Istruire è insegnare il valore di ciò che di volta in volta viene insegnato

 

di Gabriele Zuppa

 

Se insegniamo perché ha importanza quel che insegniamo, la misura del nostro dire e del nostro fare – in una parola: la nostra etica – non potrà che essere determinata dalla consapevolezza raggiunta nel lavoro del pensare. Possedere le ragioni del perché si insegna, significa possedere, nel concreto, anche le ragioni del perché di volta in volta insegniamo questo piuttosto che quello. L'insegnare non si dà mai senza un qualche contenuto, quindi il perché dell'insegnare è determinato dal quello stesso contenuto, che nel corso dell'insegnamento si arricchirà dell'accrescente esperienza del docente, certo modificandosi. Non possiamo che insegnare il nostro grado di consapevolezza raggiunto, sempre.

 

Sarà sufficiente raccontare di un episodio perché diventi chiaro quanto si è lontani da questa prospettiva. Ci si è trovati, durante una delle ore di laboratorio della SSIS, ciascuno a dover dire che cosa fosse per lui la filosofia e del perché la si insegnasse. Tralasciando l'imbarazzo per dover definire che cosa sia la filosofia... – che non è in realtà un gran merito, differentemente dall'opinione di molti professoroni a cui piace perdersi nella parole – sono state paradossali quanto significative le reazioni ad una provocazione. Proprio perché ormai da tempo, nei piccoli spazi che si riuscivano a strappare, si cercava di proporre, affinché ci fosse confronto, le idee fin qui esposte, qualcuno disse: «vado ad insegnare filosofia perché sono il più bravo». Scandalo! Sia mai: quanta presunzione, chi si crede mai di essere? Certo che un affermazione del genere è per molti aspetti discutibile, ma si pensi al suo contrario: andrebbe ad insegnare chi non è il più bravo, chi non se lo merita (su tutti non lo meriterebbero gli studenti!). Tralasciando il fatto che è quello che per lo più accade... una tale affermazione voleva significare che il valore non è dato se non dalla capacità di rendere ragione di dove si è e di quello che si fa. E questo viene prima di qualsiasi metodo o espediente didattico o altra distinzione. I metodi, le tecniche e le strategie possono venir scelte appropriatamente solo dal senso che chi le sceglie, sulla base di quello che è e sa, vi riconosce. Quindi sempre nella forma del vagliare, quindi non come qualcosa di posticcio di cui fare uso, ma come qualcosa che è ancora confronto e dialogo: un approfondire quello che si sapeva sulla base di ciò che si sapeva. Tutto il resto è chiacchera e scientificità di facciata.

 

Arrivati a questo punto, mi si vorrà spiegare quale spazio rimanga alle distinzioni, sempre sulla bocca di tutti, di Weber contenute nel testo La scienza come professione. Scrive:

 

«Nell'aula universitaria, dove si sta seduti di fronte ai propri ascoltatori, a questi spetta il dovere di stare zitti e al docente quello di parlare; e io ritengo imperdonabile utilizzare questa circostanza – cioè il fatto che gli studenti siano costretti a frequentare per la loro carriera il corso di un professore, senza che alcuno di essi possa criticamente controbatterlo – non per essere utili agli ascoltatori con le proprie esperienze ed esperienze scientifiche, ciò che è il compito di un docente, ma per inculcare in essi le proprie convinzioni politiche personali. È certamente possibile che qualcuno riesca a tener fuori, sia pure insufficientemente, le proprie simpatie soggettive».

 

A parte il fatto che difficilmente non si sentono professori lasciarsi scappare qualche battutina politica per guadagnarsi il plauso degli studenti, vogliamo qui indicare il significato di quel «personale». Sulla scorta della impropria distinzione introdotta dallo stesso Weber, tra fatti e valori, è abitudine identificare il valore con il personale. A meno che non si voglia intendere l'oggettività come spegnere il cervello, cioè accettare tutto quello che proviene da un misterioso oltre, dai piani alti di misteriose gerarchie scientifiche, allora l'oggettivo non è in alcun modo separabile dal soggettivo: perché, come abbiamo visto, ogni scelta, dall'entrare in aula al proporre in determinati momenti certi contenuti, è sempre frutto di una valutazione personale, sulla base delle proprie competenze personali. La soggettività  sarà tanto più oggettiva quanto più saprà giustificare le proprie scelte. Mentre, sulla scorta delle distinzioni di Weber, l'oggettività la si è sempre intesa come un eclissare la propria soggettività dietro all’oggettività di facciata, che proviene da altrove, deresponsabilizzando. Fatti e valori, soggettività e oggettività sono dicotomie da superare: noi, nient'altro insegniamo che la nostra consapevolezza. Ma se volessimo dare loro qui ancora un senso, ancora, il discernere fatti da valori si fonderebbe sempre sulla nostra capacità di farlo, sulla nostra consapevolezza, che ancora confermerebbe il loro essere qualcosa di secondo, non un parametro assoluto, ma ciò che la consapevolezza di ognuno sa individuare. Quanto più bravi si sarà, tanto meglio lo si farà.

 

Se invece intendessimo quel «personale» diversamente da quanto Weber intende con «valoriale», ovvero come ciò che costantemente i docenti universitari fanno nelle aule (comizietti politici), allora è chiaro che Weber avrebbe ragione. Non servirebbe più a fondare la distinzione tra ricerca e didattica, fra fare filosofia ed esporre le dottrine dei filosofi, ecc., ma semplicemente a non inserire nelle proprie argomentazioni elementi che logicamente non si inseriscano nel discorso che si sta svolgendo. Infatti che c’entrano tutte le allusioni e frecciatine che sovente si lanciano? Riuscirebbe qualcuno a giustificarle? Sì, bene, che lo faccia allora, le lanci e insieme giustifichi il suo lanciarle, proprio perché non è evidente a tutti. Sì, parli pure della propria nonnina, ma si sappia e si giustifichi perché, nella misura in cui ce n’è bisogno. Lo stesso vale per Platone, e per quanto invece si decide di omettere. Vale, vale per tutto. Ma in questo caso le frecciatine non saranno più velleitarie simpatie personali, ma vero e proprio contenuto scientifico.

«Personale» è dunque qui quanto non riusciamo a comprendere scientificamente all'interno del sistema (e però scientificamente sappiamo indicare perché questo non possa entrarvi), non qualcosa di dato una volta per tutte, che serva da orientamento. Infatti è piuttosto il nostro saperci orientare che di volta in volta lo determina. Ma quale lavoro si prospetterebbe allora all'insegnante, quale rigore e serietà nel pensare diventerebbero necessari, e quali nuove giovani generazioni sarebbero così educate, in quale futuro potremmo ancora sperare! In questa situazione una riforma non ci può salvare, solo nuovi uomini.