Responsabilità e significato dell'esistenza (tra etica ed estetica)
di Sergio Fabio Berardini
“Ora dimmi, seguace di Dioniso, qual è la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo?”, domandò il re Mida al Sileno, e questi, costretto dalla sua insistenza, con voce stridula gli rispose: “Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è – morire presto” (1). Un giudizio, questo, così doloroso alle orecchie del “figlio del caso e della pena”, che suona in accordo col sentire di A: “Felice colui che morì nella vecchiaia, più felice colui che morì nella sua giovinezza, felicissimo colui che morì quando nacque, più felice di tutti colui che non nacque mai” (2). Il poeta ha gli occhi aperti sul tragico e la sola verità che egli riconosce, la sola che per lui non è menzogna, è questa: tutto è finzione, tutto è pena e dolore – Vanitas vanitatis et omnia vanitas! – tutto è inganno e volontà d’ingannare e ingannarsi: “Alla conoscenza della verità son forse giunto; alla salvezza no di certo. Che devo fare? Agire nel mondo, rispondono gli uomini. Dovrei forse partecipare al mondo la mia pena, fornire una prova in più per dimostrare come tutto sia triste e meschino, forse scoprire nella vita umana una nuova macchina che finora era stata ignorata? Potrei allora ricevere la straordinaria ricompensa di diventar celebre, come quel tale che scoperse le macchie di Giove. Tuttavia preferisco tacere” (3). Meglio scegliere il silenzio, farsi muti e tacere, assolutamente, e non dire ad alcuno che il mondo poggia s’una fragile costruzione estetica – “e guai alla fatale curiosità che una volta riesca a guardare attraverso una fessura dalla cella della coscienza, in fuori e in basso, e che un giorno abbia il presentimento che l’uomo sta sospeso nei suoi sogni su qualcosa di spietato, avido, insaziabile e, per così dire, sul dorso di una tigre” (4). Eppure, a ben vedere, non è forse anche questo “dorso di una tigre” una costruzione poetica? Non è forse questo che l’infelice vuole: essere il patetico passaggio tra un caduco “dentro” e un angosciante “fuori”? Non è forse questa la forma che assume il mondo, nel passare attraverso tale dolorante soglia?
“Genio: Quale delle due cose stimi che sia più dolce: vedere la donna amata, o pensarne? | Tasso: Non so. Certo che quando mi era presente, ella mi pareva una donna; lontana, mi pareva e mi pare una dea” (5). In Leopardi è presente un ethos – che sarà poi ripreso da Schopenhauer e dal giovane Nietzsche – che si precisa nella separazione tra ideale e reale, tra la bella illusione e la tragica realtà. Il poeta è dunque colui che stima preferibile l’idealità alla realtà? Prima di rispondere a questa domanda, sarebbe bene evidenziare che la distinzione tra ideale e reale è, in definitiva, distinzione tra astratto e concreto. In tal senso, Torquato Tasso preferisce la sua amata in quanto ente astratto, e non concreto. Chi ama la propria idealità – che essa sia una donna o una grande impresa – e non la volge nel reale, confessa in cuor suo di amare soltanto un ideale astratto, e dunque confessa il valore di questo amore. Ché se il Tasso amasse in modo autentico la sua amata, essa gli parrebbe una dea nel concreto, di fronte ai suoi occhi. Pertanto, chi desidera l’ideale e ivi si rifugia, ha deciso e agito – il mondo cui ha dato forma è un mondo astratto entro cui il concreto non ha sede. E il concreto in esso non ha sede perché, in definitiva, colui che desidera l’astratto, cioè una forma ideale di ciò che egli ama, non ha trovato la forma migliore, cioè la forma la cui concretezza è questione di vita e di morte. “Ogni essere umano, per poco dotato che sia, per subordinata che sia la sua posizione nella vita, ha un naturale bisogno di darsi una concezione della vita, una rappresentazione del significato della vita e dello scopo di questa” (6). Ma quale valore ha tale rappresentazione? Forse solo quella di empiastro? È forse da intendersi come un velo che copre la realtà vera – una realtà in sé, separata dall’uomo e perciò ad esso indifferente e per esso tragica? Tale immagine “significante” rinvia a una regione preclusa all’uomo, oppure essa è l’espressione più autentica e feconda dell’essere? E ne va del mondo e della vita che l’uomo faccia propria tale rappresentazione, o il mondo e la vita rimangono indifferenti rispetto il significato che l’uomo dà loro e al proprio esserci? Lungi dall’essere un’illusione, tale “concezione della vita” è propriamente la forma del mondo. Una forma che sostanzia il mondo, nel senso che essa non si applica su qualcosa di già dato, di separato – tale forma è il significato fa il mondo. Essa non è una interpretazione della vita e dell’esistente, bensì è il modo significante in cui si dà la vita e l’esistente. Pertanto ogni uomo è responsabile di tale “concezione”, ché essa stabilisce se il mondo e l’esserci hanno significato o sono del tutto insignificanti.
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Solo l’uomo etico può comprendere a pieno la seguente espressione: “Ciò che tu sai amare non sarà strappato da te | Ciò che tu sai amare è il tuo vero retaggio” (7). Il retaggio (heritage) è infatti il dono etico di colui che ha scelto – per sé, per il mondo – il “bene”. L’eredità trasmessa è quella differenza che non può essere una differenza tra le tante, cioè indifferente, bensì quella differenza che solo può fare la differenza e che, dunque, tra tutte, è la sola ad essere veramente amata – la differenza che è mantenuta nella sua amorevole ripetizione.
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Il mondo si estende al di qua della soglia dalla quale l’Essere emerge e si illumina. Tale è il mondo delle forme – è lo spettacolo dell’Essere. Attraverso la soglia, l’Essere si riconosce nel mondo. Pertanto non è indifferente che il mondo sia o non sia abitabile – che esso sia o non sia la migliore dimora di cui la soglia è apertura. Abitare non significa semplicemente occupare – non significa sostare o prendere possesso d’uno spazio. Abitare, si è visto, è l’ethos stesso dell’uomo da cui e per cui l’esistere ha direzione e slancio. Ma l’abitare dell’uomo determina anche il modo in cui l’Essere si illumina. Ne va dunque dell’Essere, del suo lucore, che l’uomo sia soglia d’una amena abitazione. Là dove il mondo impedisce la cura della soglia, là dove impedisce l’apertura, là dove il mondo non gli è solidale, non è possibile per l’uomo abitare poeticamente – e dunque non è possibile per l’Essere farsi poetare. Se il mondo, in quanto determinazione attuale dell’Essere, s’estende prendendo forma dalla soglia, l’apertura di questa è oggetto di cura dall’abitare – dall’ethos dell’uomo. Rendere inabitabile il mondo significa rendere arida la soglia – significa rendere disumano il soggiorno dell’esserci – e dunque significa impedire all’Essere di trovare la migliore forma. Pound cantando contro l’usura, ha denunciato la grande piaga dell’Occidente che rende impossibile l’abitare: “Con usura nessuno ha una solida casa | di pietra squadrata e liscia” (8). “Usura”, lungi dal ridursi a un fenomeno puramente economico, riflette un modo di pensare e agire totalizzante che rende inabitabile il mondo, giacché piega l’uomo a un’esistenza disumana, sgretolando la domus in cui l’Essere poeticamente si disvela: “con usura | non v’è chiesa con affreschi di paradiso | harpes et luz | e l’Annunciazione dell’Angelo”. Usura comporta l’usura delle migliori forme dell’Essere e l’affievolirsi della sua luce – essa, rendendo fragile ogni dimora, nega la possibilità di un felice soggiorno: “con usura nessuno trova residenza amena”. Proprio perché più non abita autenticamente, l’uomo non sa creare la migliore forma dell’Essere. Eppure – un poeta ce lo annunzia – là ove è il rischio “anche ciò che salva cresce” (9). Colui che ha forza per creare nuove e ricche forme, l’uomo poetico, colui che ha orecchio per udire ciò che l’Essere qui ed ora ci chiede e ha bocca per riferire, sa posare la feconda pietra per un più ameno abitare.
BERARDINI, Sergio Fabio, Il poeta e la soglia. Etica ed estetica tra Kierkegaard, Heidegger e Pound, in “NotaBene. Quaderni di studi kierkegaardiani”, 7/2009, pp. 95-111
NOTE
(1) F. Nietzsche, La nascita della tragedia, Adelphi, pp. 31-32.
(2) S. Kierkegaard, Il più infelice, in Enten-Eller, vol. ii, Adelphi, p. 117.
(3) S. Kierkegaard, Diapsalmata, in Enten-Eller, vol. i, Adelphi, p. 94.
(4) F. Nietzsche, Su verità e menzogna in senso extramorale, Adelphi, p. 229.
(5) G. Leopardi, Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare, in Operette morali, Garzanti, p. 108.
(6) S. Kierkegaard, L’equilibrio tra l’estetico e l’etico nell’elaborazione della personalità, in Enten-Eller, vol. v, Adelphi, p. 48.
(7) E. Pound, I Canti Pisani, lxxxi, in I Cantos, Mondadori, p. 1021.
(8) E. Pound, La quinta decade dei cantos, xlv, in I Cantos, Mondadori, p. 445.
(9) F. Hölderlin, Patmo, in Le liriche, Adelphi, p. 667.
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