More human than human.
Note sull’uso politico della finzione cinematografica in eXistenz di D. Cronenberg e la vita degli altri di F. H. v. Donnersmarck*
di Giovanni Panno
(in Id. e M. Quaranta, Annuario della Filosofia Italiana 2010, Edizioni Sapere, Padova 2010, 256-261)
Illusioni! grida il filosofo. - Or non è tutto illusione? tutto! Beati gli antichi che […] trovavano il BELLO ed il VERO accarezzando gli idoli della lor fantasia! Illusioni! ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancor più) nella rigida e nojosa indolenza: e se questo cuore non vorrà più sentire, io me lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedele”
Niccolò Ugo Foscolo, Ortis, lettera del 15 maggio
Abstract
In Das Leben der Anderen (2006), impropriamente tradotto Le vite degli altri, Von Donnersmarck indaga lo spazio di libertà nella ex DDR mettendo in luce la prospettiva nella quale lo scrittore G. Dreyman percepisce la propria attività, e come questa sia determinata dal contesto di controllo non soltanto politico di chi costituisce la sua circunstancia. La dinamica è conosciuta e già messa a tema in altre opere in modo anche più esplicito rispetto al gioco della narrazione – una su tutte è Rashomon di Kurosawa, in cui diversi protagonisti danno la propria versione di un assassinio. Nel presente contributo voglio verificare la tenuta delle indagini dello spazio dell’illusione proposte dalle opere che riconduco schematicamente a eXistenZ (1999) di Cronenberg e La vita degli altri di Von Donnersmark. Lo sfondo comune che vedo operante è legato ad un superamento utopico dello spazio dell’illusione, in favore di quello che chiamo qui spazio del mundus imaginalis, legato all’individuazione dell’ordine vero del nesso natura-artificio[1].
1. La diairesis impossibile fra gioco cyberpunke potere dei media
Tutto il cinema è illusione ed arte illusionistica. Non cercherò di ricostruire le basi storiche di questa affermazione, rimando per questo alla visione di O. Welles, F for Fake (1972)[2].
Il cinema – quando è grande cinema – riflette sempre sulla sua capacità persuasiva, così il teatro, quando lo è, lascia riconoscere sempre le tracce di una riflessione metateatrale. Con il Ciclope di Euripide e le Nuvole di Aristofane, ad esempio, il testo tragico e comico riflettono sulla loro capacità di persuadére, benché l’oggetto più esposto della loro riflessione sia un altro. Allo stesso modo è quasi pleonastico affermare che sotto la trama di grandi opere per il cinema traluce sempre lo sguardo che si guarda e che a sua volta mostra come si guarda. A differenza di un contesto di riferimento come quello dell’Atene del V secolo a. C., però, il cinema è evento che partecipa di una comunità più larga ed al contempo meno coinvolta.
Si tratta sempre e comunque di una comunità politicamente intesa, così come è politico ogni gesto che influenzi la riflessione identitaria. La cavea di Dioniso, l’agorà ateniese, così come più tardi il Globe Theater di Shakespeare o il teatro di Racine, sono spazi di una politica irriproducibile da parte dell’empiria storica globalizzata – eventualmente sono da lasciare ai progetti solari ed utopici di nuove Atlantidi autarchiche –. Eppure prima di giungere a quello spazio irriducibile ad una comunione vera, costituito dall’insieme delle nostre second lives internautiche, la comunicazione politica passa ancora attraverso un mezzo legato in primis all’arte che persuade con immagini e suoni. Ma di cosa può e vuole persuadére il cinema? Nella prospettiva qui seguita il cinema non è solo mezzo capace di denunciarsi come pericolo, o di manifestare profeticamente quali siano i rischi di una comunicazione sociale pervertita, bensì di farlo producendo un tempo ed un luogo altri che sono, appunto, intermundia dell’illusione.
Per questo motivo non vengono presi in esame opere come La science des rêves di M. Gondry (2006)[3], dove il motivo della relazione illusione-reale è giocato su un registro legato al singolo e alla fenomenologia delle sue singole passioni, o The element of crime di Lars von Trier (1984), dove l’elemento allucinatorio non lascia spazio ad una metariflessione che tematizzi il passaggio dalla sospensione del sogno al dover-essere del (presupposto) reale.
Intendo qui con reale la fittizia realizzazione dell’umano nell’ordine sociale, e con illusione il luogo di produzione di una connessione che realizza l’infinita potenza dell’umano. L’accezione di illusione che vedo operante nelle opere sotto riportate intrattiene un rapporto di tensione all’immaginazione che produce i nessi, alla produktive Einbildungskraft primo-romantica. E con maggior forza emerge l’elemento di scontro fra vita già ordinata, vita già vissuta, ed illusione, o vita da ordinare, vita da immaginare, nel momento in cui è tematizzato lo spazio fra uomo e macchina. Nella linea che traccio da Metropolis di Fritz Lang (1927) ad Existenz (1997) e Matrix (1999) vi è un’evoluzione del ruolo della macchina che corrisponde a due tentativi complementari di riappropriazione dell’umano. Da un lato vi è il tentativo di fuga nei confronti di ciò che minaccia l’umano, pur essendo stato prodotto dall’uomo, dall’altro di repressione di ciò che, dell’artificio, si presenta troppo simile all’uomo, mettendo a rischio la considerazione corretta della serie natura-technē.
Il mondo ridotto a meccanismo, l’asservimento dell’uomo-operaio-numero all’ordine calcolante della città-congegno-fabbrica di Lang o, in modo ancora più struggente, del nastro di produzione di Modern Times di Chaplin (1936)[4] è profeticamente il mondo della matrice in cui il profeta Neo deve rischiare la propria vita “reale” per salvare l’ultima città non conquistata dalle macchine in Matrix. La critica al lavoro di fabbrica permette di riconoscere stilemi che sarebbe riduttivo ricondurre al problema ideologico: non si tratta della critica al capitale, quanto della limitazione dello spazio produttivo dell’uomo, indirizzato nell’infernale ripetizione dell’identico. Il problema è, nietzscheanamente, riuscire a strappare la testa del serpente ed impedire la ripetizione volgare dell’identico – perché ciò che si ripete sempre uguale, in realtà, non è sottoposto ad un processo di identificazione, ma ha già subito la sua identificazione, e riposa ora su un sistema strutturato e fittizio, in quanto legato ad un già stato. Se il singolo intrattiene con il suo mondo esterno la medesima relazione nella quale si è identificato, come se si trattasse di un presente assoluto, la sua risulterà un’identità già vissuta. Il cinema che mette a confronto l’uomo con la macchina indica il non senso di un mondo che non restituisce, nel processo di identificazione dei suoi componenti, il loro vero – che corrisponde all’infinita apertura delle loro possibilità.
In modo non dissimile si potrebbe volgere la critica alla società legata alla linea che porta da Citizen Kane (1941) a La vita degli altri (2006), in cui centrale è l’analisi del dominio dei mezzi di informazione. Se nel testo di Welles – profetico rispetto agli imperi informatici e mediatici degli ultimi vent’anni – la potenza del mezzo è condizione di un’asservimento del dominio dell’opinione pubblica, nell’analisi della Germania Est di Von Donnersmarck non c’è bisogno della finzione, perché il documento storico espone con chiarezza la logica operante nei regimi politicamente totalitari. I singoli che compongono lo spazio del pubblico si trovano schiacciati in una somma sempre inferiore al vero numero delle parti. E questa riduzione dimentica ciò attraverso cui i singoli hanno una vita, cioè la possibilità di decidersi.
La riflessione qui sviluppata si muove quindi su due piani, la cui esposizione è limitata dalla scrittura ad una disposizione che non è da intendersi gerarchicamente, bensì come banale distensione cronologica.
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Rapporto uomo-macchina e gioco fra virtualità e veridicità della vita nella sua rappresentazione virtuale |
Potere mediatico dell’immagine e dominio dell’inconscio collettivo |
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a. Metropolis, F. Lang (1927); Modern Times, C. Chaplin (1936);
b. Blade Runner, R. Scott (1982);
c. Nirvana, G. Salvatores (1997); Matrix, A. e L. Wachowski (1999)[5]; EXistenZ, D. Cronenberg (1999). |
a. Network (Quinto potere), S. Lumet (1976)[6]; Citizen Kane, O. Welles (1941); Fahrenheit 451, F. Truffaut (1966)[7];
b. Brazil, T. Gilliam (1985); The Truman Show, P. Weir (1998)[8];
c. Das Leben der Anderen, Von Donnersmarck (2006). |
2. Le matrioske di eXistenZ, D. Cronenberg (1999)
Il film di Cronenberg rappresenta senz’altro il compimento del cammino iniziato nel 1983 con Videodrome ed è punto di uscita dal cinema cyberpunk[9] nel superamento del robotico verso la dimensione del biologico. È infatti in opere come Blade Runner di R. Scott che si trovano le radici della semantica sviluppata da Cronenberg.
Il tema del rapporto uomo-macchina come alienazione dell’uomo nel meccanico viene ribaltato nel capolavoro cyberpunk di Scott nell’acquisizione di una coscienza e di emozioni umane da parte del replicante androide, che deve quindi venir soppresso, perché pericolosamente superiore all’uomo. La vita artificiale della macchina diviene in questo passaggio più vera della biologica dell’uomo. La sovrapposizione di piani coscienziali di uomo e macchina viene riproposto in Nirvana di Salvatores, rispetto al quale eXistenZ sembra scontare un forte debito. Il progettista di un gioco virtuale è al centro di entrambi i films, ma C. Lambert, protagonista del film di Salvatores, si trova a dover salvare dalla prigione di una ripetizione infinita il personaggio di un gioco da lui progettato (D. Abatantuono), che a causa di un virus del sistema ha acquisito coscienza e ricordi. Egli è quindi capace di instaurare un legame fra i diversi livelli del gioco, tanto che all’ormai desueto – ma atteso – game over non può associare un senso di liberazione, bensì quella pigrizia e akrasia di chi non vuole ricominciare. Memoria ed emozioni sono umani, ma sembra non possano essere esplicati là dove tutto si deve succedere secondo un sistema di cause decise dal programmatore – sistema del quale non vi è controllo da parte del protagonista del gioco, che però ne conosce l’esistenza. Questa è la differenza più marcata con eXistenZ: i due protagonisti (Allegra, programmatrice stessa del gioco, e Pinkul) passano senza soluzione di continuità dal livello del gioco al livello della cosiddetta realtà, senza che vi sia una arché che permane identica.
EXistenZ è titolo del gioco da cui prende le mosse il film, là dove l’uno si confonde nell’altro, non chiarendo se con il film si tratti solo di una tappa di un altro gioco (tranSendenZ, progettato da una casa produttrice concorrente). Il titolo rimanda ad una dialettica fra lo stare fuori di sé assumendo delle identità altre ed il ritornare in sé: i protagonisti del film diventano la consolle con la quale giocano, l’ente è il personaggio. Il passaggio fra virtuale/meccanico e biologico riesce più facilmente a Cronenberg di quanto riesca a Salvatores perché il biologico è porta al virtuale: la strana playstation sembra un animale, come tale soffre, si contorce alla partenza del gioco o se infettata, e deve essere innestata attraverso una sorta di cordone ombelicale in una bio-porta situata ad altezza caudale, quasi un nuovo ano od una vagina. Il gioco si rivela autentica penetrazione nel sé più riposto. Soltanto la fine di un gioco significa solamente il passaggio ad un orizzonte differente, ad un’identità differente, senza tratti comuni con quella iniziale che non siano i meri tratti somatici. Anche se la progettista stessa del gioco dovrebbe conoscere il canovaccio, la sua immedesimazione non le consente di porsi come elemento estraneo, Stand-punkt da cui controllare il gioco stesso.
A differenza di alcune rivisitazioni più recenti della logica teatrale brechtiana – impossibile non pensare a Dogville di Lars von Trier (2003) – lo spettatore non possiede un punto di vista superiore. In eXistenZ non vi è tentativo di evitare l’Einfühlung, l’immedesimazione che porta alla catarsi delle emozioni, di memoria aristotelica (Poetica, 1449b29), ma soprattutto platonica (Simposio 215e1-4) e gorgiana (Encomio di Elena 11.8-9). Che il tentativo di una “catarsi non aristotelica” porti davvero, in Brecht, ad un mero teatro del monito e della paideia, questo non verrà discusso qui. Voglio invece far presente come lo spettatore possa inserirsi nel gioco di scatole cinesi che Cronenberg spinge al parossismo solo se gli è consentito uno spiraglio di libertà fra l’essere ed il dover essere dell’immagine. Fra lo spazio illusionistico della rappresentazione e quello che viene preteso essere il reale. Su questo gioco fra rappresentazioni del reale, vera o persuasiva, o verosimile perché persuasiva, si effettua la scelta dello spettatore, chiamato ad assumersi una maschera, ad essere persona. Ed in questo modo, rappresentando il gioco che fa essere diversi io, chiamati a predicarsi diversamente aderendo alla realtà che si trovano dinanzi, Cronenberg lascia aperta la domanda sulla vittoria del gioco – a chi più fluido scorre buddhisticamente fra le intersezioni, o a chi si aggrappa letteralmente con i denti ad uno dei reali possibili? La pistola letale di eXistenZ spara non a caso dei canini umani.
3. La vita e Le vite degli altri, F. H. von Donnersmarck (2006)
Nel controllo totale esercitato dalla Stasi della DDR il cittadino recitava una parte – spesso a sua insaputa. Secondo le statistiche rese note dopo la caduta del muro e riportate da Von Donnersmarck nel documento che accompagna il film, solo il 10% dei cittadini della ex DDR ha voluto accedere agli archivi che riportavano i nomi dei collaboratori del governo e i verbali dei controlli. I nomi di coloro, cioè, che spiavano e costituivano il tramite fra avvenimento singolo e regime totalitario. Questo è uno dei due motivi per cui la traduzione Le vite degli altri potrebbe non rispettare proprio il carattere di massimo comun denominatore al quale venivano ricondotte le vite dei singoli, e cui fa riferimento il titolo tedesco con Das Leben degli altri. Si tratta di una vita plurale che deve esser pensata in modo omogeneo. Il classico gioco platonico del Sofista fra i generi sommi di identità e diversità si mostra ancora una volta meccanismo potente: l’identità su cui vengono schiacciati i singoli nella DDR è irrelata, perché il diverso – altrimenti fonte prima proprio del processo di identificazione – viene represso alla radice. Il controllo del regime sulle emozioni, le singole volontà, le possibilità di carriera, viene ambientato in un 1984 apparentemente lontano, ricostruito minuziosamente con apparecchiature e ambientazione realissimi. Proprio lo spazio di questa assoluta rappresentazione totalizzante è stato, secondo il regista, l’elemento più difficile da riprodurre, perché velocemente cancellato da una nuova rappresentazione, quella della sconfinata libertà occidentale. Il riferimento al capolavoro orwelliano, banalizzato in precedenti tentativi espliciti di ritraduzione cinematografica, è tutto interno. In realtà il film non deve rappresentare nulla che non fosse una Tatsache storico-politica. È stata per questo cura del regista quella di evitare che gli attori dovessero effettuare un salto in ciò che era loro estraneo: quasi tutti provenienti dalla ex Germania dell’est, hanno collaborato al film come ad un progetto. L’assunzione su sé del compito pasoliniano di dire i nomi ha permesso di produrre, con pochissimi mezzi, un film tecnicamente perfetto, per raccontare come fosse non solo la vita di chi era spiato, ma anche – e soprattutto – di chi spiava. Ed è questo il secondo motivo per cui la traduzione con il plurale rischia di far dimenticare come chi spiava, in realtà, rischiava di non poter godere davvere di quella vita degli altri cui rubava i segreti, quella vita singola che si sovrapponeva alla propria.
Ulrich Mühe, mancato proprio quest’anno, impersona l’agente della Stasi Gerd Wiesler-HGW XX/7 incaricato di spiare la vita di G. Dreyman, un prominente scrittore fedele al regime, ma dalle amicizie intellettuali vicine all’Occidente. Mühe ha dovuto scoprire, dopo la caduta del muro, di essere stato spiato per molti anni dalla moglie, agente della Stasi. Nella finzione i ruoli sono capovolti, e la sua solitudine abissale, quella che conosce ogni segreto, può farsi piena della vita degli altri perché vuota della propria.
Pur potendo inserire il film nella serie di Network di Lumet (1976) e Citizen Kane di Welles (1941), per quanto riguarda la forza del potere mediatico – esposto o sottotraccia, o della censura onnipresente che blocca qualsiasi discorso della memoria, come in Fahrenheit 451 di Truffaut (1966), preferisco ordinare questo testo di Von Donnersmarck accanto a Brazil di Gilliam (1985) e The Truman Show di P. Weir (1998).
Das Leben der Anderen è un testo la cui forza profetica riposa sul fatto che il pericolo da cui mettono in guardia le opere precedenti è già stato. Questo non ha nulla a che vedere con lo scambio fra vita reale, storica, e illusione artistica, quello scambio che porta il giovane Ludwig a fare della propria vita una serie di quinte (Ludwig, L. Visconti, 1972). La visione di Das Leben der Anderen è quella di un mostro che non ha finito di partorire mostri: ciò che è accaduto accade, accadrà, ed acquista forza nel suo messaggio perché i protagonisti ne sono testimoni, ed al contempo risolvono il loro esserne testimoni nel filtro dell’arte, proponendo quella distanza fra attore e spettatore che è necessaria proprio alla catarsi. Lo spettatore vede con gli occhi di chi spia la vita, di Mühe-Wiesler-agente HGW XX/7, che conosce, fa conoscere, decide di contravvenire alle regole della Stasi e protegge, senza che Sebastian Koch-G. Dreyman lo sappia, la stesura e l’invio all’ovest di un articolo riguardante la serie di suicidi fra gli artisti della DDR. Mühe recita la parte dell’eroe di un passaggio, quello fra vita reale e rappresentazione della vita, nella quale è egli stesso immerso, poiché anche nel film di Von Donnersmarck, come nel testo di Cronenberg, il gioco di scatole cinesi deve dare la sensazione di un regressus. Il controllo esercitato da altri su Mühe decide della sua carriera. Questa serie di rimandi, riconoscibile sia dall’esterno, dal lato dello spettatore, sia dall’interno, da parte di alcuni personaggi, produce un effetto di agglutinante abbraccio da parte di un sistema che è unico garante della prospettiva vera. Si potrebbe certo maliziosamente affermare, con l’attrice Martina Gedeck-Martha, che il film di Von Donnersmarck abbia tutti gli ingredienti della storia americana[10]. Certo non è plausibile, però, sia stato questo il motivo del suo rifiuto da parte delle case di produzione tedesche (!).
La denuncia politica fondante il racconto rappresenta, con le possibilità della finzione, ciò che non pochi, oppressori e oppressi, hanno cercato di dimenticare. Eppure proprio la memoria salva la possibilità di ri-conoscere il confine fra verosimiglianza e verità – fra verità e verosimile della storia. Quando Mühe scende dalla soffitta nella quale ascolta e controlla ogni movimento dello scrittore e cerca di capire quale sia il segreto della vita reale di questi, dove si nasconda la verità del mestolo di legno e degli amplessi con la sua compagna, lo spettatore non può che accompagnarlo partecipe. È lui che sta tastando lo spazio buio attorno al suo essere finto, al suo stare nascosto, al suo conoscere senza poter partecipare. E allora rimane solo la via – rivoluzionaria – della menzogna per difendere una verità finalmente intravista: i rapporti che registrano tutto quel che viene detto nell’appartamento di G. Dreyman saranno falsificati. Dell’articolo destinato allo Spiegel, quindi all’Occidente, l’agente non farà menzione, e sostituirà tutti i passi dei Berichte che lo riguardano con i riferimenti ad un dramma inesistente sull’opera di Lenin. L’autore di questo dramma tragicomico, finalmente svincolato dalla ripetizione e dall’obbedienza, protagonista di un cambiamento – per sé prima che per la vita plurale degli altri, è proprio Mühe. A questo punto il problema è il medesimo della periagogē platonica: dove si situa il momento della conversione dell’exaiphnēs in cui il prigioniero della caverna platonica (Repubblica 514b ss.) viene fatto alzare o si alza? HGW XX/7 è un convertito della bellezza e dell’arte, è la lettura di Brecht che lo avvicina a colui che spia, ed è con Dreyman che l’agente piange, solo, quando lo scrittore suona al pianoforte per la morte dell’amico regista. Ed è ancora alla musica il riferimento trasversale del testo cinematografico, cioè alla Sonate vom guten Menschen, presente sia nel finale, sia nel dialogo in cui la fedifraga e debole Martha viene convinta proprio dall’agente a tornare dal compagno. Mühe diventa così proprio grazie all’arte l’uomo buono, diventa ciò che è liberando la propria immagine da quel che la costituiva come immagine. Egli produce nell’artificio la verità che redime il sistema fintamente vero.
Titolo originale:Das Leben der Anderen
Regia: Florian Henckel von Donnersmarck
Sceneggiatura: Florian Henckel von Donnersmarck
Fotografia: Hagen Bogdanski
Montaggio: Patricia Rommel
Musiche: Stéphane Moucha, Gabriel Yared
Interpreti: Martina Gedeck, Ulrich Mühe, Sebastian Koch, Ulrich Tukur, Thomas Thieme, Hans-Uwe Bauer, Volkmar Kleinert, Matthias Brenner, Charly Hübner, Herbert Knaup, Bastian Trost, Marie Gruber
Produzione: Bayerischer Rundfunk, Creado Film, Wiedemann & Berg Filmproduktion, Arte
Distribuzione: 01 Distribution
Premi: David di Donatello 2007 per miglior film dell’Unione Europea, Oscar per il miglior film straniero 2007[11]
Nomination: al Golden Globe 2007 come miglior film in lingua straniera
* Nota di lettura: piace qui ricordare il lavoro sullo spazio fra immagine e quinta avviato da C. Ternullo e O. Irrera nel progetto Altre visioni. Degli otto passaggi in cui gli autori sintetizzano il rapporto fra rappresentazione e preteso reale, ritengo centrali il problema dell’internalizzazione della prospettiva esterna e dell’autoriferimento come struttura narrativa. L’enigma di Kaspar Hauser (1974) di W. Herzog e Mulholland Drive (2001) di D. Lynch sono due esempi significativi, già presentati da Ternullo e Irrera, di questa problematica, dai quali è difficile prescindere, e che tuttavia rimarranno qui, come molti altri, note a piè pagina dei due testi di Cronenberg e Von Donnersmarck. Anche per questo motivo i riferimenti bibliografici sono stati limitati quasi alla sola risorsa della rete, essendo la vera bibliografia del cinema il cinema stesso. Il presente lavoro ne è quindi già un tradimento.
[1] Per il concetto di mundus imaginalis si veda il pensiero di H. Corbin a ridosso dell'opera di Sohravardi, in particolare L’homme et son ange. Initiation et chevalerie spirituelle, Fayard, Paris 1983. Su questi temi M. C. Soster, Riflessione in margine a J. G. Hamann, philosophe du luthéranisme d’Henry Corbin, «Rivista di Studi Filosofici» (2000), pp. 285-318. Per la ritraduzione dell'artificio nella technē di natura cfr. Platone, Leggi 891e5.
[2] www.art-quarterly.at/dvd_detail.php?id=7.
[3] www.repubblica.it/2007/01/sezioni/spettacoli_e _cultura/cinema/recensioni/arte-sogno/arte-sogno/arte-sogno.html
[4] www.youtube.com/watch?v=JW7YLPED0wc
[5] whatisthematrix.warnerbros.com/
[6] www.youtube.com/watch?v=gdXwLVUuI7g
[7] www.cndp.fr/Tice/Teledoc/dossiers/ dossier_fahrenheit.htm
[8] www.zeit.de/1998/47/199847.truman_.xml
[9] www.eracyberpunk.altervista.org /glossary.htm#term3
[10] www.tagesspiegel.de/weltspiegel/Welt;art118,1897093
[11] www.br-online.de/kultur-szene/thema/das-leben-der-anderen/index.xml; www.welt.de/kultur/Article736691/Dieser_Oscar_ist_gut_fuer_Deutschland.html http://www.welt.de/politik/article734960 /Das_Leben_der_anderen_hat_keinen_Preis_verdient.html.
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Pensare per vivere meglio
Essere partecipi per capirne di più

