L’inutilità del male (e del bene) in Non è un paese per vecchi dei fratelli Cohen

 


di Giovanni Panno

 


No country for old men (2007), ma c’è da chiedersi cosa ci fanno gli uomini, comunque, in questa terra. Una sorta di limbo staccato dal senso, di là da venire eppure mai presente. Il folle psico­patico Anton Chigurh incalza Llewelyn Moss (Josh Brolin), reo d’aver preso in consegna inge­nuamente (ma non troppo) oltre due milioni di dollari, frutto di una vendita di droga finita male.

Llewelyn Moss non è buono, e neppure cattivo. E non è neppure facile affermare che faccia bene – o male – a tenere i soldi rischiando la propria vita e quella della moglie. Non è dato di sapere quanto fosse insostenibile la quotidianità dei due, ma è possibile intuirlo. 

I fratelli Cohen non lasciano spazio ad una risposta consolatoria: non è detto che una morte assolutamente ingiusta non ti possa raggiungere. Il folle Javier Bardem, al di là del coinvolgi­mento nello scambio droga-dollari, in quanto incaricato del loro recupero, passa il tempo ad uccidere chi incontra, lasciando apparentemente che sia il classico testa-o-croce a decidere. Nel ruolo di un novello annunciatore della sospensione sul non-senso (e quindi della necessità di perfetta attenzione al­l’esistente), Bardem sarà il vincitore di una contesa che scorre sotterra­nea per tutto il film con lo sceriffo Bill (Tommy Lee Jones). Se vi è un appiglio a “ciò che non puoi fermare”, come recita il sottotitolo del film, questo sembra legato paradossalmente al­l’uscita dalla contesa stessa, il ritiro, l’abdicazione. Ed è quello che farà lo sceriffo, dopo aver tentato inutilmente di salvare lo sconsiderato Llewelyn Moss.

Eppure vi è un momento in cui la storia sembra evolvere a favore di Llewelyn Moss, se non l’eroe positivo della vicenda, quantomeno il personaggio al quale lo spettatore si affeziona, quello che non si vorrebbe veder morto, perché forse buono. Ma proprio quando sembra es­sersi liberato dal suo inseguitore più pericoloso, Bardem, ecco che ricompaiono quei messicani protagonisti dello scambio mal riuscito da cui Llewelyn ha ricavato fortuitamente la fatidica valigetta. Volendo cercare, per la morte di Llewelyn, una colpa che determini una punizione, si potrebbe pensare ad un tradimento nei confronti della moglie. Gli elementi per ricavare un in­segnamento morale sono, però, limitati. E forse il tentativo dei Cohen non è costruire un uni­verso gnostico in cui il bene debba combattere, seppure infelicemente, il male. Gli aspetti di critica alla società in parte presenti nel romanzo di Cormac Mc Carty (premio Pulitzer) sfu­mano nella versione dei Cohen, i quali non prendono posizione contro quello che può essere visto come il male.

La superba sceneggiatura consente di cogliere ciò che avviene come un dato di fatto – quasi naturale – senza condanna morale. Il lavoro, premiato con due golden globes e ben otto nominations al­l’oscar, non si preoccupa di evidenziare con raffinatezza la violenza, non ne fa un luogo di culto (à la Tarantino). I molteplici omicidi scorrono come tappe di un pas­saggio demonico – per non parlare del passaggio di un angelo sterminatore. Bardem si fa giu­stizia, quella del più forte, forse, in modo asettico e, nella scelta del­l’arma, legato alla soppres­sione del­l’animale malato o destinato alla macellazione. Egli si situa, così, al confine fra l’umano ed il divino, dà morte e risparmia, in un delirio di onnipotenza simile a quello del­l’umano nei confronti del­l’animale. In gioco, quindi, è il concetto stesso di umanità, cui non corrisponde certo un confine netto come quello che separa, nel film, Stati Uniti da Messico.