L'unità essenziale di ricerca e didattica
di Gabriele Zuppa
Con la SSIS è finita. «Mai evento fu più lieto». Con nessun'altra iperbole si poteva accogliere questa notizia e fu accolta da chi, come noi, quei due funesti anni di scuola di specializzazione li ha vissuti sulla propria pelle. Qualche pillola di tristezza, in attesa del nuovo a venire, vogliamo però ancora raccontarla, affinché le prossime generazioni conoscano quanto in basso si possa precipitare, o trovarsi, senza saperlo. Di un'Italia «alla deriva» le SSIS erano una minima parte, ma significativa. Nella percezione di uno sfacelo generale nel quale verseremmo, non vorremmo qui però infierire con un altro colpo, che, come quelli che per lo più si vedono vibrare oggidì, ha come atto speculare quello di discolparsi per la situazione in cui si è. Del resto quando era ora di affrontare il nemico a viso aperto in pochi l'hanno fatto (una mano per contarli pare eccessiva). Ed affondare il colpo ora non farebbe onore a nessuno. Ecco che queste righe vorrebbero servire da monito per quel che verrà, perché, con i presupposti attuali, il futuro non sarà migliore del nostro passato prossimo.
Tra i docenti incaricati della nostra formazione l'incompetenza regnava sovrana e gli strafalcioni sono stati sempre all'ordine del giorno. Senza alcun timore da parte loro: la considerazione per l'uditorio dei futuri insegnati è stata sempre molto bassa – comprensibilmente –, se si considera il livello del corpo docente italiano. La via maestra, come sovente veniva pure ribadito, era quella della semplificazione e della banalizzazione. Si puntualizzava infatti che non è compito della SSIS fare ricerca: a ragion veduta, dunque, dogmi psicologici, pedagogici e didattici venivano sciorinati in gran numero sulla base della loro presunta scientificità. Non dovrebbe anzitutto sfuggire che chi domina i contenuti del suo insegnamento non ha bisogno di semplificare e banalizzare un alcunché: sono sempre a disposizione e fruibili o si possono facilmente rendere tali, a meno che non si possegga un'erudizione da spaventapasseri, vuota e inutile. Ma, soprattutto, vorremmo qui spiegare come ad agire in questi pessimi insegnamenti della SSIS sia stato il principio secondo cui didattica e ricerca sarebbero due momenti completamente differenti tra loro. Anzi, oggigiorno, la possibilità stessa della didattica è pensata sulla scorta della separazione tra ricerca e comunicazione-apprendimento della ricerca. Si pensa cioè che l'appropriazione di un contenuto sia indipendente dal processo che ad esso ha condotto, e si cerca poi di trovare la formulazione affinché l'apprendimento di quel contenuto sia agevolato. Questa sarebbe la didattica. Le dinamiche concrete di qualsiasi insegnamento-apprendimento sono però esattamente il contrario: il significato di qualsiasi contenuto è dato dal processo che ivi ha condotto. La soluzione di un problema la si comprende soltanto se si conosce il problema, e se di questo si conoscono le sue articolazioni fin alla sua origine. È il problema a guidare la ricerca, il quale non si riduce ad una mera domanda, ma è dato dallo sterminato insieme di conoscenze che lo definiscono proprio in quei termini. La sua soluzione proviene quindi da quell'ultimo tassello, dal risultato della ricerca, assieme a tutto lo sviluppo precedente che ad esso ha condotto. Tanto più si possederà quell'ultimo risultato raggiunto, quanto più si conoscerà l'intero processo che lo ha preceduto. Pretendere quindi che vi sia un luogo in cui si producono dei contenuti, delle conoscenze (l'università), e un luogo invece in cui si trasmettono (la scuola) è errato già per il fatto che la trasmissione più propria sarebbe il ripercorrimento dell'intero processo e quindi la ripetizione della stessa esperienza. Ma proprio perché ciascuno è diverso da ogni altro è altresì chiaro che l'esperienza non può essere indiscernibilmente identica ad ogni altra. L'abilità dell'insegnante consiste dunque nel favorire lo sviluppo del processo conoscitivo a partire dalla realtà di partenza di ciascun individuo. Così intesa, però, essa perde completamente il senso che si voleva avesse: la trasmissione di contenuti in forme adeguate. Consiste al contrario nel ripensare il proprio bagaglio di acquisizioni per agevolare la medesima acquisizione nell'allievo. Questo non è altro che un ricercare assieme: per l'insegnante che deve ripensare i propri contenuti modellandoli a nuove situazioni, scoprendo così nuovi aspetti degli stessi; per lo studente, che non memorizza ciò che non lo riguarda – categorie a lui del tutto estranee – ma che riflette a partire dalle proprie conoscenze e dai propri problemi per superarli. Questo sarebbe un vero e proprio ricercare, anche perché non esclude che nel processo dialettico che viene creato sia lo stesso studente ad illuminare aspetti fino ad allora celati del problema, o ad impostare originalmente alcune parti del lavoro. Questo risultato sarebbe un successo dello studente come dello stesso insegnate che l'ha favorito. Qualsiasi innovazione invece è oggi male accolta perché l'insegnante una correzione o una qualsiasi novità di proposta le recepisce come un'onta nei suoi confronti e un gesto di sfacciata presunzione da parte dell'allievo. Tutto ciò è possibile perché nemmeno si ha il barlume di che cosa significhi ricercare seriamente, di come si sia in gioco, del problema che, nel risolverlo, sembri sempre più complesso, di come attanagli e assorba. Come ogni passo in quel cammino significhi una nuova prospettiva nei confronti nella vita. Ma questo i professori non lo sanno, non sanno che ricerca nel sapere è ricerca nella vita – che il pensare ne è sua parte e in essa si origina e risolve.
Questo aspetto non solo è sempre completamente sfuggito ai docenti SSIS, che come tanta parte dei docenti universitari crede che il loro lavoro consista nella ripetizione pedissequa e asettica di quanto riportato a loro volta pedissequamente e asetticamente da altri; è sfuggito altresì completamente a molti dei partecipanti della SSIS, per i quali la didattica viete intesa come l'insieme di giochetti acrobatici volti a condurre a tentoni gli studenti alla memorizzazione di qualche nozione. Com'è stato possibile che si siano dovute memorizzare pagine di nozionismo e non si sia piuttosto riusciti ad affrontare assieme un problema? Che ciascuno non abbia potuto crearsi un proprio percorso, seguire i propri interrogativi, fossero pure le proprie idiosincrasie? Che tra futuri docenti delle scuole superiori e docenti SSIS non ci potesse essere scambio alcuno? La didattica che è stata insegnata servirebbe dunque soltanto nella misura in cui chi deve apprendere non riconosca che quel che studia lo riguarda direttamente ed immediatamente. La didattica, invece, nel concreto, non consiste in una semplificazione o in una abbellimento estrinseco, ma nel riportare quanto si vuole trasmettere ad un livello dialogico accessibile al proprio interlocutore. Per questo un insegnante deve essere molto preparato: per poter interagire partendo egli dagli spunti che i suoi studenti gli offrono. È dunque indifferente il punto di partenza del processo di apprendimento: se la prospettiva che si vuole insegnare è migliore, essa conterrà il punto di partenza come superato.
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Pensare per vivere meglio
Essere partecipi per capirne di più

