QUALE AMORE QUALE FELICITÀ?
di Domenico Pimpinella
INTRODUZIONE
In un periodo in cui la Filosofia sembra oramai essersi definitivamente sgretolata in una miriade di discipline scientifiche che esplorano tutte la possibilità di trasformare l’ambiente esterno al fine di consentire all’uomo di rimanere il campione di quella che gli è sempre apparsa l’eterna sfida per la sopravvivenza, noi abbiamo sentito il bisogno improrogabile di ritornare a riflettere su un senso della vita più autentico ed appagante.
La Psicologia, sosteneva Herbart, studia l’uomo, per accertare come egli è; la Filosofia morale, invece, gli stabilisce dei fini e dice come egli dovrebbe essere.
Per il senso comune, purtroppo, il “come siamo” coincide più o meno perfettamente con il “come dovremmo essere” per cui la filosofia ha finito di svolgere sostanzialmente uno dei propri compiti, cedendo il testimone alla Psicologia per capire sempre meglio come siamo fatti e, quindi, poter mettere in atto strategie adeguate per rimanere al vertice della piramide della vita: per diventare sempre più potenti ed efficienti.
Leibniz ci avrebbe convinti in massa non tanto che questo sia davvero il migliore dei mondi possibili, poiché è indubbio che ognuno lo vorrebbe modificato secondo quelle che reputa le proprie esigenze, quanto che l’uomo odierno sarebbe il migliore degli individui possibili.
Così diventa ineluttabile che la sola via verso il futuro diventa quella dove tutto deve cambiare, trasformarsi, affinché l’”uomo” possa restare tranquillamente sé stesso e godersi in santa pace il predominio sulle cose e sulla natura.
L’imperativo dominante sembra essere oggi: non lasciarsi coinvolgere in alcun tipo di processo adattativo interno, che può sempre nascondere una qualche insidia. Così crediamo, forti della nostra visione razionale, che è più conveniente trasformare l’ambiente, piegarlo, magari violentemente, alle nostre necessità.
Ma è davvero tutto così chiaro e semplice?
A mio avviso, le ragioni che ci avrebbero portato a simili credenze risiedono nella convinzione, tutta razionale, che il destino dell’uomo, come quello di ogni altro essere vivente, sia solo quello di riuscire a procacciarsi le migliori condizioni e opportunità per sopravvivere. Cosicché una volta che le abbiamo raggiunte, e magari ci siamo anche assicurati una sopravvivenza agiata, ognuno dovrebbe ritenersi appagato e felice.
Eppure, molti cuori, anche e forse soprattutto di quelli che credono di aver raggiunto quel traguardo, scoprono e riconoscono che non è così! Che anche centrando in pieno l’obiettivo di stabilizzare al massimo grado la sopravvivenza, non si centra automaticamente anche l’obiettivo della felicità. Perché?
Studi condotti sul rapporto ricchezza-felicità consentono oggi di dubitare che il solo raggiungimento dell’obiettivo “sopravvivenza sicura”, e magari anche agiata e magari straricca di piaceri, possa, da sola, determinare quella condizione pienamente appagante che chiamiamo felicità. Sembrerebbe, invece, che per essere felici, pienamente appagati, occorrano anche altri ingredienti: primo fra tutti, adeguate relazioni sociali che ci possano consentire di portare nella nostra esistenza quella nota calda, gioiosa, armoniosa che può scaturire solo dall’amore. E, aggiungerei, da un amore corretto, autentico, che possiamo distinguere dalle varie tipologie d’amore adulterato oggi in voga, perché è il solo che effettivamente può offrirci la possibilità di portarci al di là di un isolamento esistenziale nel quale purtroppo, volenti o nolenti, ci ritroviamo sistematicamente bloccati.
La chiave per riuscire a dare alle nostre esistenze una nuova potenza in grado di farci incuneare con forza nel futuro per renderlo attuale occorre trovarla in una reinterpretazione della coppia amore – felicità, che è diventata oramai obsoleta e del tutto inadeguata per centrare quel destino che invece dovremmo perseguire consapevolmente.
Questo lavoro è una proposta, un’ipotesi mirata che si pone lo scopo di farci prendere coscienza di come ci stiamo, purtroppo, allontanando sempre più da una logica vitale per costruire una ferrovia, per porre dei binari, che ci stanno portando dritto dritto in uno sconfinato deserto, nel quale potremmo, un giorno oramai non tanto lontano, perderci definitivamente e morire come specie.
Quale amore? Quale felicità? Vuole esplorare soprattutto due domande:
perché non possiamo preoccuparci solo delle nostre singole sopravvivenze, soprattutto se pensiamo di perfezionarle e portarle alla massima agiatezza?
E di conserta: perché non può esserci felicità senza amore?
Senza amore è sicuramente possibile raggiungere condizioni di parziale soddisfacimento (che all’apparenza può sembrare simile alla felicità) se siamo fortunati e riusciamo a fare in modo che permangano nel tempo determinate condizioni. Quasi sempre però queste, prima o poi, sono destinate a venir meno e allora diventa lampante che non stiamo facendo altro che accontentarci di un surrogato.
La speranza, per riuscire ad incidere sulle attuali coscienze e infine scuoterle, si basa sulla capacità di riuscire a mostrare che in noi, nel sistema conoscitivo razionale che siamo diventati, si è instaurato un tragico errore di fondo che ci sta impedendo di realizzare le nostre migliori opportunità di esseri viventi. Un errore che ci ha fatto impantanare nelle sabbie mobili di un luogo comune molto diffuso: che l’amore comporta sofferenza e privazioni. Un errore concettuale che sta bloccando la razionalità sulla soggettività (o come si usa dire, con espressione più comune, sull’individualismo) e non ci consente più di continuare ad evolverci in maniera davvero significativa.
La nostra cultura, oramai da millenni, sta sviluppandosi su un paradigma che ci costringe a girare in tondo e a rimanere così ancorati a situazioni ripetitive.
Le ragioni di questo pericoloso stallo sembrerebbero risiedere in cattive interpretazioni della nostra intima natura e, di conseguenza, in concettualizzazioni dell’amore che non offrono sbocchi a quelle soluzioni che invece dovremmo perseguire per realizzare un destino comune ricco di soddisfazioni.
Chiedere al lettore di rimanere fino in fondo sulle pagine di questo libro, per affrontare insieme un discorso che si propone un rinnovamento profondo della struttura dell’individualità, è un appello che ci sentiamo di rivolgere solo a coloro, giovani e meno giovani, che sentono improrogabile il nostro stesso bisogno e che magari, già per conto loro, hanno cominciato a segnare sui loro percorsi di vita più punti interrogativi di quanti non ve ne siano rimasti di affermativi.
La ricompensa potrebbe essere quella di riuscire a migliorare le opportunità di crearsi un senso della vita per cui varrebbe davvero la pena impegnarci fino in fondo.
L’opportunità potrebbe essere quella di riuscire a rendersi conto che il pifferaio che seguiamo oramai stancamente, senza coscienza critica, ci sta portando verso un abisso dal quale non riuscirà a salvarsi neppure più la nostra filogenesi.
A chi, quindi, non si è ancora rassegnato, a chi non riesce a credere all’attuale meschino modo di vivere, all’egoismo, alle illusioni che ci sono state proposte come rimedi da ciarlatani di ogni specie, mi sento di dire, già da ora, che ci sono modi che ci consentono di impiegare senz’altro meglio le nostre enormi potenzialità mentali.
Possiamo senz’altro, con una diversa consapevolezza, avviarci fiduciosi verso un destino migliore.
Cominceremo, nel prossimo capitolo, ad affrontare le ragioni e le possibilità di cambiare un destino, che molti, è vero, subiscono senza possederne una chiara consapevolezza; che a moltissimi altri però appare crudele e insensato e, nonostante tutto, accettano come ineluttabile. Il poeta, con la sua sensibilità, lo coglie come vuoto angosciante, trasformandolo in un intreccio di parole su cui ricama l’urlo straziante e poderoso di chi si sente oramai cadere in un abisso senza fondo mentre il suo anelito sarebbe quello di volare in altro modo e per altri cieli.
Restituitemi il canto!
Il desiderio d'immensità
é diventato un pianto
che nessuna madre potrà consolare.
Restituitemi i boschi
dove sarò ancora usignolo,
cerbiatto impaurito.
Restituite alla mia dignità
Il fiume limpido,
l'acqua cristallina,
la duna profumata di sale;
restituitemi il vento, il fiore
la sofferenza e la gioia
e la carezza
- soprattutto la carezza -
quel contatto che racchiude
che fa di tutto un canto.
Restituitemi gli occhi
che portavano dritto al cuore,
quegli occhi
che sapevano ancora piangere.
Restituitemi
ciò che ho pagato con il delirio
con la follia del pugnale insanguinato
con l'ansia
con il puzzo di catrame e di nafta,
con lo sguardo pieno di lattine
e di plastica
con i pesci morti, il sudiciume
e la ferraglia.
Il desiderio d'immensità
è uno squarcio tremendo:
è un urlo!
I. IL NOSTRO DESTINO
Quale destino?
Come prima tappa della nostra riflessione, che abbiamo fatto precedere da un “urlo” di rabbia e di vergogna che spero abbia fatto presa sulla coscienza del lettore e lo abbia predisposto emotivamente ad affrontare un cammino arduo, occorre specificare quale sarebbe il destino comune a cui intendiamo riferirci e a cui desideriamo sottrarci, al di là delle svariate sfaccettature con cui ci si presenta,.
Come tappa successiva intendiamo poi proporre un’ipotesi sperimentale da percorrere per poter costruire una diversa idea di individualità che riteniamo più adatta per prendere in seria considerazione la creazione di una umanità in grado di realizzarci in modo pieno ed appagante. Cosa che l’idea che oggi abbiamo di noi stessi non sembra consentirci.
Ci soffermeremo poi, come supporto a tutto il discorso proposto, su un’ipotesi che riguarda la conoscenza. Forse avremmo potuto proporla più logicamente prima, ma ci è sembrato opportuno utilizzarla per rispondere all’interrogativo, che spero si faccia strada nel lettore, di “come” potrebbe essere possibile passare dall’attuale situazione reale ad una paventata idealità. La soluzione starebbe nella possibilità acquisita da noi esseri umani di operare non solo sugli oggetti sensibili tramite i nostri veri e propri occhi ma anche sugli oggetti intelligibili tramite una mente in grado, come vedremo, di ipotizzare un futuro e il modo di realizzarlo.
Infine, valuteremo il modo migliore di costruire, con delle opportune azioni, un equilibrio interiore che ha il significato di riuscire a perseguire coerentemente quell’idea di individualità ambivalente che spero scaturisca chiaramente dalla presente riflessione. E’ il solo modo per riuscire a portarci fuori dall’attuale destino che, da come vanno le cose, si potrebbe rivelare in futuro sempre più disgraziato.
Il presupposto fondamentale per puntare ad un obiettivo così ambizioso, è, ovviamente, che si riesca a cambiare qualcosa nell’attuale psicologia individuale, in maniera che possa innescarsi una poderosa spinta verso una rivoluzionaria concezione di noi stessi e della realtà che ci circonda.
Un’umanità diversa dalla attuale la si potrà, infatti, costruire solo se sapremo guardarci in modo diverso da come ci siamo sempre guardati e interpretati finora. Per questo riveste un’importanza strategica riuscire a formulare un’ipotesi corretta sulla natura umana e sulle modalità conoscitive di cui siamo giunti a disporre.
Se, infatti, il nostro destino è diventato, come sembrerebbe, così disgraziato da non permettere (e aggiungerei giustamente) neanche più alle illusioni di farsi strada nel futuro come è avvenuto in passato, il motivo non può che addursi ad un’interpretazione falsa, o comunque incompleta, che la razionalità ha formulato fin dall’inizio dell’individualità o, per dirla in altri termini, dell’autentico sé.
In seguito ad un errore interpretativo-conoscitivo, dunque, avremmo iniziato a deviare da quella rotta che avrebbe potuto consentirci di rimanere esseri viventi a pieno titolo. In alternativa ci siamo convinti a percorrere stancamente un destino che da parecchio oramai non riesce a promettere qualcosa di buono.
L’intuizione che potrebbe esservi stata una deviazione da una rotta ideale che avremmo dovuto seguire non è però cosa di oggi, anche se a tutt’ora non si è arrivati ad averne una piena consapevolezza. E’, infatti, presumibile che intorno al VI secolo a.c. abbia iniziato a farsi largo nell’uomo una certa insoddisfazione e sia cominciata, in oriente come in occidente, una stagione speculativa che ha visto molti grande personaggi fondare scuole di pensiero che resistono ancora oggi. Confucianesimo, Taoismo, Giainismo, Buddismo, Filosofia Greca, risalgono grossomodo tutte a quel periodo.
Il motivo di una tale svolta si potrebbe addebitare, dunque, alla necessità della sopravvenuta conoscenza razionale di “auto-correggersi”, dopo averci spinto ad imboccare una via che evidentemente non era più in grado di rispondere positivamente alle nostre più intime aspettative. Si potrebbe supporre che il sistema conoscitivo razionale, sviluppatosi su basi emotive e in aggiunta a quelle, come da più parti oggi si tende a sostenere, non sia riuscito a sommarsi armoniosamente a quello precedente ma abbia iniziato a portarci su un binario morto: a farci realizzare un’idea di essere vivente che non può reggere ad uno sviluppo protratto nel tempo.
Che possa essersi verificata una tale eventualità che continua a produrre discrepanze tra una preesistente conoscenza emotiva e una sopravvenuta conoscenza razionale, lo si può intuire dalla diffusa insoddisfazione che nasce da quell’operare che di solito si attribuisce alla ragione. Non a caso, si crede in modo diffuso che la razionalità sia la principale causa dell’eccessivo egoismo che oggi flagella la specie umana. Un egoismo che a molti riesce anche ad apparire “naturale” ma che tuttavia non trova il modo di conciliarsi con un bisogno di vita sociale, di “altruismo” che sembrerebbe altrettanto cogente e naturale.
Anche se esiste una oggettiva difficoltà a dimostrare scientificamente che, grossomodo, tutti gli individui umani si ritrovano oggi accomunati in un identico tragico destino su cui pesa come un macigno il paradosso mai risolto di un egoismo-altruismo che ci vieta di gioire in modo autentico e di esprimerci di conseguenza in un’esistenza felice, cercheremo di evidenziare una linea comportamentale che ci riporta collettivamente a quello che possiamo chiamare, usando un termine biblico, “peccato originale”.
Un’interpretazione comune del sé che può essere portato alla luce per mostrare come, al di sotto delle particolari vestizioni soggettive di cui ognuno si ammanta, alla fine esiste una struttura individuale comune che andrebbe radicalmente modificata. Una linea di pensiero interpretativo che ci riporta sostanzialmente allo stesso errore di fondo: ad un rifiuto ad accettare da parte della razionalità certi aspetti del vivere, che ci cristallizza pericolosamente in un’esistenza chiusa e solitaria.
E’ come se formassimo un bosco costituito da una enorme varietà di alberi in apparenza tutti differenti tra loro, che tuttavia, sotto il fogliame, conservano una comune identità, meno palese, meno confrontabile, che ha deviato significativamente da quello che doveva essere il suo sviluppo ideale.
In sostanza, noi uomini avremmo rivestito la nostra naturale, sobria, individualità con un variegato, chiassoso egoismo “artificiale”, costituito da un eccesso di soggettività, che proprio come un folto fogliame riesce a tenere nascosta la sua realtà più profonda: quella complementare, costituita dal tronco con le sue radici. Individualismo portato agli estremi che ammanta e riesce a nascondere, soprattutto grazie a mistificate, false, “interazioni sociali”, una struttura sottostante che necessita, invece, di legarsi saldamente e compiutamente ad una “terra” che non può fare a meno di costituire la base di un vivere comune. Così l’egoismo riesce a trasfigurare la realtà, a celare la necessità di intrecciare le nostre profonde, intime, radici in una più ampia e articolata struttura che ci permetterebbe davvero di stabilizzarci come singoli individui, così come la cellula eucariote è riuscita a stabilizzarsi saldamente in un individuo pluricellulare o come, ancora prima, le cellule procariote, o organuli, si sono stabilizzati in una quella eucariote.
Con ciò non si vuole tuttavia sostenere che esiste nell’uomo una volontà consapevole a massimizzare il proprio egoismo, pur riuscendo addirittura a farlo galleggiare sul nulla. Al contrario, sembrerebbe volersi fare strada una forte volontà a far emergere il lato nascosto, complementare, della medaglia, che però non riesce a trovare le giuste motivazioni per riuscirci. E questo potrebbe accadere finché la razionalità non comprenderà in modo chiaro come dovrebbe essere costituita un’individualità: come deve svilupparsi correttamente. Intanto, essa continua a farsi trascinare dal suo iniziale errore interpretativo che ha portato ad un eccessivo ampliamento della chioma, identificata addirittura con l’intero albero.
E proprio come per gli alberi di un bosco, essendoci in tutti noi un fogliame personale che ci caratterizza, non possiamo ritenerlo la sola realtà costitutiva, anche se risulta vincente la tendenza a “nascondere” legami essenziali che dovremmo necessariamente ampliare e fortificare. Per questo non ci sarebbe dolo nella condotta umana, esattamente come già sosteneva Socrate oltre due millenni fa. L’uomo, tutto sommato, “crede” in modo ingenuo di essere tutto lì: una variegata eterogenea chioma di fronde, un’esclusiva combinazione di sinapsi. E si comporta di conseguenza. La sua iniziale ingenuità si attesta sempre più nella certezza della divisione, dell’unicità, diventando un cinico e spesso inconsapevole persecutore di interessi privati.
Nella convinzione che questo errore interpretativo debba essere assolutamente corretto per poter continuare ad essere a pieno titolo delle creature viventi ci aggrappiamo alla convinzione che un cambiamento culturale non debba interessare solo questo o quell’individuo ma deve poter coinvolgere tutti o quasi perché è solo insieme, ritrovando nuove motivazioni comuni, che possiamo mutare la tragica rotta della nostra storia di esseri ragionevoli.
Quando mi si obietta che è assurdo voler scoprire e trovare un filo comune che lega tutti gli uomini, che li renda solidali per sintetizzare un concetto generale da cui estrapolare i singoli casi particolari, vista la grande varietà e complessità che esiste nel genere umano, rispondo che la stessa assurdità non ha impedito a Newton di scoprire che tra la forza, da una parte, e il prodotto della massa per l’accelerazione dall’altra fosse stabilita un’identità, a dispetto dell’enorme “chioma” di attriti che pure separa e distingue un caso specifico dall’altro.
Diventa, quindi, di estrema importanza produrre sempre nuove ipotesi in grado di “allargare” la nostra visuale e scrutare così la nostra esistenza da un’altitudine maggiore. Occorrono ipotesi da verificare o, meglio ancora, da sottoporre a falsificazione, come giustamente ha sottolineato Popper, onde poter capire entro orizzonti sempre più ampi come ci stiamo muovendo e cosa è consigliabile o sconsigliabile fare. Un lavoro inderogabile, soprattutto se a guidarci è il convincimento che comunque è obbligatorio andare da qualche parte; che non si può rimanere fermi ad aspettare un destino migliore. Se, dunque, occorre muoversi, spostarsi in situazioni sempre nuove, allora è importante riuscire a capire dove effettivamente ci troviamo, a dispetto delle attuali credenze, e dove sarebbe più opportuno andare. In quale situazione interiore potremmo effettivamente stare meglio.
Non ci si deve scoraggiare e magari arrendersi al classico pifferaio che prima o poi potrebbe condurci sull’orlo del classico precipizio. Dobbiamo ritrovare la via d’uscita che consenta al pessimismo di trasformarsi in ottimismo. E anche se il pifferaio sembrerebbe più reale di quanto si possa pensare, essendo costituito da un insieme di piaceri immediati, facilmente esigibili, che ci fanno compiere tutta una serie d’azioni a catena, non ci dobbiamo rassegnare. Dobbiamo diventare consapevoli della perversità del meccanismo prima che ci abbia catturato completamente; di come, con il tempo i piaceri diventano sempre meno esigibili e le penali da pagare troppo forti. Restarsene indifferenti fino a che il meccanismo non ci renderà completamente succubi, prigionieri senza scampo, è un autentico suicidio.
Occorre ribellarsi, evitare che il pifferaio continui a trascinarci verso mete da cui è impossibile far ritorno. L’unico modo per farlo è comprendere come gestire al meglio le proprie azioni e non subordinarle ai continui piaceri immediati che ci si affollano davanti e che con le loro lusinghe riescono a portarci dove vogliono. Occorre riuscire a possedere una chiara consapevolezza di quello che non possiamo fare a meno di essere rispetto a quello che invece siamo, nostro malgrado, diventati. Da qui la necessità di un’ipotesi seriamente strutturata sulla quale poter ragionare. Non basta il buon senso! Non bastano le approssimazioni!
Se riuscissimo a renderci conto che non si può continuare ad inseguire alla cieca questo o quel piacere immediato perché poi finiamo per smarrirci in una condizione dalla quale sarà difficile trovare la giusta strada, potremmo darci da fare per correggere il sistema. L’alternativa ad un’esistenza vissuta sull’improvvisazione è ritenere fondato il timore che disattendendo un’intima natura che ci vorrebbe spingere in una precisa direzione siamo destinati a rimanere sostanzialmente infelici, in quanto distanti da quella condizione interiore ideale dove solo sarebbe possibile realizzarci in modo completo ed esaustivo. Il punto da considerare è esattamente questo!
Come riuscire ad innescare un processo critico di revisione degli attuali modi di vivere, sostanzialmente simili tra loro anche se in apparenza diversi, se non comprendiamo in maniera scientifica come stanno effettivamente le cose. E “scientifica” significa costruirsi un’idea verificabile: un progetto sulla carta da seguire e, se possibile, da modificare di volta in volta, migliorandolo.
Il sole ancora oggi appare sorgere ad est e dopo un cammino nella volta celeste ci sembra scomparire ad ovest. Quello che appariva ai nostri occhi prima di Galileo non è certo cambiato. E’ cambiato però quello che appare all’occhio della mente. Per cui la stessa certezza di allora è venuta a coincidere oggi con una diversa verità.
Capirlo non è stato semplice; alla fine però ci siamo riusciti in massa o quasi.
Così dovremmo riuscire tutti insieme a capire che ciò che ci distingue gli uni dagli altri è molto meno di quello che tende ad accomunarci e unirci. O, quanto meno, che occorre far si che le due possibilità viaggino di conserta, in maniera complementare.
Chiediamoci con convinzione, quindi, se davvero possono esserci miliardi di destini ognuno diverso dall’altro. Può davvero ogni individualità essere in totale competizione con il resto degli esseri viventi, o peggio con gli altri esseri della propria specie? Chiediamocelo in modo sincero e spassionato. Alla fine potremmo riuscire a scoprire che è una autentica pazzia impegnare coscientemente, come abbiamo sempre fatto le nostre energie solo per portare avanti una misera singolarità, disinteressandoci degli altri o, peggio ancora, a loro scapito, votandoli al sacrificio.
Ciò che abbiamo realizzato razionalmente è ciò che siamo giunti a pensare: e cioè che ognuno è una realtà assoluta. Pur credendolo però non possiamo esserlo!
E che sia così inizia a sussurrarcelo una sensazione a pelle che ognuno è in grado di recepire. Ce lo dice tutta una conoscenza emotiva, pre-razionale, anche se essa non riesce a specificare perché, a dirci in modo chiaro che da soli è impossibile gioire, essere felici.
Queste cose dobbiamo, dunque, farcele necessariamente ripetere dalla razionalità, dal ragionamento, dalla riflessione. Dobbiamo farci specificare perché quando non siamo capaci di fare realmente “gruppo”, di rinsaldarci intorno ad un’idea comune e si finisce per rimanere soli anche stando a contatto con gli altri, non c’è più vita autentica, soddisfacente.
Sull’idea che ognuno deve salvaguardare in modo esclusivo una propria identità acquisita, e non magari farsene un’altra più ampia, quale potrebbe essere una società per quanto minima, abbiamo impostato la nostra civiltà. Ma una società di uomini e donne sole non sarà mai un’umanità, per quanti legami formali si potranno tessere e non renderà mai soddisfatta un’individualità.
Occorrono altre certezze, bucare il muro del tempo e guardarci dentro. Occorre gettare lo sguardo sotto l’apparenza, sotto le foglie e farsi un’idea più completa di quel tutto che oggi ci appare come un insieme slegato di enti.
Il filo comune che la Filosofia ha cercato fin dalla sue origini deriva proprio da questa convergenza che ci arriva come un eco smorzato dai più antichi e profondi meandri della coscienza. Non è la conoscenza razionale a gridarcelo ma quella emotiva che non può arrendersi allo scempio a cui la stiamo sottoponendo. Mentre la sua esigenza più profonda rimane quella di realizzare una società che rappresenti il luogo dell’armonia e dell’amore, noi continuiamo a contrapporgli ostinatamente il luogo del più assurdo individualismo: il luogo dove i “furbi” cercano una maggiore differenziazione sfruttando ignominiosamente gli altri, senza alcuno scrupolo. Continuando in questo giochino che non può essere da creature veramente intelligenti (come sosteniamo di essere), non possiamo fare a meno di alimentare conflitti e produrre dolore all’infinito. La magra consolazione, quando le condizioni ci sono favorevoli, è quella di produrre una gamma sempre nuova di piaceri, ma non la gioia indispensabile alla felicità. Si, perché, contrariamente a quanti danno suggerimenti a manca e a dritta per farci diventare felici sfruttando la possibilità di inanellare per quanto più tempo possibile una serie crescente di piaceri, la felicità è qualcosa che si può realizzare in modo completamente diverso: è il luogo dove la natura ambivalente dell’essere vivente è in grado di realizzarsi appieno senza dar luogo a contraddizioni interne.
Continuando a non realizzarla, continuando su dei binari che non portano da nessuna parte, ad un vicolo senza uscita, potremmo anche noi fare la fine dei dinosauri.
Dopo i reiterati fallimenti di una Filosofia, soppiantata quasi completamente dalla Scienza, ci siamo convinti che fosse più sensato tralasciare di capire i “perché” credendo che bastassero i “come”. In realtà, come giustamente ha osservato Gentile, con la Scienza abbiamo solo tralasciato i vari perché scegliendone dogmaticamente uno: il modo di essere della soggettività, della parzialità, del passato.
Da questa scelta univoca è in fondo nata la possibilità di alimentare la gigantesca crescita egoistica che ha portato sempre più l’individualità ad una pura soggettività, a privarsi sostanzialmente di quella socialità autentica e necessaria, che è la base, il tronco, di ogni essere vivente. L’”amore autentico” è stato così chiuso nel cassetto e al suo posto sono stati elaborati razionalmente nuovi concetti che potessero andare a braccetto con l’egoismo: con la crescita indefinita e incontrollata di soggettività. E’ grazie alla scienza, alla possibilità di adattare l’ambiente alle nostre presunte esigenze, che è stato possibile continuare per così lungo tempo a percorrere una strada sostanzialmente sbagliata, senza avere possibilità di accorgersene.
Ad ogni nuovo problema che la nostra crescita ha portato alla ribalta, abbiamo sempre risposta con una fiducia cieca nel progresso, nella possibilità che ogni problema può alla fine essere risolto. Non so se questo sarà sempre vero. Io credo di no! Credo piuttosto che davvero alla fine, continuando così, potremmo trovarci di fronte quel muro invalicabile che ci bloccherà tutti.
Il rammarico più grande è che proprio dalla necessità della Filosofia di trovare un legame convincente tra le singole cose sia poi nata la Scienza che ha finito per ammettere, per sancire, che non ce bisogno di alcun legame; che gli esseri viventi sono sostanzialmente dei sistemi isolati come lo è ogni altro ente. La soggettività, per la scienza, può, anzi, deve farsi egoismo e che l’egoismo può diventare autonomamente senso compiuto e soddisfacente. Ma se Laplace ha potuto ben dire a Napoleone che l’uomo non aveva più bisogno di Dio, altrettanto non poteva fare Nietzsche sostenendo che l’individualità non ha bisogno di socialità, di quel concetto di amore che dovrebbe portare gli uomini a formare una più ampia entità esistenziale.
E’ stato questo il definitivo arrenderci alla convinzione che il mondo è ciò che fin dalla nascita ci si presenta d’acchito: qualcosa di frazionato nelle sue innumerevoli entità. Un’idea che si è definitivamente imposta con il relativismo, con la presa d’atto che la “grandezza” di un uomo possa esprimersi solo con l’orgoglio, la magnanimità, con “l’amor fati”. O questa o l’altra idea, ugualmente sbagliata, che, invece, l’amore è dedizione completa, sottomissione agli altri, sentimento gregario.
A scuola, ancora oggi, si continua ad insegnare con spavalderia che Eraclito è uscito vittorioso dal confronto con Parmenide. E’ vero! Non si ha consapevolezza che questa vittoria è stato l’inizio di un suicidio collettivo: che non è quello che avrebbe dovuto accadere. Essa ha bloccato la nostra storia sul passato, sull’individuo pluricellulare che le singole cellule insieme hanno saputo realizzare in tempi remoti e che doveva essere, come tutto, superato.
Nietzschel’ha intuito, ma non ha saputo ugualmente capire il modo come ciò andava realizzato. Il superamento dell’uomo nel super-uomo non è competenza del singolo che agisce autonomamente. L’oltrepassamento, come Vattimo preferisce tradurlo, è presa di coscienza comune, è proprio quel “mare” che Nietzsche non ha mai accettato, credendo che il grande lago solitario che è dentro ognuno di noi fosse rapinato, ingiustamente svuotato, dal fiume d’amore che lo trascina con sé a valle, al mare, appunto.
Quel grande lago che è in ognuno di noi non può avere un senso se manca il mare! Non può avere un senso da solo. Ma un senso soddisfacente arriva a possederlo proprio combinandosi al fiume, grazie ai legami che ci fanno diventare parte necessaria ed armoniosa del tutto.
Negando questa possibilità si è negato all’individuo umano di continuare liberamente a crescere nell’autentico Eterno Ritorno, nell’autentica logica ricorsiva che, dopo averci realizzato come individui pluricellulari ora ci vuole umanità e non singole e sparpagliate individualità.
La scienza dovrebbe scoprire non solo come stanno le cose ma anche come dovrebbero essere. Non si può cogliere solamente un uomo solo, un animale solo, un cosa sola, separata nettamente da tutto il resto, utilizzabile. Si deve riuscire a ricostruire il tutto, anche dopo averlo pericolosamente sminuzzato in frammenti finissimi, quasi impalpabili. Non so se il metodo della scienza lo consentirà mai. Nel frattempo, però, di fronte all’ennesimo frazionamento, di fronte all’ultimo processo riduzionista si è avuto una sorta di rigurgito con cui si è sputato fuori gli elementi indigeribili che erano stati inghiottiti. Quando ogni cosa sembrava irrimediabilmente triturata è venuto fuori il “legame” indistruttibile che non può essere reciso e che potrebbe permettere di ricostruire il tutto seguendo il disegno originario. Un disegno originario che per fortuna è custodito da una conoscenza emotiva che non può essere cancellata, anche se può essere sopita, neutralizzata, ridotta al silenzio.
La Meccanica Quantistica ci ha così permesso di accorgerci di quanto paradossale sia la verità che abbiamo finora accettato dogmaticamente ed ha così finito per reintrodurre quelle riflessioni che un tempo sono state proprio della Filosofia.
Dalla struttura intima della materia si può ora tentare una diversa ricostruzione del tutto che sia meno fantastica, meno dogmatica. Di fronte a noi ci sono ora quei legami che prima non eravamo in grado di “vedere” e che, quindi, non possiamo più negare, almeno come realtà. Legami rimasti fino a poco tempo fa trasparenti alla razionalità si sono ora opacizzati e possono venir colti dall’occhio della mente che è stata così in grado di riportarsi sull’arché: sui principi comuni che devono per forza tenere insieme tutte le cose. Schrödinger, uno dei padri della Meccanica Quantistica, ha sottolineato autorevolmente come la Fisica non abbia potuto fare a meno di ridiventare di nuovo Filosofia, proprio quando la Filosofia stava ossessivamente cercando di diventare Scienza, proprio quando si era decisa all’abbandono di ogni episteme. Ora la Filosofia dovrebbe coerentemente e lucidamente, con un’operazione in controtendenza, cercare di tirare fuori quella verità che ha sempre paventato dietro le nostre certezze. Può farlo trovandosi ora di fronte una Scienza che sta tornando indietro dopo avere compiuto il suo giro di boa. E’ un’opportunità che non possiamo lasciarci sfuggire!
Potremmo gettarci definitivamente alle spalle l’illusione di essere un microcosmo isolato che deve impegnare le proprie capacità conoscitive per erigere difese, per chiudersi in un senso compiuto di un Io che è rimasto negli ultimi tempi ad aspettare passivamente che avvenisse qualcosa, che arrivasse qualcuno.
Forse diventerà davvero chiaro e comprensibile a tutti che Vladimir ed Estragon aspetteranno invano Godot; così come il capitano Drogo aspetterà invano i Tartari.
La vita per molti, per troppi, si è ridotta ad un aspettare la propria morte convinti che solo “dopo” possa esserci la vera vita, quella eterna, quella che varrà davvero la pena di vivere. Altri, invece, si sono convinti che tutto finirà male, nel nulla e che, dunque, possedendo questa sola opportunità, dobbiamo difenderla ad ogni costo ed utilizzarla per attingere quanti più piaceri possibili.
E’ altamente probabile che siano queste le vere commedie dell’assurdo.
E’ assurdo il pensiero degli uni come quello degli altri. In entrambi vi è il rifiuto a portare avanti un progetto a lungo termine credendo che nell’arco di una vita sia possibile solo assicurarsi un’eventuale eternità agiata oppure procurarsela qui su questa terra in quel breve tempo che ci è concesso di vivere.
Oggi abbiamo solo la possibilità di scegliere su quali di questi due tragici destini scommettere. E solo in pochi riesce ad affacciarsi la consapevolezza che potrebbero essere entrambi destini falsi, assurdi. Sono sciagurati destini paralleli perché entrambi si erigono sul presupposto che la vita sia quel pezzettino di filogenesi che chiamiamo ontogenesi. Per la razionalità, in effetti, la vita può essere solo quella e noi oramai siamo per molta parte razionalità. Così non comprendiamo come per tutto il rimante sistema conoscitivo la vita può essere invece una lunga storia che parte da molto lontano e non si sa dove potrà arrivare. Per tutte le altre tipologie conoscitive anteriori alla razionalità la vita è davvero un’avventura davvero meravigliosa. Dobbiamo riuscire a convincere di questo anche la razionalità che continua ostinatamente nell’errore, nel “peccato mortale” degli esordi.
Nel proseguo di questo lavoro vorremmo mostrare, e se possibile dimostrare con argomentazioni convincenti, che c’è una comune convinzione, al di là di come esse vengono poi elaborate nelle singole esistenze, che la possibilità esistenziale che abbiamo raggiunto nei milioni di anni di storia naturale è considerato nell’immaginario collettivo un approdo che non può subire ulteriori significativi sviluppi. Da qui l’impegno incondizionato sull’Io, sulla soggettività; da qui l’incomprensione per un amore che dovrebbe essere l’unica via per andare oltre: per andare chissà dove: in situazioni che oggi non possiamo neppure immaginare.
E’ da un’originaria interpretazione errata che nasce l’impossibilità di essere felici, di non poter raggiungere un vero equilibrio interiore che come ha sostenuto giustamente Fromm oscilla continuamente e ossessivamente tra l’esigenza di dover cercare l’unione e simultaneamente l’indipendenza; l’unione con altri e nello stesso tempo la preservazione della propria singolarità e particolarità.
Un’inconcialibilità apparente che ha fatto della vita umana davvero un evento paradossale, in quanto non si riesce a capire cosa andare a realizzare con quello strumento meraviglioso e terribile che è la razionalità. La razionalità ha inseguito compulsivamente per ora questo o quel desiderio, questa o quella soluzione, senza sapere effettivamente cosa deve realizzare, qual è l’obiettivo principe. Come sostiene la teoria classica sulla razionalità, ad essa è stato affidato il compito di ricercare i mezzi idonei per raggiungere obiettivi che ci sarebbero imposti da un sistema conoscitivo più a monte, più ancestrale; in definitiva dai desideri.
E’ una teoria incompleta che desideriamo confutare perché senza dubbio la razionalità con le sue interpretazioni della realtà è in grado di condizionare la sottostante coscienza e contribuire a mettere in rilievo determinati desideri invece che altri e addirittura produrne. Desideri che altrimenti non avrebbero modo di emergere, di imporsi in maniera così determinata.
Per questo è possibile, di fronte alla immensa libertà che ci è concessa dalla conoscenza più recente, provare un senso profondo di smarrimento, di nausea, come direbbe Sartre. Gli uomini, fino a prova contraria, possono convincersi veramente di tutto: anche che gli asini volano. Così ci si può convincere a vivere una vita da epicurei, da atei, da credenti, da scettici, da gnostici, ed altri mille modi: inchiodati tutti ad un sostanziale individualismo, che anche se condito in mille salse non potrà mai renderci pienamente felici, per i motivi che analizzeremo in seguito.
Solo un modo di essere nella pratica non viene adottato, anche se è stato preso razionalmente in considerazione da più di una corrente di pensiero che però non è riuscita ad imporlo. Stiamo parlando del modo ambivalente di essere ipotizzato per primo dal Taoismo: della possibilità di combinare opportunamente ed in maniera corretta quelli che si presume siano i nostri complementari aspetti interiori. Cosa difficile da realizzare se il discorso non viene sviluppato in maniera davvero convincente. Se non si arriva a comprendere come i vecchi automatismi della risposta, nella conoscenza emotiva, sono ora condizionati da una “visione” razionale e preconcetta del mondo. Spesso tra le diverse tipologie conoscitive interne si gioca a braccio di ferro per riuscire a sviluppare un’azione piuttosto che un’altra. Ed è questa un’anomalia pericolosa che andrebbe sanata.
Con l’entrata in gioco della razionalità non disponiamo più, come una volta, dei solidi riferimenti di un tempo, delle risposte univoche collaudate da una lunga pratica. Ora si può andare da qualunque parte anche se le direzioni non sono assolutamente tutte uguali. Solo una, o comunque un piccolo ventaglio, permette di continuare a realizzare un’intima natura retaggio di una storia plurimilionaria.
Si può, è vero, per un breve tempo esplorare percorsi diversi per capire se ci sono scorciatoie, vie più brevi o magari più sicure, per arrivare alla meta auspicabile. Ma proprio per questo ci si può facilmente perdere, smarrirsi, in situazioni ingestibili.
E’ esattamente quello che succede a Cappuccetto Rosso allorché si allontana dalla via tracciata per acchiappare farfalle e raccogliere fiorellini.
Allo stesso modo l’uomo può allontanarsi dalla strada percorsa per anni, inseguendo questo o quel piacere, questo o quel convincimento errato.
Una vera e propria strada sicura per la razionalità, comunque, non c’è. C’è però il sentiero visibile dei sentimenti e una bussola efficace per mantenere la rotta: la gioia.
Con questi strumenti e un’idea di massima di come comporre la nostra individualità, possiamo fare costantemente il punto della situazione ed evitare di smarrirci in situazioni che ci porterebbero lontano dalla condizione ottimale.
E’ di fondamentale importanza disporre di un meccanismo efficace di autoregolazione dal momento che la vita è un evento sperimentale che può trascinarci in situazioni senza vie d’uscita. Se cadiamo nell’errore di commettere costantemente azioni che ci allontanano troppo dalla condizione ideale dovremmo accorgercene dalla mancanza di gioia che non può sussistere in presenza di un pericoloso sbilanciamento interiore. La gioia è l’indicatore più attendibile che tutto sta andando per il verso giusto; che le scelte approntate razionalmente soddisfano anche la conoscenza più antica che comunque continua ad operare in noi, anche se in maniera più soffusa.
Libero arbitrio non significa poter fare impunemente tutto ciò che si vuole. Ma solo che si possono fare molte cose non tutte necessarie allo stesso modo. Quello che sembrerebbe certo è che la conoscenza razionale dovrebbe continuamente consigliarsi con la conoscenza emotiva. Essa sola in definitiva può sapere per certo qual è il disegno originario che bisognerebbe realizzare e che ha a sua volta ereditato da altre conoscenze più elementari.
Non possiamo fare completamente di testa nostra, come quando abbiamo deciso, più o meno consapevolmente, di lavorare sulla stabilizzazione dell’individualità pluricellulare fornendogli un bunker, un guscio entro il quale potersi permettere di rinchiudersi. Alla prova dei fatti questa scelta si sta dimostrando disastrosa. Per questo occorre mutare convincimento rendendosi conto che non esiste contenitore a prova di intrusioni. E se anche vi fosse non è certamente rinchiudendoci in esso che riusciremmo a stabilizzare l’individualità, come si è sempre creduto.
Non è fornendole una corazza, erigendo castelli, costruendo linee Maginot che si possono tenere alla larga i nemici. Ma affidandoci a politiche di collaborazione e integrazione, affidandoci ad un intenso e fattivo dialogo.
Il miglior modo per stabilizzare la nostra attuale individualità formata da miliardi di cellule è trovare il modo di inserirla in un circuito fortemente sociale; affidarla ad intensi e fitti legami intersoggettivi.
Programma questo su cui la razionalità non sta sicuramente lavorando, ma sul quale potrebbe lavorare efficacemente in futuro. La razionalità potrebbe essere nata proprio per svolgere questo compito, anche se agli inizi può avere subito un disorientamento.
Prattico, in La tribù di Caino ci porta, proprio a questo proposito, ad un’importante considerazione. Egli osserva come probabilmente l’uomo di Cro-magnon, subentrando all’uomo di Neanderthal, avrebbe subito un’involuzione dal punto di vista sociale: sarebbe cioè diventato più individualista, pur avendo introdotto presumibilmente una maggiore plasticità e potenzialità cerebrale, grazie alle nuove possibilità razionali. La spiegazione potrebbe essere che l’ampliamento significativo della neo corteccia frontale, deputata alla nuova modalità conoscitiva, pur mettendo finalmente termine ad una eccessiva macchinosità tra stimoli e risposte che stava portando il sistema ad un preoccupante saturazione, abbia creato un scompiglio nel progetto emotivo, diffidando della socializzazione, più che affidandosi ad essa. Vi sarebbe allora stato un rigurgito dell’istanza sociale ed una quasi totale affermazione dell’istanza soggettiva.
L’eccessivo individualismo oggi riscontrabile nell’uomo, rispetto ad altri animali, potrebbe essere la conseguenza proprio di una maggiore attenzione posta dalla potente neo conoscenza sull’aspetto soggettivo che gli si parava di fronte in tutta la sua evidenza, mentre quello complementare, la socialità, rappresentata dai legami emotivi, rimaneva disgraziatamente in ombra: invisibile al nuovo occhio della mente. Così la razionalità sarebbe rimasta impegnata sul consolidamento della soggettività avendola ritenuta l’unico nostro aspetto possibile.
Oggi però sappiamo con certezza che l’essere vivente deve necessariamente essere un sistema aperto e non può contravvenire impunemente a questa necessità. E un sistema aperto per non chiudersi, per non “seccarsi” come un ramo nel quale non scorre più linfa, deve poter diventare sempre più aperto fino a stabilizzarsi definitivamente in una nuova e più ampia struttura societaria.
Anche se seguendo questo filo del discorso siamo arrivati a nutrire più che delle certezze in merito allo svolgimento del nostro attuale destino, non possiamo tuttavia esimerci dal chiederci se davvero le cose sono andate in questo modo.
Possiamo davvero sostenere che l’uomo ha sviluppato razionalmente solo una parte della propria individualità: quella soggettività, tralasciando il resto? Il nostro modo di vivere, la grande socialità di cui siamo senza dubbio capaci non dimostrerebbe il contrario?
Abbiamo fondato comunità così grandi e articolate che nessun altro essere vivente può permettersi di vantare. Non sarebbe la dimostrazione che, invece, la razionalità ha operato a tutto tondo, tanto sulla soggettività, quanto sulla socialità.
E’ proprio questa la convinzione comune: che l’uomo ha si pensato a se stesso, ha si alimentato forse in maniera esagerata il proprio egoismo, ma, nel contempo ha sostenuto anche il necessario sviluppo della socialità, obbedendo ad entrambe le pulsioni che lo portano a cercare una maggiore differenziazione ma anche una migliore socializzazione.
Sembrerebbe abbastanza facile convincerci che le cose siano andate in questo modo: dopotutto diventando più egoisti ma, nel contempo, anche più sociali avremmo dato, come si suol dire, un colpo alla botte ed una al cerchio.
A questo punto però sorge un evidente problema: il sistema botte-cerchio è il singolo individuo o l’intera società?
Può davvero il singolo individuo spaziare tra caratteristiche interne cosi contrastanti come l’egoismo e una grande socialità? O non dovremmo invece considerare la società umana nel suo complesso composta da individui così eterogenei da spaziare da una possibilità all’altra?
Ad una seria analisi nessuna delle due alternative sembra capace di reggere.
La prima alternativa ci farebbe supporre che un individuo può essere contemporaneamente chiuso e aperto: il che è chiaramente un paradosso insostenibile. O, anche, che l’individuo sarebbe capace di passare in tempi brevi dall’uno all’altro stato: il che appare sempre altamente improbabile.
Dobbiamo allora buttarci sulla seconda alternativa. Dopo tutto, il mondo ci appare proprio in questo modo: un insieme eterogeneo di entità, che possono spaziare dalle più egoiste alle più altruiste, passando attraverso numerosi punti intermedi; che si troverebbero, come direbbe Aristotele, nel giusto mezzo. E così che indubbiamente ci appare quella chioma che abbiamo considerato poc’anzi. La risposta corretta sembrerebbe essere proprio questa: una parte dell’umanità caratterizzata dall’egoismo mentre la rimanente dall’altruismo, dalla socialità.
Mischiando individui egoisti e individui votati all’altruismo, ecco che alla fine riesce ad appare un insieme equilibrato convincente, che può nelle sue individualità arrivare a commettere tanto efferati atti di ferocia, tanto atti della più grande bontà e del più grande amore.
Può succedere, inoltre, che individui simili si aggreghino in gruppi e che questi gruppi si allarghino fino a formare grandi comunità. Una simile ipotesi sembrerebbe reggere benissimo.
Un ampio spettro è indubbiamente osservabile, riscontrabile, nel contesto umano. Non lo si può negare. Quello che però vorremmo sottolineare è che questo spettro è dovuto in larga parte alla conoscenza emotiva e che la subentrante conoscenza razionale non l’ha affatto ampliato ma ne ha spostato pericolosamente il baricentro verso un incremento collettivo di soggettività. Cosicché oggi, ritroviamo nelle comunità umane individui che, pur avendo rispetto a tanti loro simili un grado di socialità maggiore, non ne hanno comunque abbastanza per i canoni naturali che occorrerebbero per essere creature viventi sane. La razionalità ci avrebbe spostato in massa verso l’egoismo, e così anche se tra noi ritroviamo delle differenziazioni, queste si sono appiattite in modo pericoloso.
Su quale base è possibile avanzare una simile congettura?
Su questo semplice ma credo efficace ragionamento: se davvero ci fossero individui altamente sociali, individui davvero così aperti da essere capaci non solo di stabilire forti legami con altri individui dalle caratteristiche simili, ma di essere spinti da un intenso desiderio a farlo, non ci ritroveremmo davanti ad una totalità di individualità dalle caratteristiche diverse; ma ci troveremmo davanti a singoli individui che si sono chiusi in se stessi mischiati a grumi di individui, a società ben strutturate, visibili.
Volendo fare un paragone per essere più chiari, si potrebbe dire che se la gamma di individui fosse davvero molto ampia, potendo spaziare dalla più autentica socialità al più autentico egoismo, ne ritroveremmo una parte che si comporterebbe come si comportano i gas perfetti, con il loro ottetto esterno che li chiude in una sorta di corazza e non consente loro di sentire attrattiva per alcun legame; ed una parte che invece proprio perché dovrebbe essere fortemente reattiva non possiamo ritrovarla come atomi egualmente isolati. Se davvero fossero reattivi, sociali, aperti, il loro destino sarebbe ineluttabilmente segnato: convolerebbero a nozze con i loro vicini e troveremmo non atomi ma molecole e molecole molto complesse come lo sono ad esempio le molecole organiche.
Se gli individui umani sono, invece, come sembrerebbe, rimasti pressoché tutti degli atomi, che al più sono capaci di deboli legami circostanziali, facilmente scindibili, allora il dubbio sull’autenticità della socialità che pratichiamo o quantomeno della “grande socialità” sembra quantomeno legittimo.
Potrebbe darsi che la socialità umana avanzata razionalmente sia qualcosa che non corrisponde alla socialità naturale avanzata dall’emotività. Che quindi l’uomo millanterebbe una situazione interna ottimale mentre nella realtà si troverebbe ben lontano da essa.
Se le cose stessero in questo modo non potremmo continuare impunemente a far finta di niente, come se nulla fosse, perché una socialità millantata per autentica mentre sarebbe solo una socialità ad hoc costruita dalla razionalità per accordarla ad una sempre crescente soggettività, ad un egoismo che tende sempre più a chiuderci in un devastante isolamento dovrebbe essere smontata pezzo per pezzo, sconfitta come un virus terribile che potrebbe ucciderci in massa.
Non basta quindi sostenere che l’uomo è un animale sociale, come già fece Aristotele molto tempo fa, occorre capire bene di che tipo è questa socialità: se è davvero compatibile con le intime esigenze di una creatura vivente.
A questo proposito ci conviene soffermarci su due posizioni molto simili forniteci dalle scienze biologiche e dalla filosofia morale, che credo fotografino esattamente l’idea razionale che l’uomo si è fatto della socialità e dell’altruismo. Un’idea che scaturisce dalla convinzione che nostra unica preoccupazione, come quella di ogni altro essere vivente, debba essere quella di assicurarci la sopravvivenza. Una sopravvivenza che viene indicata come una priorità assoluta, capace di porre in second’ordine qualsiasi altro obiettivo. Queste indicazioni della razionalità ci lasciano molto perplessi, una volta che abbiamo interpretato la vasta gamma di sentimenti sociali come una spinta della conoscenza emotiva a portare avanti parallelamente e in modo coordinato anche l’obiettivo della socialità oltre a quello della soggettività.
Unico scopo: sopravvivere?
Vorremmo ora soffermarci più dettagliatamente sul concetto di socialità e di altruismo che si realizza generalmente nella pratica quotidiana.
Abbiamo avanzato l’ipotesi che la socialità confezionata dalla razionalità non sia propriamente la stessa che l’emotività vorrebbe che realizzassimo. Accade così che ci troviamo a perseguire una socialità che è un mistura di “sentimentalismo” e di “pensiero cosciente” motivato da interpretazioni che non sembrerebbero quelle giuste.
Quando la socialità è sentimento in atto, non influenzato eccessivamente dalla ragione, non strumentalizzato per altri fini, l’obiettivo verso cui veniamo spinti, anche senza possederne una chiara consapevolezza, è con ogni probabilità un qualche legame che sale come esigenza dal “più profondo” con lo scopo di portare due o più individui ad unirsi tra loro.
Se però la socialità risultante non è di questo tipo, non si presenta con lo scopo di legare tra loro delle entità, allora è quasi sempre dovuta al perseguimento di obiettivi che possono sostanzialmente ridursi al solo aumento indiscriminato e incontrollato di soggettività: in una parola al perseguimento dell’egoismo.
Quando si cerca, quindi, di cogliere le motivazioni che ci spingerebbero ad essere sociali, e non riusciamo a cogliere alcun tipo di legame evidente e duraturo su cui portare l’azione, significa, con ogni probabilità, che ci troviamo di fronte ad un tipo di socialità che non è autentica e deve essere definita in relazione all’egoismo: con o contro di esso.
Per la difficoltà intrinseca a mettere in evidenza la necessità di legami che presuppongano una società, sia pure in fieri, si è portati a cogliere l’individualità come un’entità monolitica: egoista o altruista. Rivolta alla cura di se stessi o a quella degli altri. E poiché, in tutta onestà, ci è davvero difficile credere che le persone che si dedicano alla cura degli altri sono un numero rilevante, possiamo tranquillamente sostenere che esse finiscono per rappresentare delle sparute eccezioni e non certo la regola.
La norma diventa allora una prevalente, pressoché assoluta, cura per se stessi: attenzione che viene posta sulla propria soggettività e che finisce per trascurare sistematicamente qualsiasi tipo di legame tra “Io” diversi. Così tutto, in ultima analisi, può essere ricondotto all’egoismo.
L’egoismo diventa il perno centrale intorno al quale può essere fatta ruotare qualsiasi azione, anche se apparentemente vi possono essere una selva di motivazioni con cui ammantarle.
Ecco che, dunque, una mente acuta come quella di Pietro Ciaravolo, che si assume la piena responsabilità di dire pane al pane e vino al vino, al di la degli intendimenti coscienti con cui ognuno è convinto di potere ornare il proprio essere sociale, coglie la sola, vera, motivazione di fondo che oggi è in grado di legare il comportamento sociale a quello egoista.
Per Ciaravolo, la socialità umana non può considerarsi un’alternativa all’egoismo, ma deve essere considerata un suo altro aspetto, o, esprimendoci con le sue stesse parole, una manifestazione differenziata di questo.
La sua analisi coglie il succo della questione, l’asse portante della situazione, facendo scendere il “rasoio” a recidere tutti quei fronzoli che non fanno altro che confonderci le idee, fuorviandoci.
Dopo avere, infatti, sostenuto che ogni uomo tende a confermarsi nella sua esistenza è costretto a chiedersi quale funzione abbia allora l’altruismo.
Se, infatti, appare sacrosanto che ogni individuo, umano e non, debba essere naturalmente egoista, preoccupato solo per la propria sorte, non si riesce nel contempo a comprendere, almeno con la stessa immediatezza, per quale ragione debba anche preoccuparsi per la sorte di altri, arrivando a compiere azioni in cui si possono spendere anche importanti energie. Posta la premessa, le deduzioni logiche non possono che essere quelle avanzate da Ciaravolo: le azioni altruiste devono per forza essere compiute per gli stessi identici motivi per cui si è egoisti. Il punto che viene tenuto fermo e sul quale non si transige è che un individuo non può non essere fondamentalmente e naturalmente egoista. Ogni altro suo comportamento che in apparenza potrebbe sembrare contraddittorio in realtà non può esserlo e deve per forza fondarsi e confluire nella stessa matrice egoistica.
Così alla fine Ciaravolo ne deduce coerentemente che colui che aiuta l’altro a conservarsi nella sua esistenza in realtà sta conservando se stesso. Ogni eventuale contraddizione diventa in questo modo soltanto apparente.
Ritenendo inconcepibile che possa trattarsi di uno scontro radicale tra due comportamenti contrapposti, operanti entrambi all’interno della stessa unità organica, egli sostiene che se scontro sembra esserci è solo perché la loro interpretazione viene estremizzata, radicalizzata. In realtà non può ritenersi concepibile che l’altruismo possa scontrarsi frontalmente con l’egoismo, per cui dobbiamo, come lui stesso si esprime: “interpretativamente correggerlo”, arrivando a sostenere apertamente che l’altruismo non può essere qualcosa di differente dall’egoismo.
Il nostro autore specifica che se così non fosse l’altruismo sarebbe un falso posta la solidità biopsichica dell’egoismo. Se, dunque, l’altruismo non può essere anti-egoismo e se l’egoismo è una forza basilare e ineccepibile dell’esistenza umana, allora l’altruismo non può che essere “una manifestazione differenziata dell’egoismo”.
Per non lasciare adito a dubbi, Ciaravolo si affida ad un esempio che esplicita il suo punto di vista. Ci sono - egli sostiene - esperienze episodiche d’altruismo come il fare l’elemosina, in cui viene sicuramente a mancare tanto l’affetto (perché dall’altra parte può esserci una persona che non si conosce) che il dovere (poiché niente apparentemente ce lo impone) ma dove è sicuramente presente (in chi compie l’azione) l’istanza della conservazione. Allora, perché un individuo arriverebbe a privarsi di una certa somma di danaro in favore di un altro?
La spiegazione è che la vista del povero ci mette in uno stato di disagio e il fare l’elemosina ci dà la possibilità di ripristinare un equilibrio interno che è stato scosso dalla vista dell’indigente. L’elemosina diventa, quindi, una sorta di terapia per superare uno stato di disagio psicologico. Con una tale azione si tende, quindi, a mettersi, come si suol dire, “il cuore in pace”.
Evolvendo ulteriormente questa idea egli motiva la moralità facendola rientrare nel perseguimento, più o meno consapevole, di due specifici obiettivi che portano, coerentemente a quanto supposto, entrambi acqua al mulino dell’egoismo:
- la convenienza a misurare le proprie azioni sulla previsione della reazione dell’altro, cioè in base al “pericolo del danno” che potrebbe derivare da un comportamento moralmente riprovevole;
- l’opportunità di realizzare delle alleanze, predisponendo l’altro ad offrire il proprio aiuto al momento del bisogno.
L’altruismo, la socialità, sarebbero dunque espressioni del convincimento che si può e si deve occorre supportare l’egoismo in tutti i modi possibili.
Al di là, quindi, delle teorizzazioni e dei proclami con cui ogni individuo può giustificare eventuali gesti altruistici, la verità è che non esisterebbe un “altruismo disinteressato”. L’altruismo non ci deriverebbe da alcun imperativo categorico, semmai da uno ipotetico.
Secondo una tale visione all’egoismo non vi può essere alternativa! Anche se può e deve essere mitigato con azioni che possono alleviarlo, addolcirlo, proprio come se si trattasse di qualcosa di amaro ma necessario.
E’ una spiegazione questa che può essere utilizzata per incentivare la pratica dell’altruismo in quanto non ci nuocerebbe, perché comunque alla fine porterebbe acqua al mulino dell’egoismo. Una spiegazione simile però è anche una pericolosa arma a doppio taglio. Essa può convincerci che tutto sommato, esistendo solo l’egoismo a cui poter far concreto riferimento, si può prendere il toro sia per le corna che per la coda. Che si possono sfruttare le buone maniere come le cattive: che il fine giustifica i mezzi. E, infatti, seguendo questo filo nascosto, alla fine l’umanità è diventata uno stuolo di esseri machiavellici che possono usare indifferentemente il sorriso o la violenza pur di raggiungere un unico fine: continuare semplicemente a vivere: sopravvivere.
La fotografia che Ciaravolo ed altri filosofi morali sono arrivati a scattare della realtà è indubbiamente molto fedele allo stato di cose che giace sotto una coltre di nubi inconsistenti e mutevoli, che non modificano assolutamente la sostanza del mondo, ma finiscono solo per nasconderla agli occhi dei più ingenui, spesso delle vittime designate.
Un altruismo così motivato non aumenta certo la socialità dell’individuo: piuttosto la sacrifica esplicitamente all’egoismo, che come un mostro repellente e pericoloso avrebbe il diritto di crescere illimitatamente e a dismisura in un caveau sotterraneo, nascosto alla vista delle persone sensibili.
Seguendo questa linea di pensiero si riesce a portare allo scoperto una pericolosa mancanza di feed-back che, se ci fosse, scongiurerebbe la crescita indefinita di ogni mostruosità. L’uomo è talmente convinto di queste sue certezze che non verifica la sua crescita razionale. Non cerca di capire se le soluzioni che ha adottato lo stanno portando davvero verso una migliore condizione. Si intestardisce a voler proseguire a tutti i costi nella direzione che ha stabilito aprioristicamente come la migliore. Una direzione che ci parla di chiusura, di difesa delle caratteristiche peculiari, di utilizzo di ogni cosa, degli enti inanimati come degli esseri viventi e addirittura dei nostri simili; che ci parla di un altruismo subordinato all’egoismo, di una socialità che può essere indifferentemente autentica o ipocrita: che, soprattutto, non avrebbe un obiettivo da perseguire.
E’ comprensibile che l’uomo abbia finito per costruirsi la casa e dimorare nella menzogna, nella trappola in cui la razionalità lo ha portato, facendogli rincorrere lucciole per lanterne.
In seguito cercheremo di comprendere più dettagliatamente come ciò può essere avvenuto. Per ora forniamo solo un’altra testimonianza dell’interpretazione imperante con cui la razionalità motiva l’altruismo, rifacendoci al noto lavoro di Dawkins: Il gene egoista.
La teoria del gene egoista, basata interamente sul principio della selezione naturale, incarna le idee originali di Darwin, riuscendo anch’essa a dare ragione dell’altruismo. Per il nostro autore è il gene ad avere quella posizione egoistica che si è soliti attribuire all’individuo. Infatti, alla luce dei fatti, sembrerebbe più semplice sostenere che chi punta ad auto-conservarsi non è l’individuo, pluricellulare o anche monocellulare, ma i suoi geni. L’individuo diventa allora una macchina da sopravvivenza che avrebbe il solo compito di portare a spasso i propri geni offrendogli maggiori possibilità per replicarsi. Ponendo le cose in questo modo sembrerebbe più semplice dar conto dell’altruismo senza cadere in pericolose contraddizioni. L’individuo può assumere un comportamento altruista perché In questo modo, evidentemente, si facilita la possibilità dei geni di replicarsi. In questo modo appare incontestabile che i geni diano a quella macchina da sopravvivenza una singola istruzione generale: fa qualunque cosa pensi vada meglio per mantenerci in vita (pag 65). E questo “qualunque cosa” può ovviamente essere anche un comportamento altruistico se comporta un aumento delle probabilità dei geni di sopravvivere e moltiplicarsi.
Pienamente convinto di ciò, Dawkins, cerca, quindi, coerentemente di escludere, di smontare qualunque ipotesi alternativa come, ad esempio, la teoria di Lorenz del “bene della specie” o quella di Wynne-Edward “della selezione di gruppo”.
La socialità appare, guardando le cose, con questo filtro aprioristico un epifenomeno.
Dawkins può mettere insieme guardando alla natura una mole considerevole di comportamenti che possono essere valutati chiaramente come altruistici, come quando ad esempio un particolare pipistrello divide con i membri della comunità una parte del cibo che si è procurato o un uccello madre rischia la propria vita fingendosi ferita per portare un eventuale aggressore lontano dalla propria nidiata. Ovviamente, in questi casi e in numerosissimi altri non è difficile cogliere l’”investimento” di risorse che l’individuo altruista finisce per fare con un comportamento che inizialmente può sembrare insensato.
D’altra parte che i comportamenti altruistici debbono offrire un qualche vantaggio a chi li compie appare scontato. Se così non fosse, infatti, questi comportamenti verrebbero scartati dalla selezione naturale per il semplice motivo che una qualunque comunità per esistere ha bisogno che restino in vita i suoi membri. Non vi possono esservi, quindi, alla lunga, comportamenti altruistici che siano uno svantaggio per il singolo individuo. Da questo punto di vista sostenere che un comportamento altruistico sia anche un comportamento egoistico appare piuttosto una tautologia se per egoismo intendiamo quello che intende Ciaravolo e Dawkins il diritto dell’individuo ad esistere e a perseguire nella propria filogenesi.
Le cose mutano forma in maniera sostanziale se per egoismo si vuole intendere, invece, un diritto esclusivo ad esistere, un unico diritto in grado di mettere in secondo piano ogni altro. A noi sembra che si debba intendere l’egoismo più in questa accezione, mentre il semplice e naturale diritto ad esistere, a rappresentare una specifica possibilità esistenziale possa essere espresso in maniera più redditizia con la soggettività. Per cui ogni essere vivente è naturalmente soggettivo e può, mancando l’esclusività, evitare di diventare egoista, cercando di condividere il mondo, l’ambiente, con altre soggettività. Il gene egoista come l’individuo egoista danno un’idea di esistenza ancorata a possibilità limitate che invece di sommarsi, di dialogare, tentano di escludersi vicendevolmente. Danno insomma l’idea di una lotta totale. Idea che purtroppo sembra essere essersi incistata nella mente umana.
Il dibattito scientifico, negli ultimi tempi, ha avuto come uno dei suoi temi centrali le teorie del gene egoista e quella della selezione del gruppo.
Le due teorie suggeriscono visioni molto diverse tra loro. Secondo i sostenitori della teoria della selezione del gruppo la natura si preoccuperebbe del fatto che gli individui, appartenenti ad una data specie, cooperino gli uni con gli altri, per la sopravvivenza del gruppo. Alla natura non interesserebbe, quindi, questo o quell’individuo in particolare ma un certo insieme di individui. E’ come se un presunto bene, interesse, della collettività riuscisse a guidare le azioni dei singoli individui. Al che ovviamente ci si deve chiedere: in che modo vi riuscirebbe? Rispondere a questa domanda è di un’importanza cruciale.
Se la premessa non viene mutata e l’individuo continua ad essere intercettato come un’entità distinta e separata dal contesto, è del tutto ovvio che non si riesce a parlare in maniera corretta di socialità. E allorché si mettono in opposizione interessi dei singoli con quello del gruppo si sta realtà non si fa altro che opporre a degli interessi specifici altri interessi anch’essi specifici e non quelli dell’intera comunità.
Se a sembrare più convincente, e, quindi, ad avere più clamore, è stata la teoria del gene egoista e non quella della selezione del gruppo è solo perché nella prima lo sguardo è rivolto sostanzialmente al passato, ad una realtà oramai consolidata come l’individuo; la seconda è invece rivolta al futuro, a ciò che deve ancora realizzarsi e non si sa bene come riuscirci.
La mente razionale che forse dovrebbe preoccuparsi di questo in realtà non se ne preoccupa, ma non perché non ne sarebbe capace, anzi! ma perché prima deve riuscire a cogliere in maniere convincente il progetto dell’emotività di formare nuove entità che superino il singolo individuo pluricellulare.
Così la consapevolezza è in sostanza solo consapevolezza del passato. Dovrebbe diventare anche consapevolezza del circolo vizioso nel quale siamo finiti, e cercare di rispondere ad una domanda che brucia nelle coscienze di molti: siamo davvero tanti Sisifo impegnati in un’immane, eterna, fatica solo per ricominciare sempre tutto daccapo? Quello di Sisifo è un supplizio che una mente aperta, intelligente, non può accettare in quanto reca in sé un’angoscia e una tristezza incomparabili. Oltre a comprendere che il gene è una sorta di libro che ha in sé la facoltà di auto-tutelarsi da ogni possibile distruzione, occorrerebbe anche capire perché questa sorta di librone dovrebbe aspirare al destino di doversi rinnovare infinitamente senza alcuno scopo. E’ destinato come Sisifo a scontare una qualche punizione?
E’ quello di cui hanno finito per convincersi un po’ tutti, gli orientali come gli occidentali, anche se in maniera diversa.
In oriente ci si è convinti in larga parte che lo scopo principale di un individuo sia quello di raggiungere una perfezione che permetta all’anima di liberarsi definitivamente dei lacci di desideri mondani. Il che, evidentemente, significa che il vivere, con i suoi desideri, è concepito come una sorta di punizione da cui dovremmo sottrarci. Desideri che ci fanno girare eternamente in tondo costringendoci ad un’esistenza senza senso che ci procura per questo solo dolori ed ansie.
In occidente, la stessa base di partenza è stata sviluppata razionalmente in maniera leggermente diversa. Qui basta solo una vita per risolvere il problema. Una vita virtuosa e l’anima se ne svolazza leggera e beata in Paradiso. Il supplizio sisifico mondano è stato più opportunamente differito, spostato sull’anima e posto all’inferno. Cosa cambia? Il succo della faccenda rimane lo stesso. Che si formalizzi filosoficamente o scientificamente l’egoismo o che lo si pratichi solamente imitando gli altri, lo scopo dell’esistenza finisce per rimanere per tutti uno scopo unico: sopravvivere. L’unica libertà sembrerebbe quella di poter scegliere se sopravvivere come esseri virtuosi per guadagnarsi il paradiso o la liberazione dal ciclo delle rinascite, o sopravvivere per cercare di godersi il più possibile i piaceri che si possono cogliere nel giardino dei desideri. Oppure, si può cercare di vivere ambiguamente per assicurarsi entrambe le opportunità. E’ questa la soluzione più gettonata che ogni uomo alla fine persegue in modo più o meno consapevole. E seppure un noto proverbio ci ammonisce dell’impossibilità di poter avere contemporaneamente la botte piena e la moglie ubriaca, nessuno sembra curarsene più di tanto. Alla fine quasi tutti rinunciano a scegliere tra una vita virtuosa e una vita piena di piaceri, credendo di poter legittimamente aspirare ad entrambi. E questo soprattutto dopo che, come abbiamo visto, si è legittimati a perseguire in ogni maniera l’egoismo, ritenendolo una naturale e soprattutto l’unico scopo per cui si può vivere.
Scegliere tra egoismo e altruismo?
Se un’enorme quantità di individui, con le loro azioni concrete, scelgono di fatto incondizionatamente sé stessi; a parole, nei loro proclami, un’altra parte sostiene di potersi dedicare agli altri al punto da dimenticarsi di se stessi.
Una tale credenza è stata formalizzata in vari modi. Non parliamo delle Religioni che, come si sa, poggiano tutte sull’assunto indimostrabile che esisterebbe un’anima immortale associata al nostro corpo, una parte eterna che può continuare a vivere anche dopo la morte, ma della filosofia e della psicologia.
Alberoni e Veca, per esempio, definiscono la morale come scelta (libera) dell’altruismo al posto dell’egoismo. La morale sarebbe una dedizione agli altri fatta in modo libero, in modo non condizionato. Ritorna così, come loro stessi suggeriscono, una vecchia tesi che era stata di J.J. Rousseau e poi di Durkheim.
Non dico che questo nella pratica sia impossibile. Si può effettivamente riuscire a scegliere gli altri, i loro bisogni, i loro interessi, ma poi bisognerebbe capire quanto davvero una tale scelta può essere libera. Bisognerebbe, ad esempio, mettere sul piatto della bilancia motivazioni come quella, per un credente, di guadagnarsi un posto privilegiato nell’aldilà: una situazione priva di dolore e ricca di gioie e di piaceri.
Alberoni e Veca, nel saggio L’altruismo e la Morale sostengono, a mio avviso in maniera contraddittoria, che Kant avrebbe sbagliato a considerare meritevole solo l’azione fatta contro i propri impulsi, contro i propri desideri. Anzi, sottolineano, dobbiamo sperare che i nostri impulsi e i nostri desideri ci portino spontaneamente ad amare gli altri. Giustissimo! Se però la scelta consiste nel seguire gli impulsi naturali, quelli dettati da un inconscio che non si è rivelato apertamente, ci si può chiedere che scelta mai sarebbe.
Il difetto di questa visione, come d’altra parte quella di Ciaravolo e Darkins, è che comunque essa resta all’interno di un concetto individualista che non infrange le barriere tra Io e non-Io.
La moralità, invece, sembrerebbe proprio il superamento di tali barriere, la creazione di legami che rendano la separazione tra Io e non-Io sempre meno evidente.
L’altruismo, oramai, non può essere valutato un’istanza pura della conoscenza emotiva e basta. Deve poter essere razionalizzato perché noi siamo diventati esseri razionali che non possiamo più ritornare indietro ad istanze conoscitive pure come nel passato.
Occorre impegnarsi per chiarire verso quali obiettivi i desideri ci vogliono indirizzare. E per obiettivo non si può intendere questo o quel piacere, perché il piacere è il premio per la capacità proprio di raggiungere un determinato obiettivo. Occorre, quindi, etichettare i desideri nel modo più chiaro e convincente possibile in quanto spinte verso una determinata condizione. Non possono rimanere qualcosa di mistico, nebuloso, indefinito.
Certo la ragione può anche accogliere l’altruismo, accettarlo, e suggerirci un comportamento dettato dal come se, senza arrivare ad una spiegazione logica. Se però non si è capaci di aprire un sipario sull’obiettivo che con la moralità si vuole perseguire si rischia di cincischiare perennemente nelle vicinanze della propria condizione, impediti da una visione ad ampio raggio. Si resta delle talpe.
Se ci si convince di dover scegliere tra il proprio Io e quello degli altri, occorrerebbe innanzi tutto essere in grado di rispondere altrettanto coerentemente all’obiezione di Stirner che giustamente sostiene che se si è “unici” perché mai ci si dovrebbe preoccupare degli altri e non solo di se stessi? Anche gli altri in definitiva sono degli “unici”. Quindi unico per unico non si comprende la differenza tra essere egoista o altruista. Al più, sottolinea logicamente Stirner, potremmo mettere in piedi una libera cooperativa di “unici”. Il discorso credo non faccia una grinza.
L’inferenza è scontata se si sceglie un Io comprensivo del proprio recinto. Allora diventa impossibile comprendere una proposta come quella di Edgar Morin di considerare l’individuo come un’entità che debba necessariamente essere ad un tempo ego-centrica, ego-istica ed etero-centrica o altru-istica.
E’ su questa proposta che bisognerebbe ragionare a fondo!
E’ su come effettivamente sia possibile pervenire ad un’ambivalenza che può tirarci fuori dalle innumerevoli contraddizioni in cui si è impantanato da sempre il ragionamento.
Per uscire fuori dal pantano delle contraddizioni ci vuole quasi sempre un’idea che risolva le diatribe, che magari le sintetizzi in un’unica idea capace di abbracciare l’una e l’altra visione. Già che si sostiene di dover operare una scelta tra due modi alternativi di essere, significa che questi sono delle realtà che si evidenziano in modo netto in certe situazioni. E allora perché dover negare l’uno e accettare l’altro?
Una situazione simile si è verificata nella scienza, ed esattamente in Fisica, quando sorsero due contrapposti schieramenti che si sfidarono a suon di prove sulla natura della luce. Uno schieramento sosteneva che la luce avesse natura corpuscolare, un’altra, ondulatoria ed entrambi portavano prove a sostegno della loro tesi. Non si capì subito, ma solo dopo qualche secolo, che invece, avevano ragione e torto entrambi. La natura della luce è tale, possiamo ora sostenere, che essa è sia corpuscolare che ondulatoria. E che un aspetto o l’altro ci si manifesta a secondo delle condizioni in cui si compie l’esperimento.
Ad una mente non allenata, ancora oggi, risulta incomprensibile come la luce possa avere una doppia natura. Ed in Filosofia, purtroppo, le menti poco allenate sono ancora tante, troppe.
In effetti anche qui, ci troviamo apparentemente di fronte a due situazioni che sembrano escludersi a vicenda: l’egoismo e l’altruismo. In realtà questo avviene solo perché fin dall’inizio la razionalità non ha potuto rendersi conto che l’individualità ha una natura ambivalente. E’ composta cioè da due spetti interni complementari. E così quando uno di questi aspetti si assolutizzano esso esclude l’altro. Esattamente come avviene nel caso della natura della luce. Essendo la luce composta da due aspetti complementari, come hanno correttamente compreso Einstein e Bohr, se si assolutezza l’aspetto corpuscolare quello ondulatorio viene escluso e viceversa.
Se si vuole ragionare correttamente sull’individualità e pervenire ad una visione non ambigua delle sue relazioni, occorre partire inizialmente dalla sua doppia natura. Non si può inizialmente sostenere che essa sia già un’umanità, una socialità perfetta, come neppure si dovrebbe sostenere che sia sostanzialmente una monade.
Semmai si potrebbe sostenere, volendo farne una proiezione storica, che essa sia partita da una condizione di monade, poiché l’unità biologica e la chiusura operativa sono state sicuramente l’obiettivo passato di milioni e milioni di cellule che dovevano trovare il modo di concatenarsi tra loro in una nuova struttura, ma che poi, a sua volta l’individuo diventando una sorta di cellula abbia sentito la necessità di superarsi in una nuova e più ampia socialità perfetta. Due obiettivi, dunque, uno vecchio ed uno nuovo che devono combinarsi e svilupparsi armonicamente affinché entrambi possono essere centrati. E’ accaduto invece che si è tentato di perseguire questi due obiettivi in modo indipendente l’uno dall’altro, come se la socialità potesse essere una prerogativa dei singoli acquisita senza una sperimentazione e senza, quindi, il necessario dialogo con gli altri.
In un mio precedente lavoro letterario dall’emblematico titolo “Gusci di cristallo” ho lanciato in modo romanzato una provocazione tesa a mettere in guardia l’uomo sull’assurdità di voler, da una parte, continuare a chiudersi in se stesso per continuare nel vecchio obiettivo di perseguire la sopravvivenza dell’entità pluricellulare e dall’altra di voler seguire il bisogno di aprirsi alla possibilità di fondare una nuova comunità, senza ritornare a modificare, a variare, gli assetti precedenti. E’ indubbio che una nuova idea può realizzarsi solo se, contemporaneamente, si trova la maniera di ricostruire l’identità dell’individuo in funzione di un diverso obiettivo. Ma di questo non sembra esserne consapevole nessuno.
Così l’assurda situazione che si è creata assomiglia molto ad un miscuglio che si ottiene mettendo insieme singoli pezzi di materia inerte. La società, l’umanità è piuttosto un miscuglio di individui che si chiudono in un guscio ermeticamente impermeabile, ma che poi cercano di rendere trasparente per dare vita ad una comunicazione che non porta a niente se non ad illuderli che il guscio non ci sia. Il guscio invece c’è e diventa ogni giorno più duro e impermeabile. E l’evidenza che al posto dell’ambivalenza si è pervenuti ad una ambiguità, ad una delle due possibili condizioni che risuona falsa seppure in maniera non chiara, non evidente.
E’ questo il nostro destino a cui stiamo andando incontro a ritmi sempre più elevati. Stiamo diventando una sorta di fossili che cercano di trovare il modo di stare insieme, che si chiudono sempre più in un bozzolo che li inganna sulle loro effettive condizioni.
Così quando, attraverso un luogo comune sicuramente abusato, si sostiene che la libertà di ognuno finisce dove inizia la libertà di un altro, si finisce per specificare, quasi sempre inconsapevolmente, che l’umanità è un insieme sparpagliato di individui che dovrebbero trovare il modo di vivere perennemente confinati nei propri recinti, nelle proprie emozioni, nei propri interessi. Se questo alla nostra ragionevolezza riesce ad apparire come qualcosa di scontato, di primigenio; per la nostra emotività si traduce in uno squallore indicibile, in un’insensatezza insostenibile. La nostra emotività che è una conoscenza basilare che cerca di proteggerci dagli errori della razionalità, non può rassegnarsi a quello che sta avvenendo e preme in tutti i modi in cui le è consentito per far sentire i propri ammonimenti, per farci desistere da un progetto che ci sta sì portando a consolidarci come singole soggettività ma che sta anche condannandoci definitivamente alla solitudine, eliminando ogni possibilità di stabilire tra di noi legami forti e desiderabili.
Un nuovo elemento: l'inconscio collettivo
Finora abbiamo valutato, sia pure per sommi capi, due teorie che hanno cercato di mettere in relazione biunivoca l’egoismo e l’altruismo. In entrambi i casi, sia che l’altruismo lo si valuti come funzionale all’egoismo, sia che lo si tenga separato per poter operare una scelta di campo tra due opzioni che appaiono antitetiche, si finisce per porre l’accento sulla chiusura operativa con la quale la razionalità ha sostanzialmente finito per circoscrivere l’Io.
Per contro abbiamo accennato che la strada giusta per poter pervenire ad un concetto naturale, autentico, di individualità sarebbe quello di introdurlo già come un dividuum e non come l’individuum, l’atomos originario con cui l’ha colto da sempre la razionalità.
Anche se la chiave per la soluzione del problema potrà, in questo modo, apparire di una semplicità disarmante, quasi ingenua, siamo convinti che è questa la chiave giusta per iniziare ad allargare correttamente le frontiere della conoscenza.
Il primo che ha inaugurato questo modo nuovo di pensare l’individualità, almeno nella storia del pensiero occidentale, credo sia stato Jung. [...]
L'intero saggio è disponibile all'indirizzo: http://www.riflessioni.it/la_riflessione/amore-felicita-0_indice.htm
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