Estetica del brutto?


di Lucia Porcelli

 

Per Rosenkranz vi è anche un'arte brutta, in cui il brutto non solo è qualcosa che l'arte non deve escludere, ma è qualcosa di cui l'arte e la bellezza hanno bisogno, cioè un'opera d'arte è tanto più bella quanto più grande è la quantità di negativo, di brutto, che ha dovuto vincere. Quindi l'arte è in sostanza concepita da Rosenkranz come un combattimento tra l'Arcangelo Gabriele e il diavolo. Se l'arte resta pacificata, se l'arte non si scontra coi grandi problemi che sono inafferrabili, ma che rappresentano il male del mondo, le patologie della realtà, quest'arte non avrà nessuna possibilità di grandezza.

 

 

Fu il Cristianesimo, per motivi religiosi, a rivendicare, in qualche modo, la positività del brutto. In quali termini è avvenuta questa sorta di riabilitazione?

Vi è un motivo fondamentale per cui la religione cristiana in un certo modo riscatta il brutto, così come riscatta il peccato, sino, a volte, a raffigurare brutto il Cristo stesso. Mentre nella tradizione greca, in quella neoplatonica, è l'uomo che deve innalzarsi, attraverso l'ascesi, alla divinità, nella tradizione cristiana - se si guarda uno dei grandi testi di San Paolo che contiene l'Inno a Cristo - noi vediamo che là è Dio che discende, si degrada, si umilia nel farsi uomo, che si svuota della sua gloria e della sua divinità e diventa non solo uno come noi, ma il peggiore di noi dal punto di vista esterno. Così il Cristianesimo pone per la prima volta una separazione tra l'interno e l'esterno: bisogna riconoscere dietro la bruttezza esteriore di un individuo la gloria di Cristo che risiede in ogni nostro simile.