Valzer con Bashir (Vals im Bashir)


di Claudio Ternullo

 


Israele/Germania/Francia 2008, col. (animazione), 90’. Regia di Ari Folman.

 

Bashir Gemayel, leader cristiano della destra libanese, da poco eletto presidente della nazione (agosto 1982), è ucciso in un attentato. Le milizie Falangiste, riconducibili, ideologicamente, al movimento politico di cui egli è rappresentante, infieriscono, in un crescendo di violenza aber­rante e genocida, contro i palestinesi di Sabra e Chatila. La conta dei morti, come sempre im­precisa, parlerà di migliaia di vittime. L’esercito occupante israeliano, entrato in Libano alcuni mesi prima con l’obiettivo di schiacciare Fatah e i suoi aderenti, che da tempo avevano scelto il Libano meridionale come base logistica e snodo operativo della lotta di liberazione, sebbene non dia avallo formale al­l’operazione sanguinaria, non fa nulla per scongiurarla. Anzi, acci­dentalmente o deliberatamente, asserragliati nelle postazioni che circondano il campo profu­ghi, sotto lo spettacolo pirotecnico dei razzi segnaletici che illuminano una Beirut sventrata e ridotta ad un cumulo di macerie, i soldati israeliani si rendono partecipi della strage. Giorni dopo, quando ormai il sangue innocente è stato versato copiosamente, gli alti comandi si ren­dono conto del­l’accaduto e ordinano l’ingresso delle truppe nel campo. Lo spettacolo che gli si propone di fronte è devastante: morti accatastati dovunque, segno inequivocabile della barba­rie consumata, il labirinto maleolento e putrescente del campo invaso dal sentore insopporta­bile della carneficina, le donne, maggioranza delle superstiti, che si profondono in un goos co­rale interminabile, a mostrare icasticamente l’orrore della ferita subita, dello sfregio lancinante, del­l’impotenza di fronte alla morte subita dei cari, del­l’angoscia insanabile dinanzi alla tabe ge­nocida (la sequenza finale, collage di filmati ufficiali d’epoca).

 

Anni dopo, Ari Folman conduce un’esistenza apparentemente anodina, immersa nei progetti cinematografici, in cui la memoria è ostruita da lacune apparentemente irrecuperabili. Del Li­bano, in cui egli ha combattuto poco più che adolescente, sembra non esservi traccia alcuna. Del­l’orrore di Sabra e Chatila, solo informazione generica, apparentemente priva di agganci ai grumi traumatici esperiti, coibentata in ricordi artefatti e rapsodici, recalcitrante ad esibire l’oscurità e la tenebra rimossa, minuscola pellicola di realtà finzionale che ricopre l’orrore ab­bacinante del sangue. Solo a tratti la sua mente vira nel sogno seppiato di un risveglio alluci­nato dalle acque, in una sorte di palingenesi apocalittica, in cui il rimosso si fa strada lacuno­samente, facendogli balenare, nuovamente, il ricordo della marcia silenziosa e quasi estatica nel campo della morte compiuta anni prima. Un suo commilitone ed amico personale, ossessio­nato da un sogno in cui una muta di cani rabbiosi lo insegue ferocemente, scena d’apertura del film, risveglia in lui l’idea di poter recuperare un filo conduttore nel mosaico fratturato delle sue visioni oniriche. A questo punto, l’esigenza di ripartire alla ricerca di sé stesso non è più differibile. Ari dovrà ripercorrere quel filo, ridargli consistenza e concretezza fattuali, riaffon­dare il coltello nelle viscere di una memoria ostruita e obnubilata, portare a termine la nekuia personale, il viaggio fra i morti che restituiranno evidenza alla sua storia personale di reduce, di testimone del genocidio, di spettatore dolorosamente inerte e passivo della passività e della connivenza del suo stesso esercito, del­l’inconsapevolezza e fragilità di una generazione di sol­dati in una guerra sporca e cupamente omicida.

Per ritessere il labile filo della memoria storica, Ari si mette in contatto nuovamente con quanti hanno vissuto con lui quel­l’esperienza. In ciascuno di loro, ritrova sé stesso e le proprie paure. In tutti, un senso di smarrimento, di disorientamento di fronte ad una guerra dalla ve­rità opaca, il senso di una giovinezza irrimediabilmente ferita e lacerata fra le bombe e i tenta­tivi di esorcizzare, talora con esiti grotteschi, da Vietnam coppoliano, per intenderci, una morte imminente. In tutti, il senso di essere stati violentati nei propri sentimenti, di essere stati “abu­sati” da chi sapeva, da chi comandava, da chi dirigeva, da chi tesseva, obliquamente, la tela po­litica che ha portato alla trappola mortale di Sabra e Chatila. La disumanizzazione esperita, la reificazione ad artiglieria fatta di corpi e di sangue trova la sue cifra plastica nel valzer fra le pallottole del compagno Shmuel, fra le foto sbucherellate di Gemayel, sotto gli occhi attoniti e spenti di un “pubblico” di libanesi tritati nella macchina infernale della fiction bellica che sem­bra dipanarsi di fronte ai loro occhi. Non a caso, ai bordi di una strada, un giornalista ed un cineoperatore consacrano lo spettacolo filmico dei combattimenti, pronti a servire catodica­mente il loro piatto di iperrealtà sanguinolenta e morbosa, ultima e definitiva violenza della guerra moderna.

 

Girato con tecniche d’avanguardia d’animazione, che riescono a sottolineare, con maggiore intensità, l’artificiosità surreale del viaggio nella memoria intrapreso da Ari, il film è uno stro­boscopio di forme e di ombre, di colori che sanno di piombo e d’inchostro, ma anche di mare notturno, di soli libanesi accecanti, di spiagge esotiche, di incubi ferali, di danze notturne in di­scoteche glamour. La volontà documentaria, pure esistente, si dissolve rapidamente nel rico­noscimento di un erramento personale, del regista, e collettivo, di una generazione di ragazzi-soldato, nel­l’incubo di una guerra finita in genocidio e ricondotta alla sua originaria matrice di tipo intimista, che si espleta nel tentativo, sempre in bilico fra realtà e finzione, di capire chi, realmente, si è stati.