da Corriere.it

 

GIOVANNI BELARDELLI
30 maggio 2011

 

[...] c'è piuttosto, per quel che riguarda specificamente il corpo docente, la diffusione di una pedagogia fondata sulla comprensione e sul dialogo (cose sacrosante, naturalmente), che però non riesce ad affiancare all'una e all'altro - quando sia necessario - la sanzione. Ecco come un insegnante - la cui testimonianza si trova nel libro che un sociologo, Marcello Dei, ha appena pubblicato sull'argomento (Ragazzi, si copia, Il Mulino) - ha sintetizzato il proprio comportamento di fronte all'alunno sorpreso a copiare: «Il mio atteggiamento è di confronto. Voglio capire perché lo sta facendo, voglio discutere con lui, capirne le ragioni, e poi prendere delle decisioni, anche lasciarlo copiare o smettere di copiare. Ecco, dipende dalla discussione che ne nasce». Si tratta evidentemente di un caso limite, ma l'idea che il copiare non si configuri come un comportamento in quanto tale condannabile è invece abbastanza diffusa. In tanti insegnanti, si ricava dalla ricerca di Dei, sembra prevalere un atteggiamento fatto di disinteresse per il problema, di bonaria indulgenza, a volte di una sostanziale giustificazione del copiare che chiama magari in causa l'insicurezza psicologica dello studente o il fatto che, se quest'ultimo copia, è solo perché l'insegnante ha evidentemente spiegato male. Né è da sottovalutare il fatto che, fingendo di non vedere chi copia, un insegnante evita le scocciature a non finire - dalle proteste dei genitori all'eventuale ricorso al Tar - che un diverso comportamento avrebbe potuto provocare. [...]

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