La verità sul nucleare
di Nicola Ruvioli
La necessità di pubblicare una chiarificazione in merito alla questione nucleare, emerge da una perplessità riguardante il valore stesso del sì e del no nei giorni dei referendum. Una persona che – come me – volesse votare sì all'abrogazione della legge sul nucleare, potrebbe accettare con entusiasmo un sì disinformato? Dal mio punto di vista il sì disinformato equivale a un no disinformato. In entrambi i casi mi sento in dovere di prendere le distanze e provare, per quanto possibile, a far riflettere con coscienza sulla questione.
In questi giorni si è parlato tanto e di molte cose. In effetti meriterebbero maggiore riflessione anche gli altri quesiti in ballo (acqua 1, acqua 2, legittimo impedimento). Nel caso del nucleare si è parlato di sicurezza, di efficienza, di futuro, di costi e di inquinamento.
Dopo gli eventi del Giappone e con l'incidente di Fukushima, la paura nei confronti del nucleare ha portato a un profondo rilancio della questione su scala mondiale. La Germania, confermando un'intenzione manifestata già da molti mesi, ha deciso di rinunciare completamente al nucleare entro il 2022. Questo evento è stato convertito prontamente in argomentazione per le persone contrarie al nucleare. Tuttavia, sarebbe bene chiarire che le centrali chiuderanno man mano che giungeranno al termine della loro vita utile. Questo significa che le centrali a rischio resteranno tranquillamente in funzione per altri 10 anni e rinunciando alle centrali moderne – sempre più sicure – si dovrà aumentare la richiesta di gas e di carbone. Quest'ultimo soprattutto, per quanto pulito possa essere grazie alle innovative tecnologie, causerà inevitabilmente una maggiore emissione di CO2. Infatti, guardando al mondo e alle nostre attuali conoscenze, dobbiamo ammettere che le rinnovabili non sono in nessun modo sufficienti a coprire la domanda energetica. La Spagna, che sfrutta enormemente l'eolica, sia per la consistenza degli impianti sia per la presenza dei venti dell'atlantico, riesce a coprire circa un 30% del fabbisogno. È una delle nazioni che investe maggiormente sul rinnovabile. In quel 30% dobbiamo considerare solo l'energia elettrica escludendo il carburante. La percentuale raggiunta dalla Spagna rappresenta un grande risultato, ma la domanda inevitabile diventa: come coprire il restante 70%?
Le 58 centrali della Francia producono oltre il 70% dell'energia totale della nazione (che, tra le altre cose, si risolve il problema del surplus durante i carichi di base esportando l'energia). L'Italia acquista l'energia dalla Francia, in uno scenario in cui un incidente relativo ai reattori al confine coinvolgerebbe nettamente la nostra penisola.
La questione energetica risulta essere particolarmente delicata. Ognuno di noi si sarà fatto un'idea più o meno forte della dipendenza e dei conflitti causati dal petrolio e dell'emergenza CO2 causata in particolare dai combustibili fossili. C'è inoltre il problema legato allo sviluppo sostenibile. Ovvero, dobbiamo garantire alle generazioni future le risorse che sfruttiamo tanto avidamente. L'impiego della fusione per la produzione di energia risolverebbe del tutto il problema. Peccato che la ricerca sia lontana dal raggiungimento di tale risultato (forse nel 2050? 2040?). Inoltre si parlerebbe comunque di “Energia Nucleare”, anche se con modalità molto diverse.
Tornando a riflettere in relazione all'attuale “stato delle cose”, è bene dire che attraverso la fissione riusciamo a produrre energia pulita. Infatti, e qui smontiamo un noto pregiudizio, il nucleare non è inquinante. O almeno, non in senso stretto. Il problema legato alle esternalità riguarda principalmente le scorie. Queste, che sono però prodotte in grande quantità anche dall'industria farmaceutica, da quella chimica, etc., richiedono una complicata e costosa gestione. Le scorie impiegano oltre 200.000 anni per raggiungere il livello di radioattività dell'uranio naturale. Tuttavia, ricerche molto avanzate mirano a trasformare le scorie e i risultati potrebbero portare grossi vantaggi. Già da diversi anni in realtà si riesce a riciclarne una parte, ma il problema rimane, e non è di facile risolvibilità.
L'ormai “defunto” progetto di stoccaggio scorie del monte Yucca rappresentava uno dei più grossi investimenti della storia dell'uomo. Vicino a Las Vegas, nel Nevada meridionale, sorge il Monte Yucca. Si trova in una zona interna all'Area 51. È pensando a quest'area che progettarono un deposito nel quale sotterrare la scorie. Uno dei progetti più difficili e costosi dell'intera storia umana. La montagna avrebbe dovuto “ospitare” le scorie di 39 stati dell'Unione, scorie divise in 131 depositi. Si parlava di circa 77.000 tonnellate di materiale radioattivo. Il deposito doveva garantire la conservazione delle scorie per circa 10.000 anni. Peccato che i calcoli non tenevano conto di tante variabili che avrebbero diminuito di molto questi tempi, già di per sé insufficienti, visti gli anni che le scorie richiedono per normalizzare il proprio livello di radioattività. Inoltre, il trasporto delle scorie fino a Yucca avrebbe comportato rischi enormi e lo stesso Monte Yucca sarebbe diventato un concentrato di calore. Le critiche giunsero sia dalla comunità scientifica che dalla stessa popolazione del Nevada. Questi motivi, gli enormi costi, i problemi logistici e i forti sospetti riguardanti diverse irregolarità compiute già nella fase di progettazione portarono al fallimento dell'operazione. Otto miliardi di dollari buttati.
Per quanto promettenti possano risultare le ricerche per la neutralizzazione e il riciclaggio delle scorie, la soluzione è ancora lontana e difficile. Le scorie rappresentano un enorme problema per l'energia nucleare.
Pensiamo al nostro paese dove già sono presenti denunce per implicazioni malavitose nella gestione di scorie radioattive di vario tipo (Cfr. Gianni Lanes).
Le scorie rappresentano un problema interno alla questione tecnica e gestionale riguardante il nucleare.
Sul versante della sicurezza, da un punto di vista interno e tecnico, la ragione deve necessariamente tendere ad una posizione favorevole nei confronti del nucleare. Gli incidenti accaduti in tutta la storia dell'energia nucleare (i più famosi restano Chernobyl e Fukushima) rappresentano delle eccezioni dovute a contingenze particolari, centrali obsolete e pessima gestione dell'impianto. Nelle moderne centrali, soprattutto in Europa, un incidente grave risulta tecnicamente impensabile.
Qual è allora il punto?
Il punto è che la sicurezza teorica veniva ostentata anche il 29 Marzo del 1986, quando The Economist scriveva: “The nuclear power industry remains as safe as a chocolate factory” (“L'industria dell'energia nucleare rimane sicura come una fabbrica di cioccolato"). Quattro settimane dopo ci fu l'incidente-catastrofe di Chernobyl.
Il punto è che la sicurezza teorica e tecnica non può davvero calcolare ogni variabile. Gli attentati, gli errori umani, la caduta di un meteorite. Per sua stessa condizione di possibilità un progetto che voglia essere validato come sicuro in modo sistematico e scientifico deve essere falsificabile. Se così non fosse questo appello alla sicurezza sarebbe un dogma, alla stessa maniera di una qualunque fede.
La tecnologia nucleare è una soglia della tecnica. L'incidente del Vajont – per fare un esempio – ha causato ben più decessi di Fukushima. Questa è un'altra argomentazione delle persone favorevoli al nucleare, che non tengono però conto di due cose fondamentali:
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In un incidente come quello del Vajont a tremare sono gli esseri viventi presenti nelle zone limitrofe. In un incidente come quello di Fukushima a tremare è l'intero pianeta.
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Non sono ancora del tutto chiari e sotto controllo gli effetti di un incidente nucleare. Le radiazioni possono influire sia su aspetti somatici che su aspetti genetici. Questo significa che un'incidente nucleare può non solo causare delle modificazioni a livello cellulare-somatico, ma anche a livello cellulare-riproduttivo, causando la trasmissione genetica dell'anomalia.
Mi pare che cogliere queste differenze sia essenziale ogni qual volta ci si interroghi onestamente sulla sicurezza del nucleare. Tecnicamente il nucleare risulta essere sicuro, ovvero non pericoloso. Ma questa sicurezza statistica viene a mancare quando ci si interroga sulla natura stessa del nucleare e sulle variabili non calcolate o non calcolabili.
Infine, sarebbe bene ricordare che a prescindere dalle ragioni scientificamente provabili, deve essere rispettata la volontà di chi – anche solo per una questione emotiva – non desidera la centrale nucleare o il deposito di scorie sotto casa.
Prendendo consapevolezza di questo non possiamo dimenticare che l'anidride carbonica (CO2) rappresenta un problema urgente e reale. Contro un pericolo ipotetico come quello del disastro atomico è evidente che un pericolo non-ipotetico di rilevanza vitale meriti attenzione in modo prioritario. Diventa allora fondamentale investire sulla ricerca per le rinnovabili, risparmiare sulla richiesta energetica (che supera di molto il welfare necessario) e limitare il nucleare nella misura in cui possa permettere un controllo delle emissioni di CO2 in atmosfera con le centrali più sicure e moderne possibili. Non sono certo che questa sicurezza gestionale sia compatibile con il governo che in Italia propone il nucleare, né mi sembra realisticamente pensabile che la società italiana sia in grado di accogliere una simile tecnologia nel nostro paese. Inoltre il nucleare in Italia non è stato – almeno a livello di intenzione - affiancato alle rinnovabili per lottare contro i combustibili fossili. Gli interessi sono stati meramente economici. E la dimostrazione di questo fatto è rappresentata proprio dai tagli fatti sulle rinnovabili (vedi gli incentivi sui fotovoltaici).
Ambiguità del nucleare, soglia della techné, problema delle scorie, problema della gestione, tendenza al consumo sfrenato, volontà del cittadino. Mi pare che questi siano gli elementi fondamentali e imprescindibili della questione per quanto riguarda una possibile contrarietà al nucleare. Gli incidenti difficili da prevedere a priori, sono comunque spiegabili a posteriori. Almeno fino a quando ci si arriva alla fase posteriore di un grave incidente. Un incidente davvero grave probabilmente fin ora – lasciando perdere le scale convenzionali – non si è mai verificato e speriamo non si verifichi mai. Tuttavia questo non dovrebbe farci trascurare nemmeno per un attimo il peso della nostra responsabilità rispetto a una tecnologia tanto raffinata quanto potente. E non ci si può pulire la coscienza semplicemente appellandosi al fatto che uno tsunami non fosse prevedibile.
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Pensare per vivere meglio
Essere partecipi per capirne di più

