Perché non si può più parlare di rivoluzione?
Idee e proposte per un cambiamento autentico.
di Antonio Lombardi
Bisogna pur partire da qualche parte, altrimenti non si può parlare di nulla. Noi partiamo, correndo tranquillamente il rischio di risultare dogmatici, dal fatto piuttosto evidente che il tempo che stiamo vivendo è un tempo critico, di stallo o, perlomeno, un tempo contraddittorio. Negarlo significherebbe negare, tra le altre cose, la totale assenza di uno o più punti di riferimento significativi comuni a tutta o a grandi porzioni dell'umanità (lo stato, per esempio, ci sembra già una porzione piuttosto piccola) che caratterizza il mondo in cui viviamo o la crescita esponenziale, e per questo patologica, del divario in termini di benessere economico tra il nord e il sud del mondo: un divario che testimonia un'anomalia che non è appannaggio esclusivo dei cosiddetti paesi in via di sviluppo, ma che interessa anche quei paesi che sono solitamente definiti, secondo un criterio alquanto poco indicativo, sviluppati. La differenza sostanziale è che nel primo caso si tratta di un'anomalia economica e welfaristica, nel secondo, invece, di un'anomalia culturale e, soprattutto, morale che, e non ci pare di osare molto, ha prodotto e/o continua a mantenere viva la prima. Negare tutto questo significherebbe negare ciò che abbiamo costantemente davanti agli occhi e che continuamente ci viene propinato dai mezzi di informazione; significherebbe, cioè, assumendo le posizioni del corrente senso comune, tanto attaccato all'"esperienza", a "ciò che posso vedere e toccare", essere dei pazzi.
Fatte queste premesse, è nostra intenzione, senza troppe pretese, proporre un "abbozzo" di soluzione. Soluzione che è senz'alcun dubbio necessaria dal momento che la presenza di un problema implica necessariamente la potenziale presenza della sua risoluzione. Del fatto che poi la soluzione implichi necessariamente altri problemi non ci occuperemo in questa sede: ci interessa, per ora, uscire da quest'unico aspetto problematico.
Nel corso della storia, fin dalla notte dei tempi, i cicli si sono succeduti l'uno all'altro. E questo avviene perché la storia stessa è un succedersi di cicli: volta per volta coesistono un numero innumerabile di cicli (ognuno dei quali può competere qualsiasi aspetto delle attività umane: dalla politica allo sport, dalla musica alla biologia) che nascono e finiscono quasi mai all'unisono.
Per cui possono (o potrebbero) esserci dei cicli più o meno duraturi di altri o cicli più grandi di altri, che abbracciano più aspetti e, perciò, più cicli, o investono zone più o meno grandi del pianeta, o addirittura (ma non è detto) potrebbero esistere cicli eterni e onnipresenti; ma addentrarci troppo in questi discorsi ci porterebbe a fare digressioni che ci distoglierebbero inevitabilmente da quello che è l'intento di questa nota.
Ciò che ci interessa più da vicino è il modo in cui si passa da un ciclo ad un altro.
Occorre innanzitutto dire che un ciclo storico è essenzialmente un sistema, una struttura organica e organizzata che vive e opera in base a coordinate precise, che spesso sono le numerosissime emanazioni contingenti di alcuni principi fondativi (o postulati, se si vuole) che rimangono stabili e immutati per tutta la durata del ciclo stesso.
Questa definizione ci permette già, in qualche misura, di dare una risposta su come avvenga la fine di un ciclo: alla "morte" di uno o più principi fondativi, segue la morte del ciclo che su di essi si fondava. L'analogia col corpo umano è evidente: se il cuore, il cervello o qualche altro organo vitale vengono meno, viene meno tutto il corpo, che invece continua a sopravvivere solo se l'organo distrutto non è, appunto, indispensabile alla sua sopravvivenza.
Analizzare le modalità attraverso cui sopravviene la "morte" di un ciclo storico può essere utile in termini pratici, oltre che puramente teoretici, per capire se sia possibile "uccidere", porre fine volontariamente a un ciclo e, nel caso sia possibile, come agire affinché questo avvenga. La storia stessa, in tal senso, sarà ovviamente la migliore maestra.
Abbiamo individuato due modalità fondamentali di "morte di un ciclo", tenendo sempre presente che, storicamente parlando, una morte corrisponde necessariamente a un passaggio da un ciclo all'altro e, quindi, alla nascita di un altro ciclo:
1. Morte per cause interne. Può avvenire per due motivi:
Esaurimento progressivo delle condizioni che mantengono in vita il sistema: I principi fondativi del ciclo perdono man mano la loro capacità "emanativa", spesso accogliendo all'interno del sistema una vasta gamma di nuovi principi che sono sì compatibili con le fondamenta, ma che il più delle volte si preconfigurano come loro sostituti al momento del decesso. Un'analogia possibile col corpo umano è la morte per vecchiaia. E' il caso della fine dell'Impero Romano.
Corto circuito improvviso: Si producono, improvvisamente, delle emanazioni che, interagendo, entrano in contrasto con gli stessi principi che le hanno prodotte, distruggendoli. Un'analogia col corpo umano può essere la morte per ictus o per trombosi. E' il caso della fine del Terzo Reich, della Riforma Luterana o della Guerra civile inglese.
2. Morte per cause esterne. Comprende tutte quelle morti che avvengono quando i principi fondativi di un dato ciclo vengono eliminati e soppiantati da altri principi ad essi incompatibili. A volte il confine tra questo tipo di decesso e quelli causati da un corto circuito interno è parecchio labile: la differenza sta nel fatto che in questo caso, sebbene siano anche qui le contraddizioni interne a spianare il campo per l'"invasione" da parte dei nuovi principi (come nel caso della Riforma Luterana), le cause sono da imputare più ai principi invasori che alle contraddizioni del sistema. Un'analogia col corpo umano può essere la morte per malattie infettive. E' il caso delle Rivoluzioni Francese e Americana o dell'ascesa napoleonica.
Ci rendiamo conto delle perplessità che un tale schema può suscitare, soprattutto oggi che lo storicismo sembra essere diventato un crimine; trattasi però di perplessità fondate in quanto, come già si è detto, i confini tra un caso e l'altro sono labilissimi e dipendono strettamente dall'interpretazione che si dà dell'evento storico preso in considerazione: se, ad esempio, ci parrà che la guerra civile e la decapitazione di Carlo I in Inghilterra siano stati eventi causati perlopiù dalla volontà di un parlamento ribelle e lontano anni luce dai principi della monarchia allora in vigore, non sarà difficile collocarli tra le morti per cause esterne, cosa che noi, secondo l'interpretazione che ne diamo, non abbiamo fatto. Crediamo, per questi motivi, che le obiezioni più significative possano essere mosse nei confronti dei contenuti inseriti nello schema e non nei confronti dello schema stesso. Ma questo non importa perché quello che tra poco andremo a fare, sarà cercare di trovare una collocazione (nemmeno troppo rigida, perché non ce ne sarà bisogno) al nostro "ciclo", quello in cui siamo stati "gettati", all'interno di questo schema e tentare di dare quell'abbozzo di soluzione di cui si è detto prima.
La fine di un ciclo e il passaggio ad un altro sono possibili, lo abbiamo visto, anche volontariamente; questo vuol dire che, volendo, si possono cambiare le carte in tavola, distruggendo principi e proponendone di nuovi, magari già pensati prima della distruzione di quelli vecchi. È quello che ha fatto l'Illuminismo: pensare valori nuovi, introdurre questi valori prima tra le élite "illuminate" e poi, proprio perché tali valori lo prevedevano, nelle fasce di popolazione più ampie, preparando il terreno a eventi di enorme portata come la Rivoluzione francese, che, lo si può dire tranquillamente, sancisce la fine di un ciclo aprendone un altro. Tutto questo nel giro di nemmeno un secolo.
Oggi come oggi, vista la fase in cui ci troviamo e avendo stabilito che è una fase "da chiudere", ci dobbiamo chiedere se è possibile lasciarci alle spalle il nostro ciclo: un ciclo che è stato concepito alla fine dell'ottocento, ha visto la luce più o meno intorno al 1900 (anno della morte di Friedrich Nietzsche) e ha trionfato dal secondo dopoguerra a oggi. Stando a quanto abbiamo detto sì: basterà individuare i principi fondativi del ciclo in questione, proporne di nuovi e cercare di distruggere i vecchi, soppiantandoli con quelli neonati (è una parola!). Dovremmo, cioè, fare in modo che avvenga una morte per cause esterne: dovremmo trasformarci nel virus che infetta e uccide il corpo.
Ovviamente qui si sta molto semplificando, ma lo scopo non è organizzare il cambiamento (cosa per cui ci vogliono enormi forze e una solida ed ampia base consensuale), bensì vedere se un cambiamento è possibile, se un rivolgimento epocale e volontario (come quelli avvenuti in passato) ci può essere e/o ci sarà. Questo è il nostro compito.
La domanda in sostanza è: È possibile una rivoluzione? È possibile distruggere i principi, cioè i valori, fondativi attuali?
La risposta, a nostro avviso, è assolutamente negativa. Perché? Proviamo, come già detto sopra, a individuare i principi fondativi del ciclo storico in cui stiamo vivendo. È possibile? No! Ed ecco il motivo:
prendiamo ancora la rivoluzione francese come campione per la nostra indagine: il 4 Agosto del 1789 l'Assemblea Costituente aboliva, in seguito alle sanguinose rivolte popolari scatenatesi nelle campagne contro la nobiltà e i grandi proprietari terrieri, uno dei principi che sin dal medioevo aveva caratterizzato l'Europa: il feudalesimo. È a questa data che si fa giustamente risalire la morte di uno dei tanti principi fondativi che con la rivoluzione verranno definitivamente accantonati, sancendo di fatto la nascita dell'Europa contemporanea.
Fare un discorso di questo tipo è possibile col tempo che stiamo vivendo? A qualcuno potrebbe venire in mente che una delle cifre essenziali del nostro tempo sia il capitalismo e che, abbattendolo, si abbatterebbe uno dei suoi (del ciclo) principi fondativi, ponendovi definitivamente fine. Ma la storia insegna che la più radicale e sistematica messa in discussione del capitalismo, cioè il comunismo, non ha sortito gli effetti che lo stesso Karl Marx aveva previsto, pur vincendo numerose battaglie in molte zone del pianeta e, anzi, rappresentando un valore/principio importante per quasi tutta la durata del XX secolo. Va detto, in ogni caso, che il marxismo è stato uno dei più interessanti tentativi di "cambiamento totale" riscontrabili nel periodo che stiamo esaminando e che, nella interessantissima dialettica che veniva a costituire col principio a sé opposto, è passato da fasi di enorme successo a fasi, di portata molto più vasta delle prime, di enorme crisi. Lo stesso vissuto "subalterno" è appartenuto al capitalismo che, forte di una tradizione più longeva e capillarizzata, ha saputo, con la caduta del muro di Berlino, vincere la guerra. Su come tale vittoria "monolitica", ai nostri occhi, abbia rappresentato più che altro una sconfitta, in quanto poco il capitalismo ha imparato dal suo acerrimo rivale, non diremo nulla se non che crediamo che il confronto autentico non possa che culminare con una mediazione tra chi si confronta, sia che prevalga uno, sia che prevalga l'altro.
Se ci si pensa attentamente, si vedrà come il tratto caratteristico (e sorprendente!) del nostro tempo sia l'assenza di principi fondativi: ci imbattiamo, cioè, nell'impossibilità di individuare un valore che possa essere considerato tale per tutto il sistema storico di cui ci stiamo occupando. Arriviamo, per questo, a concludere che è il nihil il principio fondativo di questo pezzo di storia, che non esitiamo a etichettare come "Era del nichilismo": il nostro mondo si regge sul nulla, si fonda sulla completa assenza di fondamenti e per questo ha un fondamento che è impossibile da individuare e da distruggere, in quanto nullo. In virtù di questo motivo fondamentale la nostra è un'epoca contraddittoria, fallace e problematica: è tutta costruita su una contraddizione. Su come tale contraddizione sia venuta alla luce bisognerebbe capirlo a fondo per cercare una soluzione che vada anche alla radice, ma questo non rientra nelle nostre competenze.
La rivoluzione non si può fare: non ci sono valori da distruggere. Ma allora che si fa? Siamo giunti, come qualcuno ha suggerito, alla fine della storia? O, magari, a una sua sospensione? Lo spirito si è fermato, non produce nient'altro che cose vuote, fondate sul niente. E allora cosa può fare per risollevarsi? Una cosa sola: togliere il niente.
Non si può continuare a perpetuare le vecchie forme di protesta perché, viste le caratteristiche essenziali del ciclo in cui oggi si vanno a collocare, esse sono diventate anacronistiche e obsolete; soprattutto nei paesi occidentali, in cui il nichilismo sembra essere giunto al suo apice e in cui, perciò, tentare di distruggere istituzioni e valori è diventato pressoché impossibile dal momento che una tale distruzione è stata già operata, sebbene attraverso modalità che i cosiddetti "rivoluzionari" non conoscono nemmeno.
Se nel lontano 1789 la rivoluzione era lo sbocco inevitabile del fermento di uno spirito in piena, mai come oggi la reazione rappresenta la soluzione che stavamo cercando alla stagnazione di uno spirito dormiente: ripristinare i valori, non distruggerli! Non c'è bisogno di crearne di nuovi e antitetici perché non ce ne sono! Non più rivolgere, ma reagire: nel senso che bisogna "agire di nuovo", "tornare all'azione" dopo un periodo di estenuante inattività.
È arrivato il momento di prendere atto della completa vacuità delle emanazioni (per usare un lessico già introdotto) del sistema di cui siamo parte e, in quanto tasselli di tale sistema, agire affinché il vuoto di cui siamo in balia venga riempito con qualcosa di concreto e abbastanza stabile da durare il tempo sufficiente da permettere allo spirito di ridestarsi e uscire dal suo lungo torpore.
Azione e pensiero devono tornare a dialogare! Per questo sarà necessario ripristinare la dialettica tra i valori, cioè i principi, e chi li mette in atto, cioè noi. Come?
Solo sostituendo il valore al non valore, il nostro agire avrà finalmente un valore!
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Pensare per vivere meglio
Essere partecipi per capirne di più



