«L'arte è un modo di recuperare gli eventi minacciati dall'irrigidimento e dal caos, ed è quindi un modo di curare e di guarire il sempre possibile ammalarsi
degli oggetti. Ma questo recupero, secondo le varie temperie storiche e secondo le varie congiunture culturali, si compie a vari livelli: se nell'arte vi è sempre un momento di discesa agli
inferi, cioè sino al piano in cui l'oggetto è in crisi, non può essere stabilito una volta per sempre di quanti gradini è lecito scendere per compiere poi la anabasi. Ciò che importa è che il
piano sia raggiunto e che l'anabasi si compia (sia comunicabile, intersoggettiva, reintegratrice), di guisa che l'opera singola consenta di leggere questa vicenda. Ciò che importa è che il
momento della discesa non sia scambiato con la liberazione, e che la caccia spietata alla "malattia degli oggetti" non sia esibita come guarigione o idealeggiata proprio in quanto malattia. In
questa prospettiva è possibile giudicare la cosiddetta "arte contemporanea", che non è da condannare perché si è allontanata dal naturalismo e ha consumato la catastrofe della figura. Questi son
giudizi di estrema rozzezza: in realtà l'arte figurativa del rinascimento non aveva bisogno di scendere molto in basso per recuperare oggetti ed eventi, e per compiere l'anabasi verso la forma,
mentre l'arte contemporanea deve raggiungere livelli molto più profondi per tentare la catarsi. D'altra parte questo carattere dell'arte contemporanea costituisce un documento di quanto profonde
siano le radici del male, di quanto grave sia il pericolo della fine del mondo.» (E. De Martino, "La fine del mondo")
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