L'uomo e la filosofia - parte prima: l'uomo e l'assoluto
di Enrico Tommaso Spanio
Per l’antico, per l’uomo prima di Socrate, la cosa è tutto, e quello che resta agli uomini è di sparire in essa. Tutto è già fatto, si tratta di prenderne atto e di adeguarsi. Contro questo principio degli antichi, che vuole il tutto come determinatezza perfetta, eterna o eternamente ritornante nella sua perfezione, Socrate oppone quel principio illimitabile e autonomo che vive nell’uomo e che egli chiama e pensa come il divino in lui, come la sua anima. Ed è sul fondamento di questo principio divino che l’uomo si ribella alla propria pretesa assoluta finitezza e determinazione. È perché si conosce come anima, è perché sente di portare in sé il divino, che l’uomo può interrogarsi su di esso senza empietà e senza ridicolo. L’anima, insomma, non è più il soffio, il respiro naturale dell’uomo, come per Omero, ma elemento di divino in lui, l’anima è, infatti, divenuta per Socrate principio autonomo di movimento, di “autodeterminazione”, di “immortalità”. Ed è proprio in quanto possiede l’anima, così intesa, che l’uomo non può più essere un puro finito, qualcosa che è semplicemente determinato da altro e da questo dipendente. L’uomo in quanto anima pretende per sé un elemento di autonomia, di assolutezza. All’essere umano non è più consentito di acquietarsi e di sparire dietro la cosa in un pura naturalità, perché il principio divino che è in lui si ribella a questo destino. La divinità del mondo non può soffocare quella dell’uomo, egli non è meramente l’oggetto su cui si dirigono le forze del mondo, il trastullo degli dèi, ma è egli stesso centro di forza propria. Egli non è compiuto, circoscritto, essenzialmente già fatto, ma, al contrario, illimitabile, aperto, essenzialmente da fare. Socrate, aprendo la storia del moderno, gli affida l’uomo come compito. Egli, definendo il principio illimitabile in lui come la “sua” anima e definendo questa come elemento immortale e capace di autodeterminazione, sottrae gli esseri umani alla catena del puramente condizionato e invoca per loro un elemento di assolutezza. Questa figura del pensiero che introduce stabilmente il divino nell’uomo, quasi come un suo possesso, questa figura è uno dei momenti più importanti della storia e questa figura abbiamo chiamato Socrate.
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Con la morte di Socrate muore l’uomo antico, l’uomo come semplice naturalità e nasce l’uomo come spirito, come personalità: l’uomo moderno. Ma l’eredità che Socrate, morendo, consegna nelle mani della modernità è un enigma ancora più inquietante dell’antico. L’uomo che egli ha evocato è un essere insieme più grande e più terribile. L’assolutezza, la divinità che l’antico relegava nel mondo a lui esterno ed in questo onorava, il moderno l’ha trovata anche dentro se stesso. Ma nello stesso tempo l’assolutezza e la divinità sono unite in lui alla finitezza, alla limitazione, alla debolezza. Ora quello che si tratta di pensare è come in un unico essere possano coesistere l’assolutezza e la dipendenza. L’assolutezza che il pensiero filosofico ha condotto dentro l’uomo deve essere conciliata con la sua sensibile e sofferta debolezza. L’enigma ha raggiunto ora una maggiore oscurità e la vita che lo incarna una maggiore esposizione al dolore. Un più grande dolore, perché d’ora in poi la finitezza sarà avvertita, sempre più, come ciò che deve essere tolto: come ciò che è intollerabile ed insieme come ciò che con più evidenza ed immediatezza appartiene all’esistenza umana. La corporeità, nelle sue limitazioni, sarà sempre più intesa come negazione dell’infinità. L’uomo comincerà a sentire la propria finitezza come un carcere, come una bara in cui è seppellito il suo elemento divino. Sentita così la vita diviene scissione in se stessa e dolore. L’assolutezza di un essere finito e la finitezza di un essere assoluto: ecco l’enigma tragico che l’uomo moderno, l’uomo cristiano è per se stesso.
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Come anima l’uomo è sciolto dalla catena delle finitezze, dal determinismo del puro condizionato, come anima l’uomo è libero, incondizionato, assoluto. Questo è il principio “inaudito” che la Grecia, morendo, ha evocato per l’uomo occidentale: il principio della sua assolutezza. Si è visto che, in questo modo, l’enigma dell’uomo di fronte a se stesso si approfondiva. Come poteva, infatti, egli essere assoluto, ma anche limitato, come poteva l’anima divina unirsi ad un corpo debole e finito e restare assoluta? Ma il problema della convivenza nell’uomo dell’assoluto e del limitato si raddoppia, ora, nel problema della convivenza nel mondo di due assoluti. L’uomo avverte che la sua esistenza come assoluto non deve essere solamente salvata dalla finitezza che ad ogni passo minaccia di distruggerlo, ma anche dall’Assoluto, dal Dio che l’ha generato. Egli, infatti, deve chiedersi come possano esserci due assolutezze, due assoluti: l’uomo e Dio. L’enigma dell’uomo si è fatto contraddizione dolorosa. Da un lato è incomprensibile come egli possa essere assoluto se è legato al corpo e da questo limitato, dall’altro è incomprensibile come gli possa essere assoluto se esiste un Dio che è lui l’Assoluto stesso. […] L’uomo sente così minacciata la sua assolutezza da due lati: dal lato della finitezza che lo umilia e dal lato dell’infinitezza che lo richiude. Perché se il mondo c’è già tutto e la vita dell’uomo è già tutta compresa nella mente di Dio, come un tempo nella natura, allora l’uomo si sentirebbe libero, non perché assoluto, ma perché ignorante. L’uomo come anima sarebbe, ora, limitato allo stesso modo in cui lo era un tempo l’uomo come natura. È facile intuire da questa premessa che, mentre un tempo la ribellione si volse verso l’assoluta natura, essa si volgerà ora verso l’assoluto spirito: verso Dio. […] Bisognava allontanare Dio, porlo fuori dall’uomo e da questa terra, in un regno dei cieli. E, affinché l’uomo avesse salva la sua assolutezza, bisognava allontanarvelo tanto che questa terra mostrasse ovunque i segni di “un Dio perduto”.
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L’uomo, per manifestare la propria assolutezza ed autonomia, aveva negato la natura come assoluto e affermandosi come anima, aveva aperto il mondo dello spirito. Ora, divenuto spirito, l’uomo si rendeva conto che lo spirito assoluto, o Dio, negava l’assolutezza umana tanto quanto l’assoluta natura da cui era liberato. Per quanto grandi e potenti fossero stati gli sforzi per conciliare l’assolutezza di Dio con quella dell’uomo, l’Occidente cominciava a dubitare che ci potessero realmente essere due assoluti.
SPANIO, Enrico Tommaso, Il Dio sbagliato, Rubettino, Soveria Mannelli 2002 (dal primo capitolo)
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