Il Divo
di Claudio Ternullo
Italia-Francia, 2008, col., 110’. Regia di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Piera Degli Esposti, Massimo Popolizio, Gianfelice Imparato.
L’arco narrativo del Divo va dagli anni della tarda ed estrema akmé andreottiana intorno al 1990-91 al suo epilogo giudiziario dopo, durante quello che sarebbe giusto definire l’affaire Andreotti, la manifestazione definitiva dell’enigma andreottiano, sapientemente epitomato dall’“impudente” Scalfari (che cita, a sua volta, Montanelli) nel dilemma storico insolubile: il più grande martire o il più grande furfante della storia italiana?
Il nodo gordiano lo scioglie il Divo stesso, nel proporre l’idea di una “complessità” irriducibile della storia, dove ogni giudizio umano netto e delineato vacilla sotto i colpi dell’inesorabile opacità, lacunosità e fragilità di ogni ricostruzione documentaria. Il mistero sacro del potere e dell’obbedienza sembra coniugarsi, nelle sue parole, con il mistero più ampio ed escatologico del destino individuale di ciascuno, affidato ad una Provvidenza che non ammette il caso, ma il cui operato è radicalmente imperscrutabile.
Il Divo, ad ogni modo, ricostruzioni non ne offre. Si limita a pescare in una storia per lo più ancora da scrivere, intrecciando fatti ed evocando situazioni, ripercorrendo alcune fra le pagine più oscure della storia repubblicana post-bellica, alla ricerca di una coesione immaginifica che ha il suo attrattore nella figura maestosa, pantagruelica, ancorché fisicamente inconsistente e macilenta, dello statista democristiano. Opera maturissima e inconsueta, che annovera tutti i registri, dal tragico al grottesco, dal comico (anche nella forma fliacica, verrebbe da dire, si veda l’esilarante raffigurazione di Cirino Pomicino) al documentaristico, il film riesuma contraddizioni e misfatti di decenni democristiani, nomi di uomini che furono potenti, spazzati via non dai giudici ma, come dice Andreotti, impietosamente, con ieraticità sacerdotale “…dalla vita stessa”.
Nell’arco di quei pochi anni, Andreotti passa dal settimo stentoreo e agonizzante governo presieduto ai tentativi di farsi eleggere massima carica dello stato, esce indenne dal ciclone di Tangentopoli per poi finire nel tritacarne giudiziario che lo tiene inchiodato per alcuni anni e lo addita al ludibrio dell’opinione pubblica come capo-mafia e assassino, prima delle ambigue assoluzioni che non lo riterranno colpevole, ma certo moralmente coinvolto in una gestione torbida, opaca, inquinata, sanguinolenta del potere.
In confronto al “caimano” Berlusconi, protagonista di un altrettanto potente e suggestivo ritratto recente, che cattura consenso tramite la propria estroversa, onnivora, bulimica presenza nelle piazze e nei media, il “divo” Andreotti costruisce il suo successo sulla pratica ossessiva dell’introversione, dell’esercizio spirituale, della costante notomia del Sé di matrice loyoliana, che si estrinseca nella forma privilegiata, arcana e sulfurea della confessione privata, del soliloquio, della conversazione obliqua, dell’apoftegma oracolare, dell’eironeia cinico-socratica, non priva di una forte venatura satirica dissacrante e, in definitiva, nichilista che evoca certo spirito corrosivo lucianeo.
Laddove il primo satura la scena pubblica con la forza, l’intensità e l’invasività della sua personalità gigionesca e guascona, furba, ma irrimediabilmente naïf, esuberante, ma penosamente fatua, il candidato all’apoteosi terrena Andreotti è discepolo ed emulo della tradizione dissimulatoria accettiana, non appare pur mostrandosi, non esibisce le proprie emozioni, fa mostra di misantropia e contemptus mundi, unisce la figura del flagellante inquieto e del predicatore, è tutto teso alla costruzione di un’identità intangibile e segreta, il cui mistero, nel film di Sorrentino, sembra tutto celarsi nel culto (grigio e torvo) del potere, ascrittogli profeticamente e simbolicamente da Aldo Moro, l’uomo del cui ricordo e della cui ombra il Divo sembra non essere in grado di liberarsi, unico rimorso di una vita vissuta in omaggio alla ragion di stato.
Il Divo è una figura potente, a tutto tondo, annichilente, mostruosa, pericolosa (si ricordino le parole dell’ospite francese), totalizzante, l’incarnazione di una storia e di una tradizione di spregiudicatezza e di spietatezza di un potere che non può concedersi battute d’arresto, che può e deve governare gli uomini, creando ordine, eliminando la confusione, indicando la via. Non si sa quanto rassomigliante al personaggio storico realmente vissuto, ma certo in perfetta sintonia con le sue vicissitudini, il suo sentire e il suo operato.
Ad un certo punto nel film il Divo crolla. È solo una parentesi effimera all’interno della sua lotta eterna contro tutto e tutti, segnatamente contro sé stesso, una parentesi che evoca lo showdown definitivo con la propria coscienza lacera, il tentennamento del Titano ferito, ma mai sottomesso, lo sbotto atrabiliare che manifesta la grandezza cupa e melanconica del personaggio. Sotto pressione per l’incriminazione subita ad opera della Procura di Palermo, in un accesso delirante, che ricorda il Grande Inquisitore dostoevskiano, l’empio apologo rivelatore di Ivan Karamazov, Andreotti confessa tutto, si attribuisce tutte le sordidezze contestategli, si ascrive la violenza, la crudeltà, il sangue, il disordine di anni bui, di anni di stragi, di complotti, di ammazzamenti. Ma come l’Inquisitore è pronto all’autodafè del Messia redivivo per evitare lo sconquasso, l’apocalisse, il disorientamento, l’ebbrezza distruttiva della folla, così il Divo ribadisce, sottendendo un’oscura teodicea quietista o catara, una teodicea, cioè, “negativa”, che Dio il Male lo prevede, lo desidera, lo rende necessario. Chi difende la prosecuzione e l’attuazione di questo male agisce, per l’appunto, come piacerebbe a S. Ignazio, ad maiorem Dei gloriam.
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Pensare per vivere meglio
Essere partecipi per capirne di più

