«L'uomo è nella storia. Ma lo "storicismo" non si limita a questa affermazione, e ancor meno intende per storia il puntuale "qui" ed "ora" dell'uomo immerso nel tempo. Un gran numero di equivoci sullo storicismo nasce da questa riduzione - e decurtazione - della storia alla temporalità, al mero divenire, laddove per storia lo storicismo intende l'uomo in quanto produttore di valori culturali, cioè in atto di trascendere il qui e l'ora del divenire e di sollevarsi alle permanenze idealmente immortali dell'opera umana qualificata secondo determinati valori. Quando si dice al compagno di viaggio terreno la "buona parola", o quando con slancio cordiale gli si dà la mano per aiutarlo a non naufragare, il qui e l'ora del divenire sono oltrepassati e viene fondata una opera che per il fatto stesso di andar oltre la mera individualità biologica è destinata a non perire mai più. [...] Senza dubbio gli individui in senso biologico muoiono. Le loro opere possono nel tempo cronologicamente misurabile essere dimenticate, le civiltà scomparire, e persino l'umanità tutta soccombere in una catastrofe cosmica: ma la permanenza di cui si parla non appartiene all'ordine del tempo misurabile, e dello spazio visibile, ma è conquistata per sempre nella sua attualità dell'opera qualificata secondo valore. E se anche nell'ordine del tempo misurabile e della spazialità visibile scomparissero l'operatore e l'umanità tutta un istante dopo che l'opera è stata compiuta, nulla può questa immane catastrofe materiale contro la permanenza che l'opera secondo valore fondò sulla roccia: l'attualità dell'operare ha sperimentato l'interiormente eterno, ha trasceso il qui e l'ora, e senza evadere dal mondo ha reso immortale il mondo al di là di ogni possibile catastrofe cosmica.»

 

E. De Martino, "La fine del mondo"