Prima parte: Costa d’Avorio, Tunisia, Iran, Turchia


A sud (ed a Est?) del Mediterraneo
nella totale disinformazione dei media


di Franco Cardini


 

E’ presto per capire che cosa sta succedendo nel mondo arabo, a sud del Mediterraneo e non solo; è presto per rendersi conto se e in che misura quel che sta accadendo nei paesi arabi d’Africa (ma anche in Siria) cederà il passo a nuove forme di “normalizzazione”, e di che segno esse saranno, o dilagherà nella direzione di altri paesi musulmani, oppure in quella di altri paesi africani. L’alternativa non è priva né d’importanza, né d’interesse. Perché nel primo caso ciò significherebbe forse che l’elemento religioso ha comunque un ruolo primario nel vento di cambiamento che sta soffiando dal Marocco alla Siria, sia pur con un’intensità diversa e non necessariamente nella medesima direzione. Nel secondo, invece, si dimostrerebbe come una volta di più i nostri media, sistematicamente trascurando di collegare le questioni del continente africano con quelle del mondo arabo-musulmano, salvo quando erano obbligati a farlo dalla drammatica evidenza (come in Sudan o in Somalia), ci abbiano disinformato e in ultima analisi – una volta di più – ingannato.  
In questo momento, la Costa d’Avorio - 21 milioni di abitanti distinti in parti quasi uguali tra cristiani, musulmani e aderenti a “culti etnici”, Paese indipendente da mezzo secolo dalla Francia, ma ufficialmente francofono e collegato all’antica dominatrice - rischia un’ennesima violentissima crisi politica, forse più forte delle precedenti, nonostante la presenza dal 2004 di un contingente di pace Onu di oltre 6mila militari. In Costa d’Avorio ci sono petrolio, gas naturale, diamanti, manganese, cobalto; il Pil pro capite è di 1700 dollari  (tanto per intenderci: da noi è di 29.900). Quel Paese è una delle nostre pattumiere: nel 2006 una nube tossica investì la sua principale città, Abidjan, intossicando oltre 30mila dei suoi 4 milioni di abitanti (la compagnia petrolifera responsabile dello scarico di scorie tossiche all’origine dell’incidente è stata condannata a un risarcimento di quasi 50 milioni di dollari, che sarebbe interessante sapere se e quando siano stati pagati e dove siano andati a finire). Non sarebbe questo, per dirne una, un argomento per una puntata di Porta a Porta osiamo dire più avvincente del confronto tra Alessandra Mussolini ed Emanuele Filiberto di Savoia o delle vicende sentimentali dal “triangolo” Bocchino-Carfagna-Mezzaroma?
Cominciamo dunque da qui. Dalla disinformazione. Il nostro sistema mediatico è anzitutto dominato da una regola infame: si parla poco di tutto quel che sarebbe importante, senza sistematicità, mischiando di solito argomenti di grande rilievo a pure, futili curiosità; e seguendo per giunta l’antiregola secondo la quale si discute animatamente delle cose mentre accadono e la cortina fumogena dei fatti in corso impedisce una seria e pacata analisi, mentre si cessa di parlarne non appena esse escono dalla contemporaneità e divengono quindi un po’ più chiare. Il principio della “tempestività”, del “tempo reale”, soffoca quello della necessità d’informazioni compiute. Ecco perché di quel che sta accadendo in Marocco, in Algeria e in Tunisia per il momento non sappiamo nulla. L’opinione pubblica è condannata a non sapere nulla (salvo beninteso il caso di avvenimenti esplosivi che sia impossibile celare) del fatto che in Algeria come in Giordania – Paesi rispettivamente ben “protetti” dall’”amicizia” con la Germania e gli Usa – una repressione dura e sistematica (per quanto rispettivamente diversa) ha impedito almeno fino ad oggi alle proteste di giungere a un punto tale da minacciare i poteri costituiti: e non perché la gente ne sia particolarmente soddisfatta, bensì perché Usa e Nato, che i casi tunisino ed egiziano avevano preso nel febbraio scorso di contropiede, sono prontamente corsi ai ripari sostenendo i governi e zittendo l’informazione in modo da non turbare un equilibrio da essi gestito. Ciò vale ad ancor più forte ragione per l’Arabia saudita e gli emirati del golfo, nei quali la repressione degli scontenti è stata – secondo le tre regole fondamentali della perfetta repressione – spietata, rapida e segreta.  Una segretezza favorita a dire il vero dalla consueta complicità dei nostri grandi media. Se in alcuni casi il silenzio dei governi e dei media si spiega con la necessità di sostenere i governi repressivi ma filoccidentali, in altri casi esso è spiegabile solo alla luce del fatto che, quando non vi siano interessi rilevanti in corso, il celebrato generoso umanitarismo che presiede a certi pronti interventi (da quello in Iraq nel 2003 a quello attuale in Libia) si guarda bene dallo scattare. Così in Eritrea, dove nel 2008 il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha interrotto la missione di pace decisa un anno prima e il carattere umanitario della quale era ostacolato dal governo, dichiarato “uno dei più repressivi del mondo” da un rapporto presentato l’anno dopo dalla Human Right Watch. Ma l’Eritrea è un Paese povero, che vive d’agricoltura a parte una buona produzione di energia elettrica (il Pil pro capite è di 700 dollari) e che ha una disastrosa bilancia commerciale. Evidentemente non interessa a nessuno: gli eritrei possono continuar a vivere male sotto una tirannia: è un povero Paese in quanto è un Paese povero.

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