Jean-Paul Sartre – L'antisemitismo

 

Riflessioni sulla questione ebraica

 

(1946)

 

selezione di passi a cura di Marina Drigo

 

 

“D’altra parte, poiché bisogna odiare l’ebreo e poiché non si odia un terremoto o la fillossera, questa virtù è anche libertà. Solo che la libertà di cui si tratta è accuratamente limitata: l’ebreo è libero di fare il male, non il bene, ed ha il libero arbitrio soltanto per portare la piena responsabilità dei crimini di cui è autore, ma non ne ha abbastanza per potersi correggere. Strana libertà che, in luogo di precedere e costituire l’essenza, le resta completamente sottomessa, non è che una qualità irrazionale e resta tuttavia libertà. Non c’è che una creatura, a quanto ne so, che sia così totalmente libera e incatenata al male, ed è lo spirito del Male medesimo, è Satana. Così l’ebreo è assimilabile allo spirito del male. La sua volontà, all’inverso della volontà kantiana, è una volontà che si vuole puramente, gratuitamente e universalmente malefica, è la volontà malefica. Per causa sua il Male accade sulla terra, tutto ciò che di male c’è nella società (crisi, guerre, carestie, rivolgimenti e rivolte) gli è direttamente o indirettamente imputabile. L’antisemita ha paura di scoprire che il mondo è fatto male: poiché allora bisognerebbe inventare, modificare e l’uomo si ritroverebbe padrone del proprio destino, provvisto di una responsabilità angosciosa e infinita. Perciò localizza nell’ebreo tutto il male dell’universo. Se le nazioni si fanno guerra ciò non deriva dal fatto che l’idea di nazionalità, nella sua forma presente, implica quella dell’imperialismo e del conflitto d’interessi. No, è l’ebreo che sta lì, dietro ai governi, e soffia la discordia. Se c’è una lotta di classe, ciò non si deve al fatto che l’organizzazione economica lascia a desiderare: sono i caporioni ebrei, gli agitatori dal naso adunco che traviano gli operai. Così l’antisemitismo è originariamente un manicheismo; spiega il mondo con la lotta del principio del Bene con quello del Male […] è la scelta originale del manicheismo che spiega e condiziona l’antisemitismo” […]

“questo dualismo ingenuo è altamente rassicurante per l’antisemita stesso: se si tratta di togliere il Male, ciò vuol dire che il Bene è già dato. Non c’è bisogno di cercarlo nell’angoscia, di inventarlo, di contestarlo pazientemente quando lo si è trovato, di provarlo nell’azione, di verificarlo nelle sue conseguenze e di addossarsi finalmente le responsabilità della scelta morale che si è fatta. Non a caso le grandi collere antisemite dissimulano un ottimismo: l’antisemita ha deciso il Male per non dover decidere il Bene. Più mi impegno a combattere il male, meno sono tentato di occuparmi del bene” […]

“ma c’è di più. E qui tocchiamo il campo della psicoanalisi. Il manicheismo maschera un profonda attrazione verso il Male. Per l’antisemita il Male è il suo destino, il suo “job”. Altri verranno più tardi e si occuperanno del Bene, se ve ne sarà […] eccolo dunque unicamente preoccupato di ammassare aneddoti che rivelano la lubricità dell’ebreo, il suo appetito di lucro, le sue scaltrezze e i suoi tradimenti […] niente riflette meglio la natura dell’antisemita: poiché non ha voluto scegliere il suo Bene e si è lasciato imporre, per paura di distinguersi dagli altri, quello di tutti, la morale in lui non è mai basata sull’intuizione dei valori né su ciò che Platone chiama Amore; si manifesta solamente con i tabù più rigidi, con gli imperativi più rigorosi e più gratuiti. Ma ciò che egli contempla senza riposo, ciò di cui ha l’intuizione e quasi il gusto, è il Male. Può così vagliare e rivagliare fino all’ossessione la narrazione di azioni oscene o criminali che lo turbano e soddisfano le sue tendenze perverse; ma poiché nello stesso tempo le attribuisce a codesti ebrei infami che carica del suo disprezzo, si sazia senza compromettersi”. […]

“il ritratto è finito. Se molte persone che di buon grado dichiarano di detestare gli ebrei non vi si riconoscono, lo si deve al fatto ch’esse in realtà non detestano gli ebrei. Non li amano neppure. Non farebbero loro il benché minimo male, ma non alzerebbero un dito per impedire che si faccia loro violenza. Non sono antisemiti, non sono niente, non sono nessuno e poiché bisogna pur sembrare qualche cosa, si fanno eco, rumore, vanno ripetendo, ma senza pensare male, senza proprio pensare, alcune formule orecchiate che danno loro il diritto d’accesso in certi salotti […] ‘antisemitismo presenta inoltre un serio vantaggio per coloro che conoscono la propria profonda inconsistenza e si annoiano: permette loro di attribuirsi l’apparenza della passione e, siccome è di prammatica, dopo il Romanticismo, confondere questa con la personalità, codesti antisemiti di seconda mano si fregiano con poca spesa d’una personalità aggressiva”. […]

“l’antisemitismo, in una parola, è la paura di fronte alla condizione umana. […] per noi l’uomo si definisce innanzitutto come un essere “in situazione”. Ciò significa che esso forma un tutto sintetico con la sua situazione biologica, economica, politica, culturale, ecc. non si può distinguerlo da quella, poiché lo forma e decide le sue possibilità, ma, inversamente, è lui che le dà un senso scegliendosi in quella e mediante quella. Essere in situazione, secondo noi, significa scegliersi in situazione e gli uomini differiscono tra di loro a seconda della differenza tra le loro situazioni e anche secondo la scelta che fanno della propria persona.”