Esegesi husserliana: Infondatezza del naturalismo scientifico
di Antonio Lombardi
"Calcolare il corso del mondo non significa comprenderlo."
(Rudolf Hermann Lotze)
"Noi sentiamo che anche se tutte le possibili domande della scienza ricevano risposta, i problemi della nostra vita non sono nemmeno sfiorati."
(Ludwig Wittgenstein)
È senz'altro palese che ci troviamo in un'epoca in cui le scienze naturali hanno il primato indiscusso nell'ambito della conoscenza del mondo e, anzi, sono considerate le uniche discipline in grado di indagare il reale e di ricavarne una conoscenza valida e oggettiva. Si pensi, ad esempio, a quando si dice che qualcosa è "scientifico" o "provato scientificamente": si dà per scontata, in questo modo, la sua certezza, la sua indubitabilità, il suo non poter essere messo in discussione. Ma, assai spesso, i più che assumono un tale atteggiamento, che non ci esimiamo dal definire pregiudiziale, non hanno, e proprio per questo si parla di pregiudizio, la minima idea del perché ciò che sul mondo è asserito dalle scienze naturali venga automaticamente catalogato come certo e oggettivo.
Su tale atteggiamento, che non coinvolge solo i profani, ma anche gli stessi scienziati, si è lungamente espresso il grandissimo filosofo e matematico austriaco Edmund Husserl nel suo saggio "La filosofia come scienza rigorosa" del 1911.
Il naturalista non vede null'altro che natura ed innanzitutto natura fisica.
Tutto ciò che è, o è di per sé fisico [...], oppure è psichico, ma allora esso non è altro che mera variabile dipendente dal fisico, nel migliore dei casi un "fatto concomitante parallelo" secondario.
L'atteggiamento "primordiale" del naturalista, perciò, è innanzitutto quello di dare per scontata una alquanto bizzarra equazione:
Essere = Φύσις (Natura fisica)
Un'equazione che è senza dubbio possibile e, cioè, che può essere come non essere vera. Ma il problema è che il naturalista la considera un assioma evidente di per sé: il che non ci pare condivisibile in quanto non è affatto innegabile che ciò che percepiamo coi sensi sia l'unica cosa ad essere/esistere.
Ovviamente, ci sono diversi modi di intendere il Naturalismo. Il significato che qui viene assunto (e che è assunto anche dallo stesso Husserl) è quello di una dottrina che nega l'esistenza di qualsiasi cosa situata al di fuori della pura φύσις e che, perciò, prende le mosse esclusivamente dall'equazione sopra esposta, riducendo persino manifestazioni quali etica, diritto e religione a puri eventi naturali che vanno indagati e spiegati con gli stessi strumenti concettuali utilizzati per indagare e spiegare la natura.
Per usare le parole di Husserl:
Ciò che caratterizza ogni forma di estremo e conseguente naturalismo, dal materialismo comune fino alle forme più recenti di monismo sensistico e di energetismo, è da un lato la naturalizzazione della coscienza e dall'altro la naturalizzazione delle idee e con ciò di ogni ideale e norma assoluti.
Ma è proprio qui, nel porre A = -A, cioè nell'identificare natura e non natura, che scaturisce lampante la contraddizione:
Il naturalismo, senza accorgersene, nega sé stesso. Se prendiamo la logica formale quale indice esemplare di ogni idealità, è noto come i principi logico-formali, le cosiddette leggi del pensiero, siano interpretati dal naturalismo come leggi naturali del pensiero. Ciò comporta quel genere di assurdità che caratterizza ogni teoria scettica in senso pregnante. [...]
In fin dei conti si può dire che il naturalista è nella sua condotta idealista e oggettivista.
Il dare per scontata l'origine del naturalismo mette in crisi tutto l'edificio che su tale origine si è andato via via costruendo, in quanto è lo stesso edificio a negare le sue fondamenta:
Il naturalista è un idealista, che formula e pretende di fondare teorie che negano proprio ciò che presuppone nella sua condotta idealistica. Egli presuppone cioè, nella misura in cui in genere teorizza, pone oggettivamente dei valori, ai quali deve attenersi ogni valutare, e pone regole pratiche, in base alle quali ciascuno deve volere e agire. Il naturalista insegna, predica, moraleggia e riforma. Ma egli nega ciò che ogni predica, ogni istanza in quanto tale presuppone in base al proprio senso.
Se, come sostiene Husserl, richiamandosi implicitamente agli Analitici Secondi, la scienza è nei suoi punti di partenza ingenua; se, cioè, la scienza ha bisogno di presupporre, di postulare, di dichiarare come evidenti e indubitabili delle idee che essa non può dimostrare e che le servono per pensare, per fare i propri passi in avanti, in parole povere, per vivere; come si permette questa scienza di negare quegli stessi principi che le permettono di continuare sulla sua strada? Sarebbe come negare di essere nati, di aver avuto dei genitori, pur continuando ad affermare di continuare a essere vivi!
L'arroganza del naturalismo e dello scientismo odierno sta tutta in questo piccolo ma decisivo passaggio logico: assolutizzare la natura significa rendere assoluto il caos, negare la possibilità stessa di prendere atto di tale assolutezza! Negare "l'altro dalla natura" è negare ciò che sta prima, dopo o sopra di lei! Significa , cioè, negare lo sviluppo della natura nella e oltre la natura, la stessa conoscenza umana e, volendo, anche la stessa evoluzione, che tanto piace agli scienziati contemporanei.
Ed è per questo che è possibile, anzi necessaria
una critica dell'esperienza di tutt'altro genere, una critica che ponga in questione al tempo stesso l'intera esperienza in generale e il modo di pensare proprio delle scienze empiriche.
La scienza si muove nell'ovvietà, la filosofia punta a ciò che non è ovvio pur sapendo che non è ovvia una tale rivelazione! Solo seguendo questa seconda via lo Spirito sarà in grado, come ha già fatto in passato, di procedere e svilupparsi. Oggi, per via della contraddittoria situazione in cui ci troviamo, siamo in fase di stallo: a chi spetterà l'arduo compito di sbloccare lo Spirito?
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Pensare per vivere meglio
Essere partecipi per capirne di più


