Per una confutazione della critica rivolta dalla logica formalistica alla dialettica hegeliana

 

di AntonioLombardi

Anselm Kiefer, I sette palazzi celesti

«Quando un hegeliano nelle sue affermazioni improvvisamente si contraddice, sentenzia: "ora il concetto è trapassato nel suo contrario."»[1]

 

«Una filosofia la cui tesi fondamentale afferma "l'essere è il nulla" è da manicomio.»[2] 

 

Queste due caustiche sentenze di Arthur Schopenhauer sono altamente indicative delle perplessità che il sistema filosofico di G. W. F. Hegel e, in particolare, l’impalcatura logica che ne costituisce il fondamento hanno da sempre suscitato, e continuano a suscitare, agli occhi di coloro i quali vedevano nella imponente sistemazione hegeliana la prima radicale messa in discussione del “principio più sicuro di tutti”[3], “quello intorno al quale è impossibile cadere in errore”[4]: il principio di non-contraddizione, ovvero l’assioma, la legge incontrovertibile del pensiero sulla quale si erge tutta la logica aristotelica, il privilegiato modo di procedere del pensiero filosofico e scientifico occidentale e, naturalmente, di noi tutti quando ci troviamo usualmente a discorrere di qualsivoglia cosa.

 

“È impossibile che la stessa cosa, ad un tempo, appartenga e non appartenga a una medesima cosa.”[5]

 

Già F. A. Trendelenburg nel 1840 (Hegel muore nel 1831), nel terzo capitolo delle sue “Indagini logiche”, prende le distanze dal “metodo dialettico”[6], guardando ad esso come un errato attentato alla logica di matrice aristotelica. A lui, infatti, molto più che ad altri, è attribuito il rapido declino dello hegelismo nell’università di Berlino durante la metà del XIX  secolo, in quanto, a differenza di altre filosofie antihegeliane, colpiva il sistema dritto al suo cuore logico e, di conseguenza, ontologico. Per non parlare di K. R. E. von Hartmann, il quale successivamente sosterrà che i logici non possono discutere con gli hegeliani proprio per il loro rifiuto del principio di non-contraddizione.[7] Critiche più celebri a questa ”attitudine antiaristotelica” dell’hegelismo sono state mosse, com’è noto, da A. Schopenhauer, da S. Kierkegaard, da K. R. Popper.

 

Sorge quindi spontanea la domanda:

 

Hegel appartiene a quella schiera di pensatori che, stando a quanto scrive Aristotele nella Metafisica, “affermano che la stessa cosa può essere e non essere e, anche, che in questo modo si può pensare”[8], “come, secondo alcuni, avrebbe detto Eraclito”[9] e che, come Protagora, Anassagora e Democrito “si sono formati la convinzione che i contrari e i contraddittori possano esistere insieme, vedendo che i contrari derivano da una medesima cosa”[10], contraddicendosi nel momento stesso in cui formulano una proposizione?

 

Verrebbe subito da rispondere affermativamente, solo leggendo le brevi righe di due tra i paragrafi più decisivi dell’Enciclopedia, quelli con i quali Hegel dà inizio all’imponente esposizione della sua Logica e in cui sembrerebbe davvero che rifiuti ciò che per Aristotele è invece irrefutabile, inconfutabile, indeducibile:

 

“L'Essere puro costituisce l'Inizio perché esso è tanto pensiero puro quanto anche l'Immediatezza indeterminata e semplice. Il primo Inizio, infatti, non può essere nulla di mediato e di ulteriormente determinato.”[11]

 

“Ora, questo Essere puro è l'astrazione pura. Esso è quindi quell'Essere assolutamente negativo che, preso in maniera altrettanto immediata, è il Nulla.”[12]

 

Ha dunque ragione Schopenhauer, quando taccia l’hegelismo di follia? O Sartre quando in una pagina dell’ L’essere e il nulla scrive: “Anche negando dell’essere tutto ciò che si vuole, non si può fare in modo che esso non sia, per il fatto stesso che si nega che esso sia questo o quello. […] Hegel dimentica che il vuoto è vuoto di qualche cosa. Ora l’essere è vuoto di ogni determinazione, tranne che dell’identità con sé stesso; ma il non-essere è vuoto d’essere. Ciò che bisogna ricordare, insomma, contro Hegel, è che l’essere è e il nulla non è.”?[13]

 

Sartre, inoltre, in una nota a questa pagina[14] rileva che è stato proprio Hegel il primo a notare che ogni negazione è negazione determinata (‘Omnis determinatio est negatio’, secondo la formula di Spinoza) e trova strano, alla luce di questo, che il filosofo tedesco abbia posto sul medesimo piano essere e non-essere, sottolineando come “l’uso che facciamo della nozione di nulla nelle forme abituali presuppone sempre una specificazione preliminare dell’essere”.[15]

 

Così, nella frase ‘Non toccare niente!’, la parola ‘niente’ presuppone una specificazione/determinazione ontologica che potrebbe suonare ad esempio ‘degli oggetti presenti in questa stanza’ o ‘degli abiti che ho nel guardaroba’ e che appunto è quel quid essente a cui la negazione, ch’è appunto negazione di un quid e, perciò, negazione determinata, viene riferita a posteriori; cioè quell’essere determinato che va, in maniera altrettanto determinata, negato. Sartre, dunque, si preoccupa di tenere in chiaro che una differenza sostanziale sussiste tra essere indeterminato e nulla indeterminato (quell’Essere e quel Nulla a cui i paragrafi dell’Enciclopedia si riferiscono): il primo è, mentre il secondo non è; mentre il nulla determinato, la negazione appunto, ha essere solo in quanto da un essere è preceduto.

 

Ora, come è possibile tenere assieme questo fatto, cioè il fatto che ogni negazione è negazione determinata, che pure Hegel tiene presente (e Sartre non manca di specificarlo), col fatto che nella logica hegeliana l’Inizio è costituito proprio da questa “strana” coincidenza/identificazione dell’Essere con il Nulla che sembrerebbe addirittura accostare il pensiero di Hegel a quello di un sofista quale può essere un Gorgia, il quale sosteneva che “nulla è”?

 

Conviene prendere in esame ancora le parole di Hegel, in questo caso quelle della Scienza della Logica del 1812:

 

“L'essere è l'Immediato indeterminato. Esso è scevero della determinatezza. […]

 

Essere, puro essere, senza nessun'altra determinazione. Nella sua indeterminata immediatezza  esso è simile soltanto a se stesso, ed anche non dissimile  di fronte ad altro; non ha alcuna diversità né dentro di sé, né all'esterno. Con qualche determinazione o contenuto, che fosse diverso in lui, o per cui esso fosse posto come diverso da un altro, l'essere non sarebbe fissato nella sua purezza. Esso è la pura indeterminatezza e il puro vuoto. Nell'essere non v'è nulla da intuire, se qui si può parlare d'intuire, ovvero esso è questo puro, vuoto intuire stesso. Così non vi è nemmeno  qualcosa da pensare, ovvero l'essere non è, anche qui, che questo vuoto pensare. L'essere, l'indeterminato Immediato, nel fatto è nulla, né più né meno che nulla. […]

 

Intuire o pensar nulla, ha dunque un significato.  I due si distinguono; dunque il nulla è (esiste) nel nostro intuire o pensare, o piuttosto è lo stesso vuoto intuire e pensare ch'era il puro essere. Il nulla è così la stessa determinazione o meglio assenza di determinazione, epperò in generale lo stesso, che il puro essere.”[16]

 

Com’è possibile notare, ciò su cui Hegel insiste è appunto la indeterminatezza immediata quale carattere fondamentale che accomuna l’Essere e il Nulla e li identifica, superando la loro astratta separazione. Se “omnis determinatio est negatio”; se, cioè, determinare qualcosa comporta sempre il non-determinare tutto ciò che è altro da tale qualcosa, e perciò, in fin dei conti, determinarlo anch’esso e negarlo; se il ‘non’ presuppone sempre l’essere determinato e qualsiasi essere determinato si voglia considerare presuppone sempre un ‘non’ a cui tale considerazione si oppone e dal quale emerge nella sua determinatezza, l’assenza totale di determinatezza comporta l’assenza totale di qualsivoglia essere, l’assenza totale di qualsivoglia intuire o pensare, il vuoto appunto.

 

Hegel non fa che mantenersi nell’orizzonte entro il quale si mosse Platone per sfuggire alle insidie dell’Eleatismo.[17] Negare non significa negare l’essere, bensì presupporlo, darlo per scontato: tolto l’Altro, tolta cioè la negazione, scompare anche ciò che Altro non è. L’Altro senza Altro da sé non è. L’Altro senza Altro non ha alcuna possibilità di sussistere e mantenersi come Altro.

 

L’Essere che richiama i caratteri dell’Essere eleatico richiama in realtà i caratteri del Nulla, “esso è simile soltanto a se stesso, ed anche non dissimile  di fronte ad altro; non ha alcuna diversità né dentro di sé, né all'esterno”: non si dice, non si pensa, risulta ineffabile, emerge come un puro e immacolato niente. Forse per questo diede tanto da pensare ai filosofi antichi, gettandoli in circoli e aporie apparentemente senza via d’uscita. L’Essere, in quanto indistinta, pacata e indisturbata indeterminazione, semplicemente non è. Hegel si proietta già oltre l’idea di nulla che i sofisti e gli stessi eleatici potevano possedere: il Nulla non è, è ovvio, e dire che l’Essere indeterminato è, equivale a dire lo stesso: che il Nulla non è. Non v’è essere il quale non sia questo e/o quell’essere: senza il ‘quale’, senza neanche l’ombra di una determinazione, l’essere né è né è pensabile. Ed è per questo che Hegel pretende di aver trovato la verità assoluta: l’essere è questa stessa frattura originaria, è già questa relazione dell’essere con l’essere e se da tale relazione si prova ad astrarlo, si finisce col non pensare, col non intuire, si cade al di fuori dell’essere. Si provi a pensare un essere privo di qualsiasi determinazione, si provi a pensare un essere che non sia un quale e si veda come questo pensare sia letteralmente impossibile, dacché, nel momento stesso in cui si pensa, si pensa a un qualcosa opposto al suo altro in quanto altro da questo qualcosa e il pensare stesso è un’attività “oppositiva”. Pensiamo l’essere solo in quanto siamo essere in rapporto con l’essere; il pensiero, che è sempre pensiero dell’essere, non può sussistere senza il rapporto che lo fonda e lo tiene in vita: quello dell’essere con sé stesso. L’unica indeterminatezza pensabile è l’in-determinatezza, cioè una determinatezza che non è questa determinatezza x: l’indeterminatezza mediata è l’unica indeterminatezza pensabile, l’unica essente.

 

Le parole dell’Enciclopedia sono, a tal riguardo, illuminanti:

 

“L’Unità deve essere colta nella Diversità, la quale è data e posta contemporaneamente a essa. Infatti la vera espressione per il Risultato di Essere e Nulla, cioè per la loro Unità, è ‘Divenire’: e il Divenire non è soltanto l’Unità dell’Essere e del Nulla, ma è l’inquietudine entro sé.”[18]

 

Il Divenire, dunque, come la Verità che si cela dietro questa astratta separazione: la determinatezza come il dileguarsi, il togliersi di due indeterminatezze immediate e perciò astratte, essenti solo in quanto considerate astrattamente dall’intelletto. È importante porre attenzione sull’utilizzo del termine ‘Inquietudine’: un essere che non è dilaniato da un’opposizione, un essere in cui è assente la lotta, il Πόλεμος eracliteo, non c’è. Senza contraddizione, senza relazione di un termine che si oppone ad un altro, non è possibile nemmeno pensare una relazione armoniosa del termine con il suo altro, dacché l’armonia è già di per sé contenuta e svelata in tale opposizione/contraddizione: essa presuppone un accordo tra diversi, essa è tale accordo. Io e l’altro siamo ‘in armonia’ solo in quanto originariamente distinti e uniti in tale distinzione, solo in quanto è nella distinzione che possiamo coglierci come ‘in relazione’; siamo, appunto, in quanto l’uno non è l’altro; io sono identico a me in quanto non sono te e tu non sei me.

 

“Poiché ciascuno è per sé e non è l’Altro, ciascuno ha la sua Parvenza nell’Altro, ed è solo nella misura in cui l’Altro è. [… ] Il Differente ha davanti a sé non un Altro in generale, bensì il suo Altro.”[19]

 

I pericoli in cui il pensiero incorre nel voler pensare l’essere scevro da questa inquietudine sono due: quello di  arrestarsi, di non essere che intelletto astratto, fermo al carattere ‘esclusivo’ dell’opposizione, e quello di uscire totalmente fuori dal processo conoscitivo che muove verso la Ragione, nel tentativo di cogliere un Essere non segnato dalla determinazione che necessariamente, s’è visto, gli compete. Non è, forse, quest’ultimo il pericolo in cui si erano imbattuti i romantici e, successivamente, in cui si imbatterà Heidegger, anch’egli costretto a ‘cantare’ per giungere a quell’Essere (oggetto della sua indagine ontologica) che altro non è che l’”Immediatezza indeterminata e semplice” di cui scrive Hegel?[20]

 

Vale la pena citare, a questo proposito, alcune frasi della Logica di Benedetto Croce, che si contraddistinguono per la loro chiarezza ed espongono in maniera esaustiva e concisa questa inquietudine, la quale è inseparabile da quell’unità che comunque l’essere costituisce, a meno di non cadere nell’errore di “far getto delle distinzioni” e ottenere così un’“unità vuota, priva di organismo, un tutto senza pari, un semplice di là delle rappresentazioni, e perciò ineffabile; onde si ritorna per altra via al misticismo.”[21] Essere ed ente sono due facce della stessa medaglia ed è impensabile tentare di conoscere l’uno lasciando da parte l’altro: un’unità priva di determinazioni è per l’appunto vuota, qualcosa di puramente astratto. Lasciamo parlare ancora Croce:

 

“Un tutto è tutto solamente perché e in quanto ha parti, anzi è parti; un organismo è tale perché ha, ed è, organi e funzioni; un’unità è pensabile solamente in quanto ha in sé distinzioni ed è l’unità delle distinzioni. Unità senza distinzione è altrettanto repugnante al pensiero, quanto distinzione senza unità.”[22]

 

La Verità di Hegel, il Fondamento di ogni conoscere che voglia essere razionale, è dunque “l’Unità dell’Identità e della Differenza”[23], il fatto che “il vero carattere essenziale del Qualcosa non è la sua determinazione come Identico a sé , né come Diverso, né come mero Positivo o mero Negativo, ma consiste in ciò: Il Qualcosa ha il suo essere in un Altro, il quale, in quanto Identico-a-sé del Qualcosa, è la sua Essenza.”[24]

 

È possibile, giunti a questo punto, rispondere alle domande poste all’inizio della nostra trattazione, le quali possono così essere riassunte: il sistema hegeliano è contraddittorio? Il sistema hegeliano rifiuta il principio di non-contraddizione?

 

Fatte le dovute precisazioni, ora non possiamo che rispondere negativamente: la logica dialettica, lungi dal rifiutare il principio di non-contraddizione, lo ricomprende al suo interno e si muove in direzione di una sua ricollocazione squisitamente razionale, spoglia dei limiti dell’intelletto e completamente al di fuori dell’indeterminazione astratta. Il metodo dialettico penetra nel vivo della Contraddizione, mettendone in risalto il carattere essenziale: cioè quello di essere Fondamento del reale. Ciò non vuol dire che il reale è essenzialmente contraddittorio nel senso in cui la contraddizione è concepita dal senso comune. A questo proposito è necessario spendere qualche parola in più per chiarire cosa sia effettivamente la contraddizione così come viene intesa quando, per esempio, accusiamo qualcuno di essersi contraddetto, o quando rileviamo la falsità di un argomento dal semplice fatto che esso nega ciò che afferma. La contraddizione è, in questo caso, non la coesistenza, l’essere all’unisono dei due opposti; ma proprio il loro non coesistere, il loro non essere presente l’uno dinanzi all’altro. Contraddittoria è la non capacità del ‘positum’ di tenere ferma e innanzi a sé la negazione in quanto sua negazione, in quanto altra da sé. Il contraddirsi, così come lo incontriamo nel linguaggio comune, equivale al non aver presente la reale opposizione che sussiste tra gli opposti, il guardare a questi ultimi come due entità non presenti l’una all’altra, non dialoganti in quanto non ferme ognuna come il ‘non’ dell’altra. Contraddirsi è non vivere la distinzione/opposizione (la quale sussiste realmente) sino al punto di passare dall’uno all’altro degli opposti come se essi opposti non siano, come se opposizione non ci fosse tra loro, e quindi come se si ignorasse il rapporto che indissolubilmente li lega. Opposizione è relazione. Relazione è opposizione. Non v’è che legame e non tenere presente questo dato di fatto conduce inevitabilmente all’errore.

 

Allora come si può dire che Hegel rifiuta il principio di non-contraddizione se è proprio lui a scrivere:

 

“Il principio del terzo escluso è il principio dell'intelletto determinato, il quale vuole tenere lontano da sé la Contraddizione e, nel fare ciò, vi cade pienamente.”?[25]

 

La confutazione stessa di Hegel si basa sulla contraddizione e fa leva appunto sull’incompatibilità che si viene a creare tra il principio di identità e il principio del terzo escluso, semplicemente prendendo atto del fatto che negando la Contraddizione si finisce per ricadervi necessariamente. La Contraddizione non come un virus da debellare, ma come la legge che presiede a qualsiasi discorso di senso compiuto, come ciò che fonda ogni posizione:

 

“La Differenza in sé conduce al principio: ‘Tutto è qualcosa di essenzialmente differente’ - oppure, come lo si è altrimenti espresso: ‘Di due predicati opposti, a un Qualcosa ne spetta soltanto uno, e non si dà un terzo termine.'

 

Questo principio di Opposizione contraddice nel modo più esplicito il principio di Identità. Secondo quest'ultimo, infatti, un Qualcosa dev'essere soltanto Relazione a sé; secondo il principio di Opposizione, invece, un Qualcosa dev'essere un Opposto, dev'essere Relazione al suo Altro.

 

Solo la tipica miopia dell'intelletto astratto porta a mettere l'uno accanto all'altro due simili princìpi contraddittori e a farne delle leggi senza nemmeno confrontarli.”[26]

 

La Differenza in sé è appunto quella identità formale e astratta che, come per il discorso riguardante Essere e Nulla, non è se non in quanto considerata dall’intelletto: nel porre due termini opposti si è già affermata la loro indissolubile opposizione, si è già appunto negato il loro essere l’uno avulso dall’altro, si è già tolta di mezzo la Differenza in sé. La pura Relazione a sé svanisce non appena si pone qualcosa che è altro da tale relazione. L’Identità formale non è che un’Identità ricavata per astrazione dalla Differenza che la relaziona ad un'altra Identità. Hegel è chiarissimo:

 

“Il principio del terzo escluso […] dice infatti: ‘A dev'essere o +A o –A’. In tal modo, però, è già enunciato il terzo termine, cioè l'A che è né + né -, e che è altrettanto posto quanto +A e quanto -A. Se si formula l'espressione +O per indicare 6 miglia in direzione ovest, e -O per indicare invece 6 miglia in direzione est, e poi si eliminano il + e il -, le sei miglia di percorso o di spazio restano sempre 6, con o senza l'opposizione. Perfino il mero più-e-meno del numero o della direzione astratta hanno, se si vuole, un loro terzo termine, che è lo zero.”[27]

 

L’‘aut-aut’ non è che un momento ideale alla stessa stregua dell’identità astratta: la verità di entrambi è la Contraddizione. Dire “o … o …” è già dire del terzo termine che lega le due Identità formali. Identità, non-contraddizione e terzo escluso recano al loro interno il proprio superamento verso quel Fondamento a cui prima abbiamo fatto riferimento.

 

Tirando le somme, vediamo cosa dice Hegel della logica di Aristotele nelle sue Lezioni sulla Storia della Filosofia:

 

“Sennonché a questo punto riappare, e in sommo grado, il difetto di tutta la maniera aristotelica – nonché di tutta la logica posteriore: nel pensiero e nel movimento del pensiero come pensiero i singoli momenti cadono l’uno fuori dall’altro.”[28]

 

Il nocciolo della questione sta tutto qui: finché si vorrà pensare solo astrattamente, in maniera formale, secondo il modo peculiare dell’intelletto, in nessun modo si potrà giungere a quella sistematicità e a quel rigore che appartiene alla Ragione sola, la quale, come sa chiunque abbia studiato un po’ di Hegel, unisce e ricomprende ciò che l’intelletto separa, senza mai rifiutare o eliminare nulla di ciò che sul suo cammino incontra, bensì assegnandovi il giusto posto all’interno del sistema della verità. Agli occhi dell’intelletto, come Hegel ripete più e più volte sia nell’Enciclopedia che nella Scienza della Logica, questa riunificazione apparirà per forza di cose come qualcosa di assurdo e incomprensibile: solamente elevandosi ad un livello logico che tenga conto sia della forma che dei contenuti, sia dell’universale che del concreto, sia dell’uno che del distinto, sarà possibile comprendere appieno l’autentico movimento dialettico del pensiero.

 

 

[1] Schopenhauer A., L’arte di insultare, Milano, Adelphi, pag. 78

 

[2] Ivi, pag. 79

 

[3] Aristotele, Metafisica, Milano, Bompiani, pag. 143.

 

[4] Ibidem.

 

[5] Ivi; pagg. 143-144.

 

[6] Il capitolo in questione è intitolato proprio “Die dialektische Methode”.

 

[7] Cfr. l’intervista dell’Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche a Guy Planty-Bonjour Hegel e il principio di non-contraddizione.

 

[8] Aristotele, Metafisica, Milano, Bompiani, pag. 145.

 

[9] Ibidem.

 

[10] Ivi; pag. 163.

 

[11] Hegel G. W. F., Enciclopedia delle scienze filosofiche, Milano, Bompiani,  pag. 233.

 

[12] Ivi; pag. 235.

 

[13] Sartre J.-P., L’essere e il nulla, Milano, Il Saggiatore, pag. 50

 

[14] Ivi; pag. 713

 

[15] Ivi; pag. 50

 

[16] Hegel G. W. F., Scienza della logica, Bari, Laterza, vol. 1, pagg. 84-85

 

[17] Cfr. Platone, Sofista

 

[18] Hegel G. W. F., Enciclopedia delle scienze filosofiche, Milano, Bompiani,  pag. 241

 

[19] Ivi; pag. 277

 

[20] L’opera di M. Heidegger è tutta fondata sull’assoluta opposizione tra essere ed ente e si sviluppa, sin dai primi paragrafi di Essere e tempo, nel tentativo di cogliere l’essere come qualcosa che non è in nessun modo riconducibile all’ente, sebbene con esso e, in particolare, con l’ente uomo intrattenga un rapporto privilegiato. La domanda circa l’essere, secondo Heidegger, si sarebbe via via spenta proprio perché si è iniziato, a partire da Platone e Aristotele, a tematizzare l’essere solo in quanto ente. Una tradizione questa che, come scritto nel §1 di Essere e tempo, nella sua logica Hegel mantiene viva, rimanendo dell’idea che “una comprensione dell’essere è già sempre inclusa  in tutto ciò che si coglie dell’ente”, secondo la formula di San Tommaso d’Aquino. Effettivamente, su questo punto, non si può che dar ragione ad Heidegger, in quanto nella logica hegeliana unità e determinatezza dell’essere non sono separabili che astrattamente.

 

[21] Croce B., Logica come scienza del concetto puro, Bari, Laterza, pag. 47

 

[22] Ibidem.

 

[23] Hegel G. W. F., Enciclopedia delle scienze filosofiche, Milano, Bompiani; pag. 281

 

[24] Ibidem.

 

[25] Ivi; pag. 277

 

[26] Ibidem.

 

[27] Ivi; pagg. 277-278

 

[28] Hegel G. W. F., Lezioni sulla storia della filosofia, Firenze, La Nuova Italia, pagg. 386-387