A cura di Vittorio Bustaffa
Gianfranco Ferroni (1927-2001)
A Milano nell’ambiente di Brera conosce Guerreschi, Romagnoni, Ceretti e Vaglieri con i quali condivide, verso la metà degli anni ’50, le nuove istanze derivate dalla cultura dell’esistenzialismo. Nel 1950 espone alla XXV Biennale di Venezia. La prima personale data al 1955 presso la Galleria Schettini di Milano. La scelta maturata nella sua poetica, di rappresentare oggettivamente l’uomo e gli oggetti che lo circondano assieme alla conoscenza dell’opera di Bacon e l’attenzione all’école du regard, gli aprono la strada di una pittura di racconto che alla metà degli anni sessanta sfocia in una sorta di cronaca delle violenze del quotidiano (ha sempre rifiutato la Pop Art). Con gli anni settanta la sua poetica diventa un’impietosa analisi dell’icona con rimandi a un iperrealismo originalissimo: la lancinante evidenza di un "reale" sempre più rarefatto che caratterizza la sua opera fino agli ultimi anni precedenti alla sua scomparsa.
"Io dentro sono un rebus di cose. Non le conosco ma ci credo."
(G. Ferroni)
"(...) Credere... [per Ferroni] era la certezza che qualcosa esisteva fuori di lui: non Dio ma una realtà che prima ancora di essere indagata andava affidata allo sguardo.(...) Tutta la sua vita d'artista, Ferroni la esercitò sotto il segno di un'oscillazione paradossale. Essere dentro e fuori dai bordi della sua opera era come come essere dentro e fuori dai bordi della sua vita (...)."
(A. Gnoli)
"(...) L'arte non è un bisogno spirituale; l'arte è una necessità di sviluppo. Da essa può anche dipendere l'equilibrio della vita dell'uomo. E' l'unica via che conduce al silenzio, alla pace
assoluta dell'anima. (...) L'artista è tale solo quando è un vero uomo (...) non può essere intollerante, ipocrita, egoista, corrotto mentalmente (...)."
(G. Ferroni - 1953)
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Pensare per vivere meglio
Essere partecipi per capirne di più


