Quarto Potere (Citizen Kane)
di Claudio Ternullo
USA, 1941, b/n, 119’. Regia di Orson Welles. Con Orson Welles, Joseph Cotten, Agnes Moorehead, Dorothy Comingore, Ruth Warrick, Everett Sloane.
A Candalù (mediocre italianizzazione dell’originale, e più evocativo, Xanadu), che è la sua residenza pletorica, dove dominano, alla pari, l’horror vacui ornamentale e il senso impareggiabile del kitsch, il cittadino Charles Foster Kane consuma le ultime ore di un’esistenza pantagruelica ed eccessiva, larger than life, durante la quale, a partire da giovane, ha accumulato una delle più grosse fortune del paese, controllando gran parte dei media e manipolando l’opinione pubblica americana (riuscendo persino a spingerla, ci viene suggerito, all’isteria guerrafondaia che precede il conflitto ispano-americano del 1898), assicurandosene sempre il consenso e non curandosi mai di ciò che la gente pensa genuinamente, perché, come dice lui, “alla gente si può far pensare ciò che si vuole.”
Prima di morire, Kane proferisce l’enigmatica “rosabella” che mette in moto la ricerca di un giornalista incaricato di trovare qualcosa di sensazionale per un documentario postumo sul tycoon. Il giornalista consulta amici, conoscenti e la seconda moglie di Kane, ma le ricerche saranno vane: solo alla fine ci verrà mostrata la slitta che da bambino, prima di essere allontanato dalla famiglia, era il suo gioco preferito fra le nevi del Colorado.
Ma le ricerche sono un pretesto per ricostruire la vita di Kane, di cui ci danno ampio resoconto, oltre alla moglie, le carte dell’ex-tutore, il direttore del giornale da cui è iniziata l’ascesa di Kane e l’inseparabile amico idealista Jedediah Leland.
Si comincia con i natali oscuri in un villaggio del Colorado, dove la madre lo affida alle cure di un tutore (William Parks Thatcher) dopo aver ereditato un piccolo patrimonio da un pensionante in rovina. Incurante del resto delle sue proprietà, raggiunta la maggiore età, il magnate si dedica, con eccezionale lungimiranza profetica e intuendone il potenziale d’azione e di condizionamento, alla guida di un giornale semisconosciuto (il New York Inquirer) sino a renderlo, attraverso l’endorsement di un populismo di bassa lega venato di paternalismo socialista, ma soprattutto di manipolatorio sensazionalismo tabloidistico, il quotidiano più letto nella città americana. Padrone dei giornali americani più influenti, Kane tenta il cursus honorum che lo dovrebbe portare alla presidenza, candidandosi nel ruolo di governatore. L’avversario, rendendogli la pariglia, usa gli stessi mezzi scandalistici che sono il trademark dei suoi giornali e lo costringe al divorzio con la moglie (Emily Norton) dopo aver rivelato la storia clandestina di Kane con un’aspirante cantante lirica squattrinata (Susan Alexander). Dopo aver rinunciato alla carriera politica stroncata dallo scandalo, Kane diviene sempre più ossessionato da un desiderio sconfinato di dominio, dedicandosi alla carriera della moglie, che incoraggia in una carriera catastrofica di stella dell’opera, interrotta solo dopo un tentativo maldestro di suicidio e per la quale fa, addirittura, costruire un teatro. La stroncatura che l’amico Leland fa al debutto è il segno dell’irrimediabile isolamento progressivo di Kane dalla realtà esterna e dell’abbandono anche degli amici più sinceri: Leland sarà prontamente licenziato, sancendo l’ormai inesorabile stato di obnubilamento autoritario e di dispotismo egolatrico del tycoon in declino.
Quando anche la seconda moglie comprende di essere solo un appendice materiale, un bersaglio effimero dell’illimitato amor sui dell’uomo, lasciandolo in tronco, per Kane il destino di solitudine nella fortezza da Gran Khan che si è costruito, mera protesi del suo ego illimitato, è ormai segnato. Prima di morire, questo moderno Tamerlano, questo overreacher che sa di Marlowe e Shakespeare, paga il suo tributo affettivo all’unico ricordo che non sia stato toccato dall’impurità e malvagità del denaro, dalla ricchezza che corrompe ogni cosa, che perverte il candore e l’innocenza dei sogni infantili, degenerati, ormai, in uno stato di paranoia megalomane sistematica, in cui il possedere è solo il surrogato meschino di un’assenza eclatante di sentimenti.
Quarto Potere (anche qui, pessima traduzione del molto più efficace e d’impatto drammatico Citizen Kane) è uno dei capolavori assoluti della cinematografia del secolo scorso. Al centro campeggia la figura mostruosa e titanica di Kane, interpretato dal regista stesso. Prototipo di tutti i villains wellesiani a venire, il protagonista è un misto di irresistibili guasconeria e mancanza di scrupoli, un uomo che ha il dono alchemico di trasformare tutto ciò che tocca in oro, un meno recente caimano che imbonisce e manipola secondo il proprio gusto, facendo mostra di curarsi degli interessi dei suoi lettori e della verità. Ispirato, pare, alla figura di Randolph Hearst, il film fu un parziale insuccesso grazie alle mene del magnate americano, che proibì ai propri giornali di recensirlo (e ad alcune sale di proiettarlo). Non è difficile trovare ai giorni nostri giorni emuli ed epigoni (anche se su scala minore, probabilmente) del kanismo.
Il film inventa parte della grammatica cinematografica: piani-sequenza, anamorfosi, accostamenti visivi analogici (un tributo al famoso “montaggio analogico” di Ejzenštejn), ritmo narrativo travolgente, fatto da sequenze brevi e serrate, flashback e sfasature temporali continue, tutto questo contribuisce all’aura di capolavoro assoluto che circonda, meritatamente, il film, fino a farlo ritenere, da parte di alcune bibbie cinematografiche, il miglior film mai realizzato.
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