Infondatezza e malaeducazione del relativismo
di Gabriele Zuppa
Foto di Matteo Cecchinato
La maleducazione e le volgarità che oggi non smettiamo di rilevare si originano dall’atrofia di uno spirito che tollera tutto. Tollera tutto non perché la sua propria forza gli permetta di farsi carico di qualsiasi peso, ma perché la sua debolezza non gli consente di respingere più nulla. E quando pur si trova a dover respingere, incominciando tardivamente a percepire che la tolleranza di qualsiasi cosa è la negazione della stessa tolleranza, non può che farlo con gli occhi ciechi dell’autoritarismo.
Il relativismo e il soggettivismo contemporanei formulano le loro conquiste con risultati che li annientano e ci abbandonano alla debolezza di un pensiero che non crede più a nulla, nemmeno a se stesso. L’affermazione della relatività o della soggettività di qualsiasi pensiero – della sua conseguente validità prospettica – relativizza se stessa, contraddicendo la propria pretesa di significatività.
Il problema culturale e politico è altresì un problema sociale ed educativo in senso stretto. I ragazzini che nei ristoranti e nei cinema si agitano in balia della più totale anarchia sono il riflesso dell’anarchia del nostro spirito. Gli alunni che in classe sono divenuti oramai ingestibili sono il segno inequivocabile della nostra incapacità di gestione. Siamo infatti noi stessi ad aver perduto la capacità di padroneggiare qualcosa di elementare ed essenziale al tempo stesso. Relativizzando regole, formalismi ed etichette di ogni sorta abbiamo perso il loro senso più profondo e con esso la capacità di rispettali. Se riuscissimo a penetrare la spessa cortina relativistica, lì, nel fondo, vedremmo di nuovo luccicare un assoluto.
Che cosa sono innanzitutto regole, formalismi, etichette di ogni sorta? Essi sono la formulazione in codici del migliore da farsi, il risultato di millenni di esperienze e riflessione, di battaglie e sconfitte, di tentativi e fallimenti, di appassionato amore e penetrante raziocinio. Vi è qualcosa di grande che parla nelle regole: le innumerevoli storie che non riusciamo ad immaginare, qualcosa di immenso che sfugge alla prospettiva del pertugio di una singola esistenza, magari in formazione.
L’adeguazione ad un codice non impedisce perciò la libera espressione di ciascuno, ma al contrario è l’educazione alla migliore forma di possibilità che finora abbiamo conosciuto. E quel che oggi si intende con libera espressione di ciascuno è in realtà l’asservimento al primo precetto che capita.
Il rispetto di una regola è allora innanzitutto la conseguenza del riconoscimento che l’essenza di ciascuna regola è di essere la sintesi di significati che trascendono la formulazione esteriore che in un primo momento possiamo capire. Quando non comprendiamo la voce millenaria che ci parla dovremmo adoperarci per approfondire i suoi lessici e le sue sintassi invece che decretarne l’insensatezza.
Quandanche il nostro percorso poi ci permettesse di trovare nuove soluzioni, fosse fecondo di indicazioni alternative, anche allora dovremmo salvaguardarci adeguandoci alla regola prima di superarla: sarebbe la prova che la cambiamo non per una nostra debolezza, non per pusillanimità, ma perché di essa abbiamo esperienza concreta. Per amore della regola stessa e delle fatiche che l’hanno generata, per amore degli uomini che vi hanno lavorato ora dobbiamo trascenderla. Il cambiamento è la forma somma del rispetto.
Così, come quando seguiamo una regola prima ancora del contenuto ne rispettiamo l’essenza universale, quando siamo ossequiosi al codice del luogo in cui ci rechiamo o ai modi di chi incontriamo rendiamo omaggio innanzitutto allo sforzo che ha prodotto quel codice, al sentimento che vi è stato profuso. Qualunque sia il giudizio sul quel risultato non dobbiamo mai tradirlo, mai svilirlo perché lì è racchiusa tutta l’intimità della persona, quanto vi è di più sacro, quanto muove i fili della nostra esistenza.
Non appena nell’essenza della regola sentissimo pulsare il commuoversi dell’uomo, questo assoluto arriverebbe presto a illuminare tutte le cose che crediamo relative. Il relativismo risulta facile perché siamo dimentichi dell’intima necessità con la quale ci siamo trovati a scegliere negli eventi della vita. È facile credere di poter scegliere ora questo ora quello una volta fatte cadere tutte le infinite variabili che li vincolano. Ma noi non scegliamo mai solamente un frammento di mondo, scegliamo tutta la trama che compone quel frammento – il mondo intero dal quale trae il suo senso. Un’illusione prospettica ci fa credere di poter fare i conti solo con noi stessi, che le questioni da sbrigare riguardino noi e noi soltanto. Non si sceglie mai soltanto qualcosa per sé scegliendo un frammento, ma qualcosa per il mondo intero: lo si fa brillare di un significato che noi mostriamo possibile e decretiamo migliore all’interno dell’infinita trama che lo compone. Nel nostro agire è coinvolto tutto il mondo con la sua storia universale: quando pensiamo che qualsiasi cosa possa andare bene abbiamo semplicemente perso di visto l’insieme. Solo nell’astratto la scelta è relativa a noi stessi, nel concreto è assoluta.
Secoli fa scorgendo l’essenza storica dell’uomo e delle sue regole iniziammo a vacillare sulle sabbie mobili del relativismo. Quando l’avremo penetrata fino in fondo quest’essenza, ci troveremo su un fondo solido e duro.
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Pensare per vivere meglio
Essere partecipi per capirne di più

