CRITICA E STORIA DEL TRASCENDENTALE COME CIFRA DELL’ETÀ MODERNA

Dal Rinascimento al Postmoderno: eredità e prospettive dagli ultimi due secoli di Idealismo e Nichilismo

(di Gabriele Zuppa)

 

 

In Benedetto Croce. Teoria e Orizzonti, a cura di Ivan Pozzoni, Limina Mentis, Villasanta (Mi) 2010, pp. 33-68.

 

Ora in Trilogia sul fondameto

di Sergio Fabio Berardini di Sergio Fabio Berardini

Introduzione

 

Se volessimo in una prima sintesi indicare che cosa ha caratterizzato la cultura degli ultimi due secoli, due nomi dovrebbero essere irrinunciabili: idealismo e nichilismo. Il primo nome dovrebbe indicare la consapevolezza lentamente acquisita che la realtà non è indipendente dal suo essere pensata, il secondo nome invece l’inconsistenza e l’arbitrarietà della stessa realtà una volta che essa dipenda “da come la si pensa”. Se la realtà non è più criterio indipendente dal pensiero capace perciò di stabilirne la correttezza – l’adeguazione a se stessa – ella si frantuma nell’infinità dei pensieri, delle culture, delle epoche. Che negli ultimi anni vi sia stata una piena nichilistica non è difficile rilevarlo, basterebbe il nome con cui la cultura oggi dominante si nomina: postomoderno – a sottolineare la sua rottura con il moderno, individuato proprio con la possibilità di un’unità al di là dell’infiniti particolarismi. Unità che nel postmoderno non è invece più rintracciabile. Il libercolo che a posteriori è stato considerato il manifesto di questo indirizzo culturale, La condizione postmoderna[1] di Lyotard, indica in Hegel l’ultimo rappresentante del moderno, oltre il quale non vi sarebbero più state le grandi narrazioni unitarie che hanno caratterizzato la tradizione: è così che la mancanza di sistema che si inaugura con Nietzsche diviene un tratto inevitabile della concezione postmoderna. Quanto appena ricordato è però solo un sintomo di una fase acuta dell’epidemia nichililista, che non può non vederci preoccupati, ma che può essere superata – questo l’intento che qui ci guiderà – iniziando a ricollocarla entro una migliore prospettiva. Quella prospettiva che sappia vedere nell’idealismo e nel nichilismo non due filosofie inconciliabili, ma due momenti del fare i conti con quello stesso problema che si impone con Kant e che viene sintetizzato in una formula da Schopenhauer: «il mondo è una mia rappresentazione»[2]. Ma il filosofare in grande stile non è venuto meno negli ultimi due secoli: anche un occhio appena convalescente saprebbe riconoscere grandiosi sistemi nell’opera di Nietzsche e di Heidegger, come nondimeno nell’opera di Croce e di Gentile. Tutte queste filosofie sono state tutte tentativi ben riusciti di superare una visione razionalistica, illuministica e positivistica del sapere e del mondo, che si proponeva di vedere le cose “così come stanno”. Il maggiore sforzo del pensiero che ha occupato la filosofia moderna fino ad oggi è stato il tentativo di pensare l’essere non più in termini realistici, bensì in termini trascendentali. Proprio la difficoltà e lo scandalo di questo tentativo hanno condotto a una disillusione che conosciamo nelle forme della disperazione nichilista e dell’abbandono relativistico. Negli autori che nominiamo idealisti è presente una maggiore capacità costruttiva che evidenzia la positività di una nuova visione trascendentale e considera quella realistica superata, mentre gli autori nichilisti pensano maggiormente evidenziando l’impossibilità di servirsi delle categorie ereditate, impossibili proprio perché presuppongono una concezione realistica e razionalistica del mondo. Mentre l’idealismo vede il positivo della negazione delle categorie realistiche, il nichilismo non riesce a ricostruire in direzione di un loro superamento e rimane perciò confinato nel perimetro della negazione. I modi in cui il positivo e il negativo del superamento del realismo si danno sono naturalmente i più vari e diversamente presenti in ciascun autore. Per agevolazione esemplificativa, per meglio circoscrivere il problema, abbiamo quindi deciso di chiamare l’uno idealista, l’altro nichilista – proprio per indicare due direzioni orientative. La complessità con cui nuovo e vecchio, speranza e delusione, slancio e abbandono si compenetrano ha naturalmente in ciascuna fase e in ciascun uomo una propria peculiarità. Qui dovremo limitarci ad analizzare solo alcuni aspetti dello sfacelo filosofico al quale siamo andati incontro e lo faremo in merito alla questione sulla conoscenza, intesa innanzitutto come possibilità teoretica in generale, intesa poi come conoscenza di sé, intesa infine come conoscenza del passato, come storiografia.



[1] J.-F. LYOTARD, La condition postmoderne (1979), trad. it. La condizione postmoderna, Milano, Feltrinelli, 1981.

[2] A. SCHOPENHAUER, Die Welt als Wille und Vorstellung (1819), trad. it. Il mondo come volontà e rappresentazione, Milano, Rizzoli, 2002, 123. Punto di partenza dell’opera di Schopenhauer è infatti, come è noto, la filosofia kantiana, così come poi Schopenhauer e Kant lo saranno per Nietzsche. Ma il riferimento imprescindibile a Kant è trasversale a tutto l’800 e oltre, dai neokantiani a Husserl. Questi scrive: «La mia personale formazione originariamente [era] ostile a Kant [...]; quando, però, con la riduzione fenomenologica, mi si dischiuse il regno delle fonti originarie di ogni conoscenza, allora dovetti riconoscere che la scienza che mi era toccata [...] convalidava i principali esiti della dottrina di Kant, relativi a una fondazione e a una delimitazione rigorosamente scientifici» (E. HUSSERL, Husserliana. Edmund Husserl, Briefwechsel in zehn Bänden, V, 4, trad. it. in F. J. WETZ, Husserl, Bologna, il Mulino, 2003, 57). Ma anche parte della scienza, pur dominata dal positivismo, ammiccava alla prospettiva teorizzata da Kant, come ben è espresso da H. HELMHOLTZ, Die Tatsachen in der Wahrnehmung (1879), trad. it. in Il neocriticismo tedesco, Torino, Loescher, 1983, 68: «Poco prima che cominciasse il nuovo secolo, Kant aveva formulato la teoria delle forme dell’intuizione e del pensiero, date prima di ogni esperienza o – com’egli perciò le chiamava – “trascendentali” […]. Anche la fisiologia riconosce, dunque, le qualità sen­soriali come pure forme dell’intuizione». Così Lange, riferendosi a Kant, ribadirà «la sempli­ce ipotesi che i nostri concetti non si regolano sugli oggetti, ma gli oggetti sui nostri concetti. [...] gli oggetti dell’esperienza non sono in generale altro che i nostri oggetti, in una parola [...] tutta l’oggettività non è precisamente l’oggettività assoluta, ma soltanto un’oggettività per l’uomo e per gli esseri che possono essere organizzati come l’uomo, mentre dietro il mondo dei fenomeni si nascon­de, in una oscurità impenetrabile, l’essenza assoluta delle cose, la «cosa in sé» (F. LANGE, Geschichte des Materialismus (1866), trad. it. in Il neocriticismo tedesco, cit., 60).

Indice del saggio

 

- Introduzione

- Molti conti tornano: la certezza universale e necessaria delle matematiche. Il mondo è matematico

- Caratteristiche in sé universali e necessarie, caratteristiche per noi soggettive e contingenti

- Murati vivi: il trascendentale e la teoria della conoscenza come mezzo per la sopravvivenza

- I conti veramente non tornano: il mondo è una nostra costruzione

- Le ragioni della posizione trascendentale e sua fallacia. Da Hume a Husserl

- Le ragioni della posizione idealistica e sua fallacia. Da Jacobi a Gentile

- Le ragioni della posizione nichilista e sua fallacia

- L'illusione della conoscenza di sé

- La storiografia tra Nichilismo e Idealismo

- Dal trascendentale all'ontologico

 

 

 

 

 

 

 

 

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