni Panno
in Annuario della filosofia italiana 2010. L'ultima generazione, a cura di Giovanni PANNO e Mario QUARANTA, Edizioni Sapere, Padova 2010
Questo Annuario presenta una collettanea di contributi, pubblicati ed inediti, di giovani e non più giovani in fuga dal sistema universitario – ed in parte, certo, di giovani fortunatamente strutturati e di maturi rappresentanti di quella che si può definire senza tema come la filosofia dell’Accademia.
Il tentativo di mettere insieme queste risorse da origini socialmente e da livelli accademicamente differenti rispecchia un’intenzione iniziale – quella senz’altro di dare modo di rendere pubblica la propria ricerca a chi non ha, altrimenti, accesso diretto alla pubblicazione – ma si dimostra ora, dopo una lunga gestazione quasi biennale della raccolta, come il luogo di una evidenza. Ciò che emerge è che i due mondi qui rappresentati, ben lungi dall’entrare in un ideale dialogo, si sono forse irrimediabilmente distanziati. E questo in ragione di due tendenze, l’una interna alla politica economica e culturale del governo – e alla relativa risposta dell’università – e l’altra interna alla filosofia vera e propria, che cerca di riorganizzarsi come pensiero a ridosso di quegli strumenti che sono per definizione aperti ad esso, cioè la rete.
L’Annuario, che avrà nell’intenzione dei suoi curatori una diffusione soprattutto oltre i canali tradizionali, giunge a marcare nel suo piccolo proprio questo: l’Accademia italiana è di fatto incapace di promuovere non solo pensiero, ma di garantire un diritto all’esistenza di coloro che lavorano in vista di tale promozione. Il lettore attento saprà cogliere, proprio nelle biografie degli autori qui rappresentati, come si sia giunti ad un livello di produzione qualitativa – e quantitativa – impensabile soltanto quindici anni or sono, la quale non garantisce in ogni caso accesso a collaborazioni effettive ed integrate con il comparto universitario. Quali ne sono le cause? È possibile uscire da una simile impasse, e soprattutto, vi è una necessità in questo senso, perché la filosofia ritorni a svolgere il suo compito?
A fronte delle ultime disposizioni legislative di fatto contro la meritocrazia nell’università, contro la diffusione della cultura di base nella scuola a tutti i livelli e più in generale contro la cultura italiana per quanto essa possa essere il germe di una uscita dallo stato di minorità – non è difficile cogliere il tentativo riuscito di una neutralizzazione delle possibilità di pensiero tout court. Non si tratta solo di una incapacità di far emergere i giovani talenti, ma di chiaro progetto di annullamento del pensiero critico.
Potrei elencare con facilità elementi legati al sistema di pubblicazione – peraltro noti ai più – delle ricerche scientifiche, così come le più recenti disposizioni dell’ultimo governo Berlusconi riguardanti il sistema universitario. Mi limiterò ad accennare solo ad un esempio per ognuno di questi due ambiti. La pubblicazione di una ricerca scientifica è legata generalmente allo stanziamento di un capitale iniziale; i diritti della vendita dei testi, anche qualora la pubblicazione avvenga presso case editrici importanti, restano spesso all’editore. È chiaro che coloro che non possono giungere facilmente ai fondi dei progetti di ricerca devono pagare di tasca propria i loro testi, la cui diffusione è naturalmente legata alla possibilità di render nota la ricerca a comparti universitari asserragliati come roccaforti e chiusi – atteggiamento naturalmente antifilosofico – al nuovo. Poche sono le case editrici che non richiedono un capitale iniziale e provano a farsi carico della diffusione di un sapere anche con i limiti della sua non facile vendita.
Per quanto riguarda i concorsi universitari è noto come la precarizzazione del ruolo di ricercatore – nell’intenzione una possibilità in più di turn-over con nuove leve – si baserà di fatto sullo stesso sistema di cooptazione mascherato che da sempre imperversa sia nella distribuzione di assegni di ricerca, spesso legati a progetti quasi nominali, sia negli attuali concorsi al ruolo stesso di ricercatore a tempo indeterminato. La valutazione di un percorso di ricerca filosofico, così come per le altre Geisteswissenschaften, le scienze dello spirito, non è certo facile, visto che i criteri garanti della promozione in altri ambiti universitari mal si adattano a misurarne la qualità. Certo, senza Geist è difficile scorgere il luogo di una emergenza teoretica, al di là del nome prodotto da una filiazione. I casi di adozione eterogenei, per così dire, all’interno dell’università, sono scarsissimi.
Il luogo, quindi, in cui il pensiero critico maggiormente dovrebbe essere attivo, è il luogo di un’accettazione supina del dato. Il comparto accademico non è stato in grado di contrastare un sistema di reclutamento definibile eufemisticamente come scorretto, ma più propriamente come ingiusto e altamente antifilosofico che lo ha portato allo stato attuale. È pensabile che si muovesse per contrastare quanto di catastrofico, distruttivo e finanche surreale la politica italiana ha agìto nei confronti dello sviluppo dei propri cittadini?
Corro volentieri il rischio di ripetere cose ovvie, ma dirle qui, in una postilla a questo sobrio Annuario, vuole essere il modo di porre in evidenza come non vi sia un problema politico, o sociale, e distinti da essi un problema filosofico, ma come essi si appartengano.
Nella linea politica degli ultimi anni, direi dal 1994 in modo palese, ma di fatto dalla grande diffusione dei contenuti commerciali nelle televisioni – tanto in quelle private quanto (e forse più colpevolmente) in quelle di Stato – dalla metà degli anni ’80, ha avuto purtroppo successo il tentativo di addomesticare ed anestetizzare le menti degli italiani. Cioè di combattere quanto di filosofico in senso stretto (quindi non nel senso delle bibliografie secondarie sull’argomento x) aveva a che fare con tutto il Paese, cioè la diffusione e l’implementazione del pensiero.
I mezzi di questa operazione di lobotomizzazione, altrimenti derisa all’estero, sono noti. Le campagne di disinformazione sono all’ordre du jour. Eppure – e questo è il dato positivo – vi è un nucleo forte del pensiero che non si arrende, così come vi è un nucleo forte di coloro che non vogliono cedere quanto la storia degli italiani abbia costruito, che non vogliono cambiare il nome di P.zza Garibaldi con P.zza S. Maria (Montichiari, Brescia) né barattare quanto di bello la filmografia, la musica, la cultura fuori e dentro la scuola, dentro (ma spesso fuori) l’università abbia prodotto con il Grande Fratello. La degradazione dei costumi è solo una facile conseguenza della degradazione del pensiero: chi pensa male vive male. Potremmo naturalmente inter¬rogarci a lungo sul senso di questo “male”, ma assumo qui la libertà – un po’ una Narrenfreiheit, libertà carnevalesca dei folli – di pensare a questo male come ciò che non crea relazione, non completa il mio con il tuo, non mi rende migliore. L’accrescimento quantitativo delle informazioni di gossip non implementa il mio spirito. Ed è in questo snodo che, fra i media compromessi e controllati, internet si mostra come irreprensibile teatro di rinascita.
Come preso in gabbia, il pensiero ha trovato nella rete certo molti Irrwege, molti cammini che errano e si perdono un po’ come gli Holzwege, i sentieri dei tagliaboschi heideggeriani, ma si è anche – e di fatto da subito – organizzato in forme di aggregazione che superano proprio quelle logiche che lo vorrebbero vedere preso, statico, al più come criceto dentro una ruota. Così come, per quanto riguarda la discussione politica, sono i blogs di Grillo e più tardi le pagine di Travaglio ed infine i siti di nuovi quotidiani come Il Fatto Quotidiano ad aver contribuito al mantenimento di un’istanza critica nei confronti del già dato dei mezzi d’informazione, anche per quanto riguarda la filosofia si è giunti ad una collocazione certo bisognosa di migliorie, e tuttavia capace di dare voce ad una necessità [1].
Il sapere della rete – non solo la presenza di una cultura museale stipata in nuovi codici di linguaggio macchina – è strettamente dipendente da un nuovo paradigma di accessibilità. Essa rimodula l’organicità dell’intellettuale al suo lavoro ed al suo pubblico, liberando entrambi da schieramenti e filiazioni, ma anche da un rapporto artista-spettatore. Il lettore può essere immediatamente scrittore, pren¬dere posizione, dialogare. Accessibilità ed interattività possono produrre le condizioni di una nuova organicità, non solo di intellettuale e pubblico, bensì di sapere e vita, in cui il pensiero che comprende è già trasformazione della supposta realtà in effettualità. È difficile non ricordare, in questo, la Aufklärung kantiana, alla quale, però, possono ora contribuire tutti coloro che vogliano davvero uscire da uno stato di minorità [2].
In origine si trattava di newsgroups ed in seguito di blogs a carattere specificatamente filosofico. Ora si è giunti in pochissimo tempo ad organizzare gruppi filosofici sulla piattaforma di fatto più diffusa per la comunicazione internautica, e cioè Facebook. La grande partecipazione alla rete di gruppi italiani a carattere regionale e nazionale (creata dall’associazione veneta AM e da quella umbra Oicos [3]) e le nuove pagine di gruppi filosofici a carattere internazionale mostrano come i singoli della rete creino una comunità – piace pensarla come comunità di singoli – in cammino non solo per raggiungere il sapere come oggetto, quanto molto più per scambiarlo, per verificare quella relazione che l’organizzazione fisica pubblica spesso nega. Il livello di interattività delle diverse discussioni presenti in rete, infatti, mostra un bisogno: quello di pensare e confrontarsi, quello del syn-philosophein di un logos multiforme che cerca di risalire alla sua radice di leg-: là dove il legame esterno si è rarefatto, si cerca il luogo radicale di una partecipazione, di una compresenza. E ciò che emerge da queste discussioni è ancora una volta relativo al rapporto accademia-politica: a discutere sono spesso coloro che – filologicamente – si direbbero dilettanti. Ed il “fenomeno”, come lo definirebbero coloro che se ne facessero spettatori, è per questo doppiamente importante: da un lato ciò indica una via, cioè che proprio al di là delle fittizie armature di un già pensato, di titoli e testi dietro cui spesso l’Accademia si cela, di un non più da discutere, c’è il pensiero che pensa. Il pensiero che si mette in discussione. Cosa penseremmo se un docente – di scuola superiore o di università, dove purtroppo questo spesso accade – non rispondesse alla domanda di uno scolaro o studente dicendo che la risposta è già stata data da altri o, peggio ancora, che vi è un programma da rispettare, e questa domanda non vi farebbe parte?
Ecco, le discussioni della rete sono fatte per coloro che, ormai stanchi di queste risposte, vogliono discutere, fare emergere quanto nei luoghi pubblici della cultura, e spesso anche nella scuola e nell’università, si cerca di nascondere. Chi discute in rete e più in particolare nella rete di Facebook spesso si rende conto di poter migliorare la propria argomentazione, non di rado riceve indicazioni di testi – ma ciò che interessa è mettere alla prova il proprio pensiero. E questo è già un alto livello di filosofia, quale troppo spesso è scomparso dalle istituzioni. O, peggio, quale alle istituzioni non interessa.
Per questo, per modificare le logiche delle istituzioni culturali non è necessario aspettare l’evento messianico di una rivoluzione: il nuovo è già presente nell’unica rivoluzione possibile, quella in cui il pensiero si mostra come attività concreta [4].
[1] Su questo punto la mia lettura si discosta da quella del co-curatore del presente testo, Mario Quaranta. Piace in ogni caso tenere insieme in questo Annuario i due differenti approcci ad un problema in cui l’aspetto filosofico consiste esattamente nella non separazione fra decisione politica e pensiero critico.
[2]Sul ruolo dell’intellettuale e la sua in-organicità da ultimo si veda M. Ferraris su Repubblica del 12.8.2010, p. 35 (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/08/12/intellettuale-diventato-inorganico.075l.html), là dove si evidenziano le modalità del nuovo lavoro intellettuale, pur senza discutere veramente quali differenze sussistano fra il sapere condiviso dalla rete e quella intelligence collective di cui parlava P. Levy già nel 1994 (L’intelligence collective. Pour une anthropologie du cyberespace, La Découverte, Paris).
[3] Per l’associazione AM si veda http://www.centroattivamente.com/; per oicos si veda http://www.oicosriflessioni.it/wordpress/index.php. Per una panoramica sul progetto e i gruppi della rete si veda http://www.centroattivamente.com/filosofia/filosofia-su-facebook/.
[4]Mentre il testo era nella redazione finale veniva organizzato il convegno di Assisi, 1-5 Settembre 2010, cui partecipa la rete dei gruppi culturali di Facebook, organizzato dai loro fondatori (Paolo Ansideri e Gabriele Zuppa, rispettivamente per Oicos e AM) e con la partecipazione di alcuni importanti rappresentanti della filosofia, letteratura e arte italiane (fra gli altri A. Baricco, M. Cacciari, P. Daverio, G. Marramao, E. Severino). La struttura degli incontri conserva – e questo è il dato certamente importante – la struttura delle discussioni dei forum, con workshops aperti a tutti.
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