La retorica del relativismo postmoderno:
sospensione del giudizio e tolleranza
Siamo così poco sottratti a quell’arbitrio che pensa astrattamente, che un occhio anche un poco allenato vedrebbe respirare ogni nostro gesto di tutta la storia universale. Eppure la retorica postmoderna, che pure doveva giungerci guidata dalle forze migliori della filosofia del Novecento, lo nega, interpretando la storia nel suo senso ultimo come «contesto»1. Non come contesto organico che deve essere pensato e ricostruito, perché è quello che noi siamo e il mondo, ma come quell’elemento infinitamente scomponibile in cui si frantuma tutta la nostra serietà e in cui perdiamo per sempre tutto il senso della nostra vita2. È nelle nostre istituzioni che non si crede più a niente, intristite e «alla deriva»3, nelle scuole – gli stessi alunni, ancor prima venga proposta loro la filastrocca didattica, sono i più scaltri teorici dell’egoismo e del soggettivismo – ovunque, anche nei dibattiti televisivi di qualsiasi sorta è abitudine imbattersi nelle contraddizioni a cui giunge la contemporaneità, salvo poi non notarle perché è la retorica di cui siamo imbevuti: a chi non è ancora giunto all’orecchio che sarebbe possibile, per esempio, non giudicare, ma solo esprimere il proprio parere? Nondimeno è stato possibile riscontrare le stesse aporie costitutive della logica che fonda tutte le conoscenze, teoriche e pratiche4, che lavorano e agiscono in quella vasta regione dell’intercultura, che tanta parte gioca nel nostro quotidiano.
Si è soliti dire e sentirsi dire che, nel mondo che si sta globalizzando, bisogna avere rispetto dell’Altro. Si ha paura di farsi male – chi non è spaventato dagli scenari internazionali? – e per questo ci si è estrapolati il principio secondo cui non vi sarebbe una civiltà migliore di un’altra o, detta in altri termini, una verità che non sia qualcosa di più che solamente la mia. Difatti, chi non è terrorizzato dai rapporti interpersonali della quotidianità? Per evitare l’incontro vero che quotidianamente sembra minacciarci come uno scontro, si è arricchita inutilmente la retorica del dialogo. E ce ne abbiamo, noi, uno d’oggidì, una speciale forma di plurimonologo, che stordisce seppellendoci di chiacchere.
Siccome nei princìpi che permeano la retorica contemporanea si vorrebbe consentire la socialità dell’uomo, il buon vivere civile – e si crede che solo con essi ciò sia possibile, cercherò di tratteggiare come tutto ciò che siamo e vorremmo continuare ad essere si fondi sull’esatto opposto, iniziando coll’indicare le conseguenze della sua logica.
«Il relativismo è quella concezione del mondo che l’idea democratica suppone», dice lapidariamente, tra gli altri, Kelsen5; in Vattimo il nesso tra relativismo e tolleranza è invece così esplicitato: «che non ci siano fatti, solo interpretazioni (Nietzsche) non è una tesi descrittivo-metafisica che pretenda di essere più vera; è solo, a propria volta, una interpretazione che si raccomanda come più ragionevole, in fondo per motivi etici che con ragioni descrittive»6.
La logica del relativismo:
condizione suprema della violenza
La contraddizione implicita però in questa tesi fondamentale della retorica relativistica dovrà presto divenire palese. Utilizziamo qui di questa tesi un’ulteriore formulazione, data da Eco nel riferirsi all’approccio dell’antropologia culturale:
L’antropologia culturale (che poteva prosperare grazie all’espansione coloniale) cercava di riparare ai peccati del colonialismo mostrando che quelle culture «altre» erano appunto delle culture, con le loro credenze, i loro riti, le loro abitudini, ragionevolissime nel contesto in cui si erano sviluppate, e assolutamente organiche, vale a dire che si reggevano su una loro logica interna. Il compito dell’antropologo culturale era di dimostrare che esistevano delle logiche diverse da quelle occidentali, e che andavano prese sul serio, non disprezzate e represse1.
Rimarrà chiaro, una volta giunto a consapevolezza, che, se le culture fossero coerenti e logicamente solo differenti le une dalle altre, allora ogni approccio verso di loro sarebbe la più gratuita delle violenze. Il pensiero contemporaneo non riconoscendo le ragioni e il modo di dare ragione che era stato della sua tradizione, crede che non sia possibile tout courtpiù alcuna ragione. Che non ci sia una verità che non sia solamente la mia e dunque non sia migliore di nessun’altra verità, insomma che non ci sia una verità, questo agli occhi dei postmoderni sarebbe la condizione perché non vengano perpetrate violenze per qualcosa che, in quanto soggettivo, non le legittimerebbe punto.
C’è qualcuno che in nome della verità mi vuol far fare ciò che non voglio.2
Ma Vattimo, a cui queste parole appartengono, continua a non fare ciò che è necessario faccia, che prenda congedo dal suo dire e da ogni sua pretesa. Colgono infatti facilmente nel segno le numerose critiche che, specie negli ultimi tempi, giungono da più parti. Marconi, per esempio, sottolinea come «il relativista è condannato ad un’indulgenza universale: non può mettere in discussione (e tanto meno condannare) nessun comportamento che sia in qualche modo riconducibile ad un sistema morale diverso da quello che il relativista stesso condivide»3. Impotente contro qualsiasi abuso e violenza, la formulazione di Vattimo è talmente debole che si presta alle obiezioni classiche rivolte allo scetticismo: «Se per esempio affermo che non esistono verità, sto affermando che è veroche non esistono verità. Ma se io revocassi questa pretesa di verità, e dicessi che non parlo per asserire ciò che credo vero, starei ancora facendo un’asserzione? A che gioco linguistico starei giocando, infine? E perché qualcun altro, in questo caso, dovrebbe prendere sul serio quello che dico?»4.
1 Non è qui il caso di ripercorrere il percorso filosofico ricostruito dai postmoderni che avrebbe condotto a loro stessi. A riguardo si può vedere, tra gli altri, G. Chiurazzi (a cura di), Il postmoderno. Il pensiero nella società della comunicazione, Paravia, Torino 1999, S. Blackburn, Truth. A Guide for the Perplexed, Penguin, London 2006, AA.VV., Le nihilisme, Flammarion, Paris 1998. Riportiamo qui a titolo esemplificativo quanto scritto di recente da Vattimo: «I fatti sono un insieme inestricabile di interpretazioni e di datità che non si danno mai se non entro orizzonti interpretativi» (Le ragioni etico-politiche dell’ermeneutica, in E. Ambrosi (a cura di), Il bello del relativismo. Quel che resta della filosofia nel XXI secolo, Marsilio, Venezia 2005, p. 81).
2 A leggere certe pagine postmoderne (e pure certe reazioni), sovviene Gómez Dávila quando scrive: «La pigrizia si serve di qualsiasi formula pur di saltare a piè pari un’idea» (N. Gómez Dávila, Escolios a un texto implícito, II, tr. it. Tra poche parole, Adelphi, Milano 2007, p. 31).
3 Cfr. R. Stella, S. Rizzo, La deriva. Perché l’Italia rischia il naufragio, Rizzoli, Milano 2008. Ricordiamo, tra l’altro, i recenti articoli che hanno suscitato scalpore del New York Times (http://www.nytimes.com/2007/12/13/ world/eu-rope/13italy.html?ref=opinion) e del Times (http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/europe/arti cle3085338.ece), in cui l’Italia viene definita «triste, vecchia e povera».
4 Questo dobbiamo sottolinearlo per non essere fraintesi, dacché i più ancora credono che possa esistere una prassi che non sia guidata da alcuna conoscenza, considerando quindi teorico quel sapere inutile, che, in quanto tale, non dovrebbe essere coltivato. Si veda per esempio Rorty in un intervento contenuto nel volume P. Engel, R. Rorty, À quoi bon la vérité? (2005), tr. it. A cosa serve la verità?, il Mulino, Bologna 2007, p. 56: «Come fanno i filosofi detti “postmoderni” e i pragmatisti ai quali mi associo, si possono considerare trascurabili le questioni tradizionali della metafisica e dell’epistemologia perché non hanno alcuna utilità sociale. Non è che siano sprovviste di significato, né che si basino su presupposizioni false, ma semplicemente il vocabolario della metafisica e dell’epistemologia non ha alcuna funzione sociale».
5 Cfr. D. Antiseri, Relativismo, nichilismo, individualismo. Fisiologia o patologia dell’Europa?, Rubbettino, Catanzaro 2005, pp. 15-24.
6 G. Vattimo, Le ragioni etico-politiche dell’ermeneutica, cit., p. 81.
1 U. Eco, Guerre sante, passione e ragione. Pensieri sparsi sulla superiorità culturale, pp. 94-95, in AA.VV., Islam e Occidente, pp. 91-106.
2 G. Vattimo, Le ragioni etico-politiche dell’ermeneutica, cit., p. 82. Ancora più recentemente invece: «Così, quando penso che devo amare il mio prossimo, non credo che questo dovere corrisponda a una proposizione conoscitiva, alla quale aderire perché è scritta da qualche parte, ma che sia anzitutto un insegnamento, o un invito, che mi proviene da qualche parte, da qualcuno» (Una bioetica post-metafisica, in D. Antiseri, G. Vattimo, Ragione filosofica e fede religiosa nell’era postmoderna, Rubbettino, Catanzaro 2008, pp. 11-12).
3 D. Marconi, Per la verità. Relativismo e filosofia , cit., p. 130.
4 R. De Monticelli, Esercizi di pensiero per apprendisti filosofi, Bollati Boringhieri, Torino 2006, p. 24.
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Gabriele (sabato, 01 ottobre 2011)
Sono al tuo fianco in questo tentativo di difesa! Lavoriamoci! Grazie, a presto.
Giorgio (sabato, 01 ottobre 2011 19:31)
Caro Gabriele, non avevo mai pensato al relativismo in questi termini, e ti ringrazio di questa riflessione, ma il mio timore più grande è che i tuoi interventi possano in qualche modo giustificare posizioni assolutistiche. Anche perchè ho sempre sentito alti esponenti di ideologie dogmatiche criticare con veemenza il relativismo, tanto da indurmi a prenderne le difese quasi si trattasse della democrazia stessa. Buon fine settimana a te! ;)
Gabriele (sabato, 01 ottobre 2011 19:00)
Tutt'altro che risolta dalle posizioni relativistiche postmoderne, senz'altro. Questa una prima conclusione. Una seconda l'incontraddittorietà. Una terza che, come dici tu, anche l'etica abbia una logica. Quindi, sì, direi che qui è più questione di impazienza che di eccessiva problematizzazione.
Anche storicamente la conoscenza in senso proprio è quella vera, cioè quella scientifica (epistemica=incontrovertibile o, quanto meno, incontrovertita). Quando parliamo di verità intendiamo proprio quella.
L'affermazione non è abitualmente così intesa, ma anche così è falsa. Perché il non riconoscimento di differenze (di una gerarchia) può comportare danno per entrambi le parti. O il loro riconoscimento può comportare il beneficio di entrambe.
Ciao Giorgio, ora devo scappare. Intanto buon fine settimana, grazie per i tuoi interventi!
Giorgio (sabato, 01 ottobre 2011 18:20)
La questione quindi è tuttaltro che risolta. Capisco che voi filosofi amate problematizzare, ma anche giungere ad una conclusione del discorso non sarebbe male, ogni tanto. Dici che sono troppo impaziente? Comunque sia, è condivisibile il criterio di incontraddittorietà, il che mi porta dritto dritto alla logicità... Ma del resto, quale etica non possiede una sua logica interna? Quello che cambia è il presupposto di partenza, e gli scopi finali. Forse dovremmo partire tutti quanti da quelle che sono le verità che più si avvicinano a quelle che potremmo chiamare verità "oggettive": le verità scientifiche, e da esse, costruire con logica una qualche forma di etica... che abbia gli scopi finali quantopiù condivisibili sia possibile.. PS: ogni differenza è un arricchimento, se non altro perchè se esiste un qualcosa che è meglio di qualcos'altro, allora certamente una delle due parti ne trarrà un beneficio...
Gabriele (sabato, 01 ottobre 2011 17:52)
Ciao Giorgio! Il punto è proprio questo: se non c'è la possibilità di stabilire differenze (tramite un criterio), tutto è indifferentemente valido. Quindi il relativismo così come è stato sostenuto è sì il tentativo di superare l'assolutismo (sono d'accordo con te), ma cade nell'errore astratto opposto. L'assolutismo non consente la democrazia perché ammette una sola posizione e rende quindi superflua la discussione (la ricerca), ma neppure il relativismo consente la democrazia perché ammettendo la relatività di tutte le posizioni, e quindi la loro relativa veridicità, di nuovo rende superflua la discussione.
Segue giustamente la tua domanda: come stabiliamo il criterio di verità? Che condurrebbe alla seguente: e come stabiliamo il criterio del criterio? Così all'infinito. La cosa si risolve facilmente se consideriamo che la domanda equivale a chiedere la verità del criterio. Ovvero diventa: come stabilisco la verità della verità? Il che è naturalmente un non senso che ci mostra come non si possa prescindere dal concetto di verità. Posto questo, cos'è dunque la verità? Capisci che la risposta non è semplice semplice da poter essere esauriente in poche battute. Per cui mi limito ad un sinonimo: incontraddittorietà. (E, per ritornare alla questione iniziale e al testo qui postato, affermare che non esiste verità è autocontraddittorio).
Enrico, invece, richiamava a nostre precedenti discussioni, in cui consideravamo l'assurdità del luogo comune secondo cui ogni differenza è un arricchimento.
Giorgio (sabato, 01 ottobre 2011 17:19)
Gabriele, io continuo a non capire. Ho sempre visto il relativismo come un presupposto stesso della democrazia. Se non altro perchè relativismo è il contrario di assolutismo. Tu asserisci che un relativismo assoluto (!) è quanto di più dannoso possa esistere in quanto allora non sarebbe più possibile affermare alcunchè, nè si potrebbe stabilire cosa è migliore di qualcos'altro. Ma dunque chi lo deve stabilire, e come? Con quali criteri, e con quale autorità? E soprattutto: perchè mai gli "arricchimenti reciproci" non dovrebbero costituire un vantaggio?
Enrico (sabato, 01 ottobre 2011 15:38)
Sì, la soggettività assoluta è l'ultimo degli eterni e sarebbe divertente portare il pensiero astratto delle differenze a un punto di coerenza tale da rispondere ad un eventuale entusiasta asssertore degli arricchimenti reciproci con un latrato. No, troppo cinico...