Le conseguenze del­l’amore

 

 

di Claudio Ternullo

 

 

Italia, 2004, col., 100’. Regia di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo (Titta Di Girolamo), Olivia Magnani (Sofia), Raffaele Pisu (Carlo), Gianna Paola Scaffidi (Giulia), Adriano Giannini (Valerio).

 

Il salernitano Titta Di Girolamo (Servillo) conduce un’esistenza anodina e tediosa presso un albergo di Lugano. Nel­l’atmosfera vitrea e ovattata della Hall, le sue giornate sono scandite da occupazioni effimere, da chiacchierate insulse, al limite del surreale, con i clienti del­l’albergo, dalla frequentazione di una coppia di coniugi bizzarri (Scaffidi e Pisu), con cui finisce spesso a giocare a carte, dal­l’insonnia permanente, dai riti monotoni di una vita ingessata e paralizzata, catatonica, solo a tratti ravvivata dalla dose settimanale della droga da cui dipende, l’eroina. Di Girolamo non è in esilio volontario dalla vita, né si è ritirato in un luogo remoto per trascor­rere placidamente la propria vecchiaia. In una vita precedente, che ci viene rivelata solo più tardi, è stato un broker di successo, che ha investito, perdendoli rapidamente, anche soldi della mafia. “Graziato” dai boss, è stato coattivamente relegato in Svizzera per fare da tramite fra un istituto di credito e Cosa Nostra. Settimanalmente, è incaricato di depositare i proventi del­l’organizzazione criminale presso  una banca di fiducia. Per quanto ancora in possesso della vita, ne è stato di fatto privato e confinato in un’esistenza limbica, purgatoriale, che si trascina nello struggimento melanconico, nella perpetua, ossessiva rimuginazione sulle proprie colpe e sul proprio fallimento (rivelatrice la frase detta al fratello che lo viene a visitare: “…la mia non è stata sfortuna. La sfortuna è un’invenzione dei falliti”), nella disaffezione sarcastica e amara verso tutte le cose del mondo e, infine, nel cinismo assoluto e misantropico che pervade ogni suo gesto quotidiano. Tuttavia, proprio quando sembra che la routine opaca della vita sia entrata in una fase irreversibile di stallo e di inerzia letale, Di Girolamo inizia a maturare il disegno che gli consentirà il riscatto finale, che gli restituirà libertà e autonomia. Lo slancio liberatorio, il recupero della consapevolezza della propria incoercibile dignità di uomo, la ribellione contro la riduzione a mera macchina da parte della mafia passeranno attraverso l’amore per una fasci­nosa giovane cameriera del­l’hotel (Magnani), che, a sua volta, si è ribellata, unica fra le com­parse esangui e scialbe che popolano la vita di Titta, alla sua ostinata indifferenza e ruvidezza. Nonostante che Di Girolamo rammenti a sé stesso di stare attento alle conseguenze del­l’amore, l’azione erosiva, per così dire, degli affetti, la loro spinta trasformatrice, la loro linfa rigene­rante penetra irrimediabilmente nella sua fibra coriacea e anestetizzata, sino a spingerlo ad un furto, prima, di una piccola somma e, infine, di una delle valigie milionarie del cui trasporto è incaricato. Con la prima acquista una macchina alla ragazza di cui si è invaghito, l’altra la con­segna alla coppia di coniugi che sono stati la sua unica compagnia negli anni cupi e tediosi del­l’esilio svizzero. Anche se non rivedrà mai più la ragazza, la gioia per il recupero della sua identità sfigurata e conculcata per anni dalla complicità con la mafia gli consente di sfidare la Cupola, che lo condannerà a morire in un blocco di cemento, quasi una sorta di prosecuzione di quel­l’esistenza pietrificata e raggelata che gli era stata decretata anni prima. Mentre scivola nel­l’abisso liquido e livido del cemento preparato per lui, Di Girolamo ripensa ad un amico la cui memoria non si era mai spenta, così come, nonostante l’eutanasia morale e identitaria pa­tita per molti anni, mai si era spenta la speranza di una rigenerazione interiore, messa in moto dalle conseguenze del­l’amore.

Le conseguenze del­l’amore è un capolavoro di virtuosismo cinematografico, di studio della forma e del movimento, di contrappunto analogico meticolosamente studiato fra lo spazio-tempo inte­riore del protagonista e quello fisico della realtà circostante. Come nel sublime resnaisiano L’anno scorso a Marienbad, la poetica dello sguardo oggettivo sulle cose e sul­l’immateriale fisico, incastrata in un geometrismo perfetto e angosciante, sintomo e vettore di uno straniamento psichico deliberatamente attuato, raggiungono la massima espressione visiva.

Allo stesso modo, la dimensione sentimentale, costantemente inibita e appiattita sul piano della ritualità sconfortante e noiosa si condensa, ad un certo punto, in una serie di astratti furori, per usare un’avvincente espressione vittoriniana, che passa dalla ripulsa mordace e malinco­nica della vita da parte di Titta al­l’incontrollata esplosione affettiva. Nonostante la vena poe­tica profusa nel­l’esaltazione della spontaneità, del­l’imprevedibilità (del­l’amore e delle sue con­seguenze) e imponderabilità del­l’esistenza, in cui sopra ogni cosa regna il valore di un’amicizia imperitura, genuina libera e tenera, il film è la storia di uno scacco e di un fallimento, dove l’irrompere del caso, con la sua forza liberatoria, conduce sempre, in definitiva, alla catena ine­sorabile delle cause e degli effetti e alla katastophé drammatica che conduce l’eroe verso la fine designata (la ragazza ha un incidente, Titta non la vedrà mai più). Il fatalismo del protagonista, che trasuda dalle sue vicende personali così come dallo sviluppo del film, viene portato alla lo­gica estrema del desiderio di morte come via da fuga da una realtà invivibile, resa solo appena più decente da una serie fortuita di circostanze. L’indagine sorrentiniana nella vita umana e nelle sue circostanze conferma, dunque, la diagnosi già emersa ne L’uomo in più,  dove la struttura tragica segue, come da copione, per così dire, antico la parabola del successo che conduce inevitabilmente al declino e al fallimento. Anche se qui come lì, una speranza rimane timidamente accesa, congelata nel ricordo intramontabile di ciò che si è stati o si è vissuto, nella dignità mai completamente umiliata dalle circostanze o dalle conseguenze di un mondo cru­delmente necessario.