Garanzia dell'anima e della democrazia

di Gabriele Zuppa

Immagine di Catriona Graciet Immagine di Catriona Graciet

Se la maggioranza di un popolo, sconvolta da un efferrato delitto o da un’inaudita violenza, fosse risoluta a condannare a morte il criminale, legittimamente lo si dovrebbe giustiziare saltando a piè pari quanto previsto dalle sue leggi?

Se in preda all’ira o alla delusione ogni singola parte del nostro corpo fremesse per un’azione violenta, e quel sentimento perdurasse; se arrivassimo alla premeditazione, e volessimo la vendetta per quel delitto di cui siamo vittime, saggiamente salteremmo a piè pari quanto previsto dalla nostra ragione?

I prodotti della ragione, formalizzati in massime o leggi, sono la garanzia che ci salva dalla furia con cui singoli eventi della nostra vita protrebbero rapirci, stravolgendola. La nostra ragione non si contrappone alle passioni, come per millenni la nostra tradizione ha insegnato, ma mette ordine tra esse, impedendo il loro pulsare confuso. Grazie al ragionare sulle più svariate situazioni nelle più svariate condizioni ci creiamo quella visione del mondo entro cui intepretare i singoli eventi. Se noi non distillassimo invece le nostre esperienze e le nostre riflessioni in una costituzione organica, allora i singoli eventi determinerebbero di volta in volta la nostra intera visione del mondo. Sarebbe il caos: saremmo in balia di ogni nostra momentanea disposizione, vivendo il contraddittorio e schizzofrenico susseguirsi di quegli stati d’animo che di volta in volta gli eventi provocherebbero. In un momento apparirebbe legittima la democrazia, nel successivo momento di incertezza la dittatura. In un altro l’inevitabilità della pena di morte, in quello seguente la sua assurdità. Ora l’essenzialità della vita familiare, poi il nostro poterne fare a meno. Nei momenti di gioia abbracceremmo la vita, nelle delusioni la negheremmo.

La ragione è ciò che ci salva da questa condanna: riordina e fa presente a noi stessi l’intera storia della nostra vita, non consentendo che la passione appena affiorata in noi ci aggredisca rinnegando tutta quella storia che noi siamo. Con il peso della nostra storia che la ragione custodisce ponderiamo il nuovo che ci si presenta. L’essenza della nostra storia, che la ragione dispone in massime e leggi, quella è la garanzia della nostra vita.

Il richiamo al volere momentaneo del popolo non legittima nulla, così come il richiamo alla nostra preferenza passeggera non giustifica le nostre scelte. Essere interpreti del volere di un popolo non significa negare quanto non collimi con la sua preferenza, ma mostrare come quella preferenza possa collimare con quanto di meglio appartenga alla sua tradizione e alla sua identità. La costituzione e le leggi di un popolo sono la sua propria garanzia, la salvezza da se stesso. Le si cambino, ma con quel rispetto che si deve a quanto di quel popolo costituisce la sua concreta identità e la sua vera dignità.