Quale paradosso? Alcune categorie dell'intercultura: progresso, universalismo, gerarchia

Vittorio Bustaffa - La veggente Vittorio Bustaffa - La veggente

da Gabriele Zuppa, Identità dell'Io, indispensabilità dell'Altro. Idiosincrasie del dibattito contemporaneo, posizioni per una riflessione su identità e differenza, in Annuario della filosofia italiana 2010. L'ultima generazione, a cura di Giovanni PANNO e Mario QUARANTA, Edizioni Sapere, Padova 2010, pp. 85-87

 

 

 

Per iniziare a scandagliare la questione è interessante notare come tutte le posizioni prese in esame da Pasqualotto nel saggio Dalla prospettiva della filosofia comparata all’orizzonte della filosofia interculturale, e valutate come insufficienti per una prospettiva inteculturale, siano vere e proprie contraddizioni in termini. «Quella particolare forma di filosofia multiculturale che si è autodefinita “filosofia comparata”», ha, per esempio, la «pretesa di trovare e di utilizzare un punto di osservazione assolutamente neutrale»[1]: vorrebbe comparare e confrontare imparzialmente filosofie e culture differenti. Ma una storia della filosofia quando pretende di non valutare ma di registrare obiettivamente è una contraddizione, non solo perché già questa sua pretesa è una valutazione, ma perché il classificare, il considerare ed omettere è l’atto valutativo per eccellenza. Gli storici della filosofia di tali pretese sono gli amanunesi d’oggigiorno che registrano quanto il pensiero scopre di se stesso. La storia della filosofia sono i filosofi a scriverla: è il pensiero a riconoscere e selezionare quel che è degno di essere considerato e riconsiderato. Gli storici della filosofia non hanno chiaro che semplicemente glossano i riferimenti che i filosofi fanno tra loro. Le stesse espressioni, come vedremo meglio in seguito, «filosofia multiculturale» e «filosofia comparata» sono fuorvianti, perché al massimo potrebbero essere pleonastiche, ma l’intento loro non è questo: non riconoscono che la filosofia è dialettica e che ogni sua determinazione è il risultato immediato di un confronto. Nondimeno il progetto di una «filosofia mondiale», che selezioni «“il meglio” offerto dalle diverse forme di pensiero prodotte dagli umani in luoghi e tempi diversi»[2], sembra occultare l’implicita tendenza universalistica di ogni filosofia, che inevitabilmnente è sempre confronto dialettico, anche quanto valuta e decide per il tralasciare o l’ignorare l’Altro da sé, che non è quindi così Altro, come avremo modo di esaminare più da vicino. Lo stesso varrà altresì per «l’universalismo transculturare»[3], che è un universalismo astratto che pretende di fissare una cultura al di fuori o oltre le culture date. L’universalismo invece non può che prodursi dal confronto in cui risiede l’essenza di ogni pensare, anche quando in apparenza si provasse a negarlo. Anche qui, l’astrattezza dell’universalismo non è da superarsi rinunciando allo stesso respiro universalistico di ogni filosofia, cosa altrettanto impossibile e altrettanto contraddittoria, bensì superando l’astrattezza di quell’universalismo. Come questo debba pensarsi anche lo vedremo in seguito. Per ora basti tener presente l’insufficienza delle categorie con le quali la cultura contemporanea si autocomprende: bisogna ricominciare dal loro opposto, innanzitutto riconsiderando la pretesa di progresso che ogni dire (filosofico) porta con sé[4]: lo sforzo del pensiero è proprio quello di raggiungere quell’epistemicità che il pensiero contemporaneo gli vuole negare. I risultati che nella nostra vita raggiungiamo si nutrono dei loro momenti precedenti e li inglobano come superati, così come la prospettiva che supera il monoculturalismo e il multiculturalismo cerca di imporsi perché si riconosce migliore, riconosce nelle due forme delle contraddizioni che ha risolto proprio per imporsi come intercultura. Perché essa ha maggior valore abbiamo il diritto ed il dovere di farla diventare la nostra causa. Nondimenoogni nuova idea che venga poi a presentarsi dovrà fare i conti con quei risultati raggiunti e lasceremo che ne faccia i conti proprio perché abbiamo riconosciuto di volta in volta, con i risultati che andavamo ottenendo, il progresso dei risultati stessi. Il vero e il certo così ottenuti, nella loro pretesa di essere depositari di verità e certezza, saranno suscettibili di discussione: è proprio la loro pretesa di indiscutibilità che costantemente si riconferma nella discussione e la richiede per riconfemarsi[5]. E questo, per esempio, non comporta l’affermazione che i moderni abbiano pensato meglio o peggio degli antichi: non è punto in questione lo stabilire chi potrebbe essere più bravo tra noi e Platone; sicuramente i contenuti che riusciamo a pensare noi sono migliori di quelli di Platone, Aristotele, Cartesio: altrimenti continueremmo a pensare quel che loro stessi hanno pensato, altrimenti non varrebbe lo sforzo che stiamo compiendo. E beninteso: giammai dovrebbe valere perché ci si sforza, bensì ci si sforza perché ha valore, e lo sforzo costantemente lo conferma.

Non è quindi la mancanza di certezza che può condurre ad un proficuo confronto interculturale, bensì la certezza che è tale nel suo continuo riaffermarsi. Anche all’interno dello stesso individuo è tale per l’evidenza con la quale riesce nuovamente ed ancora una volta ad imporsi. L’evidenza è l’unità, la struttura con la quale disponiamo i vari significati che richiedono comprensione: ogni disposizione è gerarchia. Il pensiero valuta e compara non come opzioni attuabili, ma come suo atto in cui consiste il suo proprio movimento. Così il pensiero pensa perché il mondo non gli è indifferente, e ogni suo contenuto dovrà nascere come differentemente migliore di qualsiasi altro. Il pensiero contemporaneo, invece, per timore di soverchiare l’Altro e di essere soverchiato, nega questa semplice evidenza. Non si avvede che la sua pretesa di neutralità o l’infinità di possibilità che vuole lasciare aperte, il suo non volersi considerare superiore – confermano questi contenuti determinati come i migliori. (Altrimenti non li affermerebbero o, se fossero rigorsi con quanto sono convinti, non dovrebbero). Il movimento dialettico del pensiero include l’Altro, che sempre si dà, come l’opzione alternativa con cui fare i conti (il multiculturalismo o l’intercultura, questa o quella forma di intercultura). Ciò che più appare lontano può pure rivelarsi come il più vicino, possiamo scoprire che ciò che credavamo l’Altro siamo noi – è l’Io.



[1] Ivi, p. 11. Per ciascuna posizione il saggio riporta un’ampia bibliografia che riguarda i suoi esponenti più significativi e recenti, che non è possibile discutere e alla quale rinviamo.

[2] Ivi, p. 12.

[3] Ivi, p. 11.

[4] Su questo cfr. Bacchin, L’immediato e la sua negazione, Grafica, Perugia 1967, pp. 49-50: «la scepsi si estende a tutto, ma non al “tutto” astrattamente preso [...]; ma si applica a ciascuna cosa nella sua verità pre-tesa; si applica nel senso che si attua nel porsi stesso di una qualsiasi affermazione, la quale pretende di valere nel momento in cui si pone».

[5] Contro la violenza della verità non serve affermare che non esista la verità (Vattimo),  o che sia inconoscibile (cfr. Antiseri, Ragione filosofica e fede religiosa, pp. 22-29), basta prendere consapevolezza che essa è processo e che il non riconoscerla non è «bestemmia contro lo Spirito», ma tutt’altro, proprio perché il modo più proprio di affermarla è il tentare di negarla. In quanto processo, «la scepsi integrale involve in se stessa l’esclusione che la negazione ad essa inerente sia necessaria ed assoluta, perché una scepsi assoluta escluderebbe tutto, ma varrebbe a sua volta come immediata datità di questa esclusione. [...] Così, se non si è scettici non si pensa, ma se veramente si pensa non si è più scettici» (Bacchin, L’immediato e la sua negazione, p. 50). Non è necessario dunque nemmeno postulare l’irragiungibilità della verità alla maniera di De Monticelli: questa mossa è meno proficua perché tenta di fermare ciò che ha invece la sua conferma nel processo stesso: «Ecco la mossa davvero cruciale: distinguere sempre fra il modo in cui le cose stanno, la verità, che c’è: ma Dio solo sa qual è; e la certezza, o più in generale il riconoscimento sempre fallibile, sempre provvisorio, che della verità siamo in grado di dare» (De Monticelli, Sullo spirito e l’ideologia, p. 87).