Nelle nostre conversazioni (con Parenti) era venuto fuori che - pieno di stupore - stavo interessandomi di Eschilo; e che, con lo stesso stupore, stavo anche cominciando a guardare a Leopardi. Con lo stesso stupore, perché veniva sempre più in chiaro che i due passi decisivi, nella storia del pensiero filosofico, e quindi nella storia dell'Occidente, erano stati compiuti da due geni, certo riconosciuti come tali, ma considerati innanzitutto come poeti.

Anche la valorizzazione del pensiero filosofico di Leopardi, compiuta da molti in Italia, non riusciva a scorgere che Leopardi non era soltanto un filosofo di grande rilievo, ma il pensatore che ha mostrato per primo l'impossibilità di Dio, anticipando in tal modo Nietzsche, Gentile, e l'intera atmosfera della filosofia del nostro tempo - e con una potenza speculativa che difficilmente è stata in seguito raggiunta.

Per Eschilo lo stupore era anche più profondo, perché il suo pensiero è il "sì" potente rispetto a cui quello di Leopardi è il potente "no": il "no" presuppone il "sì", presuppone ciò che esso nega. Per primo Eschilo pensa che la verità sia il supremo rimedio contro il dolore, l'angoscia, la morte, - e la verità viene pensata secondo il senso abissale che, insieme a lui, Eraclito e Parmenide andavano portando alla luce: la verità come sapienza incontrovertibile e quindi come incontrovertibile negazione del mito.

(E. Severino, Il mio ricordo degli eterni)

Inserito da Giovanna Boschi