Il dittatore dello Zimbabwe e Osama Bin Laden
La presenza inquietante
e il giubilo per l’omicidio
di Alessandro Bianchi
Che ci faceva Mugabe a S. Pietro?
Non so a chi bisogna rivolgere la domanda, se al Capo del cerimoniale, o al Segretario di Stato, o addirittura al Sommo Pontefice. In ogni caso la domanda è
inevitabile: che ci faceva Mugabe a Piazza S. Pietro durante la cerimonia di beatificazione di Giovanni Paolo II?
Per chi non lo sapesse Mugabe è a capo dello Zimbabwe dal 1980, grazie al ricorso sistematico a brogli elettorali, modifiche statutarie e aggressioni armate nei confronti degli avversari
politici. Ma questo è il meno: è anche il promotore della famigerata operazione di pulizia etnica “Gukurahundi”, che nella prima metà degli anni 80 ha causato 20.000 morti nella regione di
Matabeleland, a lui avversa; delle stragi perpetrate nel 1997 contro la popolazione bianca dal suo sodale Hunzuvi (autodenominatosi per l’occasione “Hitler”); della “Operazione Marumhatsvima”,
con cui nel 2005 ha spazzato via le baraccopoli delle periferie cittadine, deportandone gli abitanti nelle campagne. Ed è anche il paladino della campagna contro l’omosessualità, punita fino a 10
anni di reclusione.
Per tutte queste raffinatezze è stato denunciato per crimini contro l’umanità e nel 2001 l’Unione Europea lo ha condannato per la “campagna prolungata di assassinii, violenze, intimidazioni e
molestie” e lo ha dichiarato “persona non gradita” interdicendogli la presenza nei Paesi europei.
Il portavoce del Vaticano si è affrettato a dire: “normali rapporti diplomatici che la chiesa intrattiene con lo Stato del Zimbabwe”. Ma con tutto il rispetto per Padre Lombardi e per i suoi
superiori, la cosa non solo non sembra normale, ma è incomprensibile e riprovevole.
E’ incomprensibile, perché per farlo arrivare a Roma l’Italia ha dovuto chiedere una deroga al divieto di presenza nei Paesi europei imposto dalla UE, richiamandosi ai Patti Lateranensi.
Dopodiché l’esimio personaggio è stato accompagnato in città e poi a S. Pietro con tanto di scorta, tiratori scelti e via dicendo. Era, dunque, così importante che il dittatore dello Zimbabwe
fosse presente? Senza di lui la beatificazione di Giovanni Paolo II sarebbe stata sminuita? E i suoi vicini di posto cosa hanno pensato di questo privilegio che è toccato loro?
Ed è riprovevole, pensando che ad un evento così importante sono stati invitati a partecipare semplici credenti (che hanno risposto a milioni, arrivando a Roma con tutti i mezzi,
arrangiandosi a mangiare e dormire come possibile e partecipando ad una lunga notte di veglia), ma è stato invitato e fatto accomodare tra gli ospiti illustri, anche un dittatorecorrotto e
sanguinario, vessatore di un popolo, che così ha potuto mostrare plasticamente al mondo la sua indifferenza per un divieto che l’intera Comunità Europea gli aveva imposto.
La verità è che il comportamento del Vaticano è stato dettato da quelle che si chiamano abitualmente “ragioni di Stato”. Ma da Santa Romana Chiesa sarebbe stato lecito aspettarsi un comportamento
dettato anche da ragioni etiche. O è chiedere troppo?
Il ritorno della barbarie
C’è un che di inquietante e, in alcuni
casi, di osceno in quello che si va dicendo a proposito dell’uccisione di Osama Bin Laden.
A partire dalle dichiarazioni del Pentagono, secondo cui la missione aveva come obiettivo “l’uccisione e non la cattura di Bin Laden”. Anche in un Paese che accetta la pena di morte (cosa di per
sé ripugnante) la condanna dovrebbe essere comminata dopo un processo, ma evidentemente in questo caso il verdetto era già stato emesso, anche se certamente non da un tribunale, sicché il
Presidente Obama ha potuto dire: “giustizia è fatta”. In realtà quello che è avvenuto (e cosa sia avvenuto esattamente è ancora tutto da capire) ha molto più il sapore della vendetta che non
della giustizia.
Poi ci sono le dichiarazioni di giubilo di commentatori ed esponenti politici, tra cui molti nostrani, riportate dalla stampa. Anche tralasciando gli osceni titoli di prima pagina dei giornalacci
di famiglia (che non valgono la carta su cui sono stampati), si è detto che l’uccisione è “una buona notizia”, “un risultato epocale”, “una vittoria del bene contro il male”, “una tappa
fondamentale nella lotta al terrore” e via su questo tono.
Ma in che consiste questa vittoria, questo epocale risultato? Nell’aver fatto un passo avanti nella soluzione della tormentata vicenda afghana o, più in generale, nel contrasto al terrorismo
mondiale? Niente affatto, anzi tutti si affannano a dire che ci sarà una recrudescenza di attentati e, comunque, la lotta ai terroristi – ossia a quelli che uccidono proditoriamente le persone -
non si fa uccidendone deliberatamente altre.
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