dal Messaggero Veneto del 7 luglio 2008 (pagina 7, sezione Pordenone)
«Nei colloqui insegnanti saccenti e allievi sotto scacco»
Enrico Galiano, autore dei libri Italiani al ristorante e Vecchi fuori, editi da Biblioteca dell’immagine, ha voluto raccontare gli esami di maturità visti dagli occhi di un commissario interno.
C’è un libro di Antonio Scurati, che si chiama Il sopravvissuto. Inizia in un modo un po’ strano: esami di maturità. Primi caldi. Entri il candidato eccetera. Il candidato entra, si siede, estrae una pistola e poi spara a bruciapelo alla commissione. Prima di far parte di una commissione agli esami di Stato, pensavo che dentro questo inizio c’era troppa fiction: adesso che dentro una commissione ci sono stato, mi chiedo come sia possibile che non sia mai successo.Il punto è questo: hai 19 anni. Ti sei fatto, bene o male, un mazzo così nell’ultimo anno. Ok, magari un secchione non lo sei, ma se hai un minimo di cervello, almeno gli ultimi mesi te li sei passati a studiare di brutto. Arrivi lì, un mattino. Fa un caldo che te lo raccomando, che già prima di entrare hai l’ascella pezzata che sta dichiarando ufficialmente al mondo: “Sì, sono sudato”. Secondo l’attuale disposizione ministeriale, all’esame si prevede che tu porti tutto il programma dell’ultimo anno di 8 materie. Perfetto. Arrivi lì, e un tizio che non hai mai visto in vita tua ti sbuffa davanti se per caso non sai come si chiamava la villa di Pirandello a Girgenti. O ti guarda con sufficienza se per caso non ti ricordi di cosa parlava il sonetto di Giuseppe Gioacchino Belli, scritto in dialetto romanesco di Trastevere, Er Caffettiere filosofo, letto in classe una grigia mattina di ottobre. Io credo, ma lo credo sinceramente, che in quel caso devi fare appello a tutto il tuo autocontrollo e alla tua capacità di addomesticare i tuoi istinti per non alzarti, prendere in mano la prima penna nera o rossa o blu, e infilzarla nella mano del simpatico professore. Per poi, va da sè, aggiungere come chiosa: “La villa di Pirandello si chiamava Caos, e il sonetto di Belli è un’acuta metafora del destino mortale dell’uomo paragonato a quello di un chicco di caffè nel macinino”.Perché nessuno ne parla, ma la verità è che c’è in giro un esercito di professori vecchi. Vecchi, a prescindere dalla loro età anagrafica: tali perché frustrati e privi di qualsiasi senso della realtà, che vengono agli esami solo per dimostrare, a un pugno di persone – professori come loro – che nel frattempo stanno mandando sms sotto la cattedra, che sanno qualcosa della propria materia, invece di cercare di capire quali cose sanno i ragazzi che stanno esaminando.C’è in giro un sacco di professori che se ne devono andare a casa, nel caso servisse decrittare il messaggio in codice. Andate agli orali degli esami di Stato, se potete. Tanto sono pubblici, quindi non fatevi problemi. Vi lascio questa dritta: quando sentite un professore che agli esami parla più lui dell’esaminato, allora quello è un tipico esempio di “Narciso Frustrato”. A lui non interessa niente di capire quali siano le conoscenze e gli interessi della persona che sta esaminando. A lui interessa strappare qualche ultimo, misero secondo della considerazione altrui. Il mondo deve sapere che lui, quella, la sa. Lui deve in qualche modo sentirlo, in sottofondo, il rumore degli imaginari applausi scaturiti da tanta immane sapienza dispiegata. Come se la scuola significasse “sapere cose”.Lo dico qui, e magari mi costerà la radiazione o che ne so. Ma è quello che penso e quindi lo dico: non sei una persona matura e preparata se conosci i nomi e cognomi dei ministri del primo governo Mussolini. Chissà quanti ce n’è, in giro, di serial killer o di maniaci o di truffatori che sanno cose come questa. Sei una persona matura, sei un uomo, se sai fare buon uso delle cose che sai, tante o poche che siano. La scuola non ti deve insegnare “cose”. Non deve infilare dentro la tua testa qualche tonnellata di nozioni, che tanto al 15 di agosto di questo stesso anno se ne saranno già evaporate sotto il sole di Ibiza o di Lignano. La scuola deve insegnarti a leggere il mondo, e a farlo il più possibile con i tuoi occhi. La scuola deve insegnarti a parlare, per dire con le tue parole quello che hai da dire. Ovvio che se un ragazzo all’esame di maturità se ne viene fuori che Leopardi ha scritto “I promessi sposi” forse gli mancano alcune coordinate fondamentali e (sempre forse), non è il caso di permettergli, almeno per quest’anno, di farsi fotografare nudo mentre regge la scritta cubitale “Promosso!”. Ovvio che magari sarebbe meglio evitare di consentire a quelli che sono fermamente convinti che la Prima Internazionale sia quella di Helenio Herrera, di passare l’estate in qualche località marittima spesati di tutto come premio per la promozione. Ma, vedete, il punto è proprio lì: agli esami di Stato, ti ritrovi sempre quel professore che è convinto che, per saper guidare, devi conoscere pezzo per pezzo il tuo motore. E se non conosci ogni singolo pezzo del motore allora vuol dire che non sai guidare. Quindi, e parlo a voi professori adesso, quando siete lì davanti a quel ragazzo di 19 anni con l’ascella pezzata che proprio non riesce a dirvi quello che voi volete sentirvi dire, provate solo a pensare, per una volta, che forse lo scopo della scuola non è sfornare delle buone macchine funzionanti. Forse, quello di cui c’è più bisogno, non sono le macchine, ma le persone che le facciano andare nel posto giusto.
Enrico Galiano
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Pensare per vivere meglio
Essere partecipi per capirne di più

