da avvenite.it, 12 febbraio 2011

 

Nichilisti ciechi davanti al male

di Sergio Givone

 

 

Dice ancora qualcosa la morte di Dio agli uomini di oggi? Secondo Nietzsche, poco o nulla. L’annuncio che «Dio è morto» è destinato a cadere nel vuoto. Magari tutti ripetono la fra­se a proposito di questo o di quello (secolarizzazione, scristianizzazio­ne, pensiero unico, e così via). Ma come se fosse un’ovvietà, una cosa scontata, di cui prendere atto per poi archiviarla senza farsi troppi problemi. Un po’ come dire: siamo moderni, emancipati, la fede in Dio appartiene al passato. Dovran­no passare secoli – è sempre Nietz­sche a sostenerlo – prima che gli uomini tornino a interrogarsi sul senso profondo e misterioso di questa morte.

[...] Il nichilismo, a differenza dell’ateismo, non vuole ve­dere il male, non può vederlo. E questo per la semplice ragione che Dio non è più l’antagonista, il ne­mico: semplicemente non è più. Lo stesso si deve dire del male: non è più. Evaporato, dissolto, fattosi impensabile. «L’unico senso che do alla parola peccato – ha detto recentemente un filosofo che fa professione di nichilismo – è quel­lo che è contenuto nell’espressio­ne: che peccato!». Viva la chiarez­za. Il nichilismo è subentrato all’a­teismo. Potremmo dire che il nichilismo altro non è che una forma di ateismo in cui Dio non è più un problema, come non è più un pro­blema il male – Dio è morto, e que­sta sarebbe l’ultima parola, non solo su Dio, ma anche sul male. Questo nichilismo amichevole e pieno di buon senso, oltre che per­fettamente pacificato, continua a essere la cifra del nostro tempo.

 

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