La vita come ricerca
di Sergio Fabio Berardini
Un giorno questo uomo si è alzato e ha voluto conoscere il mondo che gli si estendeva innanzi. Ha voluto vederlo nella sua totalità – non potendo sopportare l’esistenza di «colonne d'Ercole» davanti a sé e accettare di buon grado che altra acqua potesse scorrere al di là del suo mare. Per non perire in acque vorticose pensò bene di dotarsi di un grande veliero. "Non so", disse mentre navigava con lo sguardo assorto verso l'infinito. "Non so", come il vecchio capitano di mare che un giorno disse così al giovane e inesperto mozzo che gli chiedeva di continuo se era sicuro della rotta, dei venti e delle correnti – con grande delicatezza, all'ingenua domanda: "non è meglio percorrere l'altra rotta, come fanno tutte quelle navi?", egli rispose: "non so, forse hai ragione tu… ma, guarda: dai un’occhiata laggiù", continuò indicando col dito l'orizzonte: "cosa vedi?" Il mozzo guardò a lungo e balbettò: "beh, una leggera foschia". "Si direbbe un fronte d'aria fredda, non credi?" "Eh, già!" esclamò con stupore il giovane. "E il mare a poppa, lo vedi com'è?" incalzò il capitano continuando a sorridere. "È increspato: arriva il vento!" "Già, così sembra. Ma la rotta che hai consigliato tu…" "La rotta…, beh, quella… ma è chiaro che il vento… però sembrava…" "Ti sei lasciato sedurre dall'apparenza" sentenziò infine il vecchio. Così il capitano spinse sempre più lontano la propria nave, raggiungendo e superando vasti mari, mentre il mozzo qualcosa la imparò: in quel "non so" s'era rivelato un grande sapere. Ugo Spirito ha scritto che queste due parole, "non so", «contengono una dualità che non mi è dato di eliminare […] Non so e cioè so nulla, ignoro tutto. Affermazione e negazione, negazione e affermazione. Sintesi di opposti» (1). Una contraddizione che induce all’indagine e che svela che ogni cosa è in lotta – perché ovunque è contendersi tra il tutto e il nulla. Il mozzo sa ben poco, e quel "non so" in un primo momento gli appare come un'affermazione – ignoranza che è immobilità di pensiero. Invece per il vecchio "non so" è la stessa vita, è tensione verso la totalità quando il rischio è trovarsi nel niente. La vita è questa tensione:
E state pur certi che Colombo fu felice non quando scoprì l'America, ma quando viaggiava alla sua ricerca: state certi che il momento più intenso della sua felicità lo raggiunse forse tre giorni prima della scoperta del Nuovo Mondo, quando l'equipaggio in rivolta per la disperazione per poco non fece indietro, alla volta dell'Europa! A Colombo poco sarebbe importato del Nuovo Mondo anche se fosse sprofondato! Colombo morì quasi senza averlo visto, morì senza sapere che cosa avesse scoperto in realtà. Quel che importava era la vita, solo la vita, quel che importava era la ricerca, incessante, eterna e nient'affatto la scoperta! (2)
Colombo non vuole sapere cos'è l’America – bensì desidera la sua ricerca. Egli non sa ed è teso tra il tutto e il niente. Tensione tra un equipaggio che vuole tornare a casa e una terra che oltre l’orizzonte lo chiama. Ma il "non so" è anche e soprattutto una cosa terribile – come terribile è la vita. Serve una rotta, la rotta corretta da seguire, per poter sopportare ciò che di tremendo si cela dietro a questa antinomia. Pur di sapere si è disposti a negare la propria sapienza. Pur di credere in un'assoluta sapienza, ci siamo immersi nell'ignoranza – pur di guardare in alto, pur di avere un motivo per guardare in alto, siamo caduti dentro un pozzo. E la rotta è propria questa: il "tutto" contenuto nel "non so" – cioè il "so" – che però non dev'essere mai raggiunto, perché se un giorno lo raggiungessimo finiremmo con lo stare fermi, immobili, e questo, come saggiamente sottolinea il Diavolo apparso a Ivan, Karamazov «comporterebbe ovviamente la fine di ogni cosa» (3). Peggio, potrebbe sorgere il sospetto che quel "non so" non significa in realtà nulla e che è solo una menzogna. La rotta per funzionare non deve avere una fine – deve essere un viaggio eterno – perché la fine del viaggio coincide con la fine del nostro fine: la ricerca. La ricerca vuole il tutto e il niente insieme: il Sapere e il non sapere – l'episteme e la agnoia. E colui che cerca, l'uomo, si mette nel mezzo: egli ha opinione – doxa. «L'opinione sarà dunque intermedia tra scienza e ignoranza»(4) e chi sceglierà di seguire la giusta rotta – l'episteme – sarà un amante della sapienza – un filosofo –, chi riposerà sulla propria natura senza vivere la tensione «tra ciò che assolutamente non è e ciò che assolutamente è» (5), opinando la rotta senza avere il giusto riferimento, sarà un amante dell'opinione – un filodosso.
Dunque è per poter andare alla ricerca di sé – in quanto la vita è ricerca – che l'uomo dice di "non sapere" – è per tendere alla verità che
rinuncia a possederla. È per avere in vista il positivo che l'uomo evoca il negativo – che si apre ad esso. Siamo dunque al A è A e non è non-A: l'uomo decide di avere sempre in vista A – il
tutto – per non cadere nel non-A – nel niente. "A è A e non è non-A" è la giusta rotta. Ma perché questa formula esista è necessario che esista A e non-A – cioè è necessaria la contraddizione:
«perché la logica formale resti in piedi è necessario che si compia il miracolo di un A che sia insieme A e non-A» (6). Allora se c'è qualcuno che soffre per questa antinomia – se non regge la
tensione tra A e non-A, tra il tutto e il niente, tra il positivo e il negativo – viene il sospetto che egli soffra per il semplice motivo che crede che esista una tensione tra A e non-A, che
crede nell'antinomia. Aprendosi alla propria finitezza, il sapiente predica la propria ignoranza e patisce la propria incompletezza. Pur di avvicinarsi alla verità, egli sceglie di "non sapere" –
sfiora la certezza, ma si persuade di non poterla possedere. Così "non so" diventa cosa per menti forti – eppure, successivamente, diventa anche una cosa di tutti: chi "non sa" non indugia a
indicare la verità col dito, mentre chi guarda il dito, perché non ha nient'altro da guardare, è lo stupido, il mozzo, il filodosso – colui che, libero dal dubbio, si fissa sul dato. La
verità è venduta al mercato, si fa senso comune, e ognuno partecipa di essa: nel dito – e nel dato – c'è il godimento della visione. Così quel primo "non so" – pronunciato dal solo che ha avuto
veramente la forza, forse anche per un secondo, di reggere il peso dell'antinomia –, trasformandosi, è passato sulla bocca di tutti – filosofi e filodossi – segnando le sorti
dell’Occidente. Un "non so" alterato perché, dopo quel giorno, l'unico in cui il sole ha brillato veramente, l'umanità ha pensato bene di tenere per sé unicamente il "so" rinnegando il "non",
facendo così di se stessa la civiltà della volontà di potenza: volontà del tutto, volontà d'episteme, volontà di sapere. [...] In questo modo l'Occidente ha mostrato la propria ignoranza
– la propria agnoia (7). La paura del fuoco ha fatto in modo che l'uomo scegliesse l'acqua per imbarcarsi alla ricerca della via salvifica: ha fatto in modo ch'egli si
innamorasse del sapere. Ma questo sapere è stato innalzato a sapere incontrovertibile al fine di farne un sapere capace di proteggere e guidare in modo assoluto. Dal "non so" si giunge all'"io
possiedo il sapere" – dal "niente col tutto" al "tutto senza il niente": il pensiero «non riesce ad acquietarsi nella constatazione dell'antinomia, ad accantonare il problema, a fermarsi in una
sintesi di essere e nulla che sia giustapposizione dei due termini, a riposare sul due» (8) e si fa tensione verso l'Uno. Povero quell'uomo che all’alba della conoscenza per primo disse: "non so"
– ancor prima di farsi sera, avendo paura del buio e volendo immobilizzare il sole che aveva evocato, finì per affermare il proprio sapere per sé e per i propri figli. Figli che sono giunti fino
a noi.
BERARDINI, Sergio Fabio, Nichilismo e rivolta. Variazioni filosofiche su letture dostoevskijane, il Poligrafo, Padova 2008, pp. 153-157
(1) U. Spirito, La vita come amore. Il tramonto della civiltà cristiana, p. 2.
(2) F. M. Dostoevskij, L’idiota, Garzanti, p. 458.
(3) F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, p. 888.
(4) Platone, La Repubblica, Libro V, 478d.
(5) Ibidem, 479d.
(6) U. Spirito, La vita come amore. Il tramonto della civiltà cristiana, p. 7.
(7) Che l’ignoranza (agnoia) sia collegata al non essere Platone ce lo fa capire più volte: «ciò che è in maniera perfetta è perfettamente conoscibile, ma ciò che assolutamente non è, è completamente inconoscibile» (Platone, La Repubblica, Libro V, 477 a) e, ancora: «ora la conoscenza non si riferisce a ciò che è, e la non conoscenza, necessariamente, a ciò che non è?» (Ibidem). Allora il nichilismo, questa aspirazione al nulla (nihil), è forse riconducibile a quell’ignoranza (agnoia) che l’Occidente ha fatto propria nel momento in cui ha abbandonato la strada che, dividendole, univa le parti dell’intero, per stabilirsi in quella parte che, isolata in se stessa, è niente. È a partire da questa condizione che l’Occidente deve pensare la propria colpa: «il peccato da espiare è evidentemente l’agnoia o agnosia, l’ignoranza o incoscienza» (C. G. Jung, Aion. Ricerche sul simbolismo del Sé, cit., § 13, p. 181).
(8) U. Spirito, La vita come amore. Il tramonto della civiltà cristiana, p. 4.
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