Arianna Beghetto


 

Destino


Noi farfalle abbiamo una vita relativamente breve, ognuna di noi, nessuna eccezione.
Ma c’è chi aspetta e chi, abbagliato dalla luce, se ne va accecato dalla passione.
La nostra vita non dura che un giorno, siamo gli animali che più sentono l’influenza del destino.
Ma anche quelli che lo guardano negli occhi e gli dicono:
Muori.

Cammino assorto verso scuola, mentre la pioggia sopra di me cade incessante.
È una mattina grigia, non diversa da tutte le altre: le macchine passano, le persone urlano, i bimbi piangono perché non vogliono andare a scuola, le madri sorridono isteriche…
Tutto dannatamente normale.
Adoro la normalità! Tanto che ormai mi è abituale persino mentire a me stesso: è l’unico modo per sopravvivere.
Sì, perché chi dice che questo si chiama vivere, è un fottuto bugiardo. Forse più di me.
Fa freddo per essere novembre… Mi chiedo come questo possa influire sul mio umore, ma non trovo un risposta che mi soddisfi.
Sto tremando, e mi da un fastidio orrendo: vorrei solo essere meno umano, meno condizionato da questo corpo inutile.
Sospiro. Mi sento uno stupido a pensare queste cose, ma tutta questa banalità mi porta a vedere la vita come qualcosa di scritto da sempre; tu, e voi tutti, la chiamate destino; io non pronuncio quella parola: non capisco se per disprezzo, o per una convulsa paura tenuta in piedi dal rispetto che si prova verso qualcosa di cui riconosciamo l’autorità.
Preferisco la prima.
Sì, odio vedere la vita come un monotono campo traboccante di margherite, tutte bianche, tutte uguali: poi ti punge un insetto, e tu non ti medichi nemmeno, non provi rabbia verso nessuno… no, perché è destino.
Oh, ma io non farei così, no… Cercherei quel maledetto parassita fino all’inferno se necessario, pur di non chinare il capo di fronte ad una forza che nemmeno posso vedere.
Ma nessuno è come me, e io mi sono dovuto adeguare.
La sirena di un’ambulanza di sorprende alle spalle, urlando nei miei timpani di farla passare.
Sì, è tutto dannatamente normale.

E poi, tra quelle margherite così prive di senso, che esistono e nessuno si chiede il perché, ci sei tu: la rosa.
Sei come una macchia di sangue su quello schifoso candore. Sei fantastica, e bellissima, e qualunque altro aggettivo che possa descrivere quanto sei unica.
Io ti guardo sempre, sai? Ma non troppo, o rischio di trasformarti in normalità. Mi drogo di te fino a che al mio cuore non manca un battito, e poi prima di abituarmi alla tua luce distolgo lo sguardo.
Così ogni volta sei un’estrema sorpresa.
Tolgo il cappotto, lo appendo distratto all’attaccapanni, da dove puntualmente cade: potrei prenderlo al volo se volessi, ma mi piace farlo precipitare a terra, per poi raccoglierlo.
Per me è come una piccola irrazionale rivincita.
Tu ti volti a guardarmi, e sorridi: te ne sono grato.

Angelo non la smette di parlare. Beh, è un illuso se pensa che io lo stia davvero ascoltando.
La campanella della ricreazione è appena suonata, e non vedo l’ora che finisca.
Lui mi fissa in volto, mentre il mio sguardo assente si sofferma al di là delle sue spalle: ti guardo mentre ridi con i tuoi amici, sembri una fata, una bellissima fata, una bellissima scorrettezza.
- Mi dici perché non le parli? -, dice Angelo squadrandomi con viso truce.
Lo guardo sorpreso. - Perché dovrei? -.
- Vedi tu: ci muori dietro da quanti anni? Due? E mezzo? -.
-Non essere ridicolo - sbuffo impaziente. - Quello che dici non è vero. E poi non possiamo stare insieme -, e l’ultima frase mi suona nella testa come un insulto del destino nei miei confronti. Comincio ad odiarlo, e ad odiarmi per come gli do corda.
- Fa come vuoi - risponde Angelo, mentre un sorriso beffardo si disegna sul suo volto, a sottolineare che tutti mi stanno insultando.
Sì, come voglio… mormoro.
Scanso Angelo che si fa da parte sorpreso.
Al diavolo tutte quelle asinate sul fato, e su ciò che non possiamo cambiare.
Mi avvicino a lei, provo a pensare a cosa sto per dirle: ho passato la vita a rimuginare e ora non mi viene in mente nulla di pertinente da dichiarare. Solo imprecazioni verso me stesso, ma ora non è il caso.
Decido, mio malgrado, che devo improvvisare.
Ti guardo, mia rosa. Sono ad un passo da te. E poi un insetto mi punge.
E vorrei chiederti: lui chi è? Mi rendo conto che fino ad ora non ho mai tremato davvero.
Quel pungiglione è rimasto conficcato nel mio cuore, eppure non riesco a reagire. Non provo rabbia, non ne ho la forza.
Incontro il tuo sguardo per un attimo, prima di voltarmi. Poi comincio a correre: scappo da te, e mi chiedo se è la cosa giusta. Ma è mia abitudine eliminare le domande a cui non so dare una risposta.

Perché mi hai raggiunto, e ora sei qui con me a fissare il paesaggio piovoso oltre il vetro ?
Mi chiedi perché sono scappato. Sei davvero illusa che ti dirò la verità?
Non ti racconto tutta la storia, ma solo una parte insignificante, qualcosa che ho strappato a fatica da tutte le mie ragioni, tanto che non riesco a dare loro un senso.
Sussurro quanto tu sia importante per me, desiderando che ti basti. Ci spero poco, ma alla fine sorridi. Dici che ti dispiace.
Io sospiro, mentre ti volto le spalle. Mi sto allontanando per l’ennesima volta da te.
Sono ancora in piedi dopotutto. Posso superarlo, credo… Mi ritrovo a implorar il mio cuore di fare uno sforzo.
Ma lui urla straziato. E ora arriva la pugnalata.
- Non te la prendere -, mi urli. - Forse non era destino -.
Mi mordo le labbra per non gridare. Volto leggermente la testa, e mormoro: - Questo non avresti dovuto dirlo -.
Ti vedo avanzare lenta verso di me, mentre i contorni della realtà cominciano a sfumare.
Le tue urla impaurite mi sorprendono, mentre la mia testa plana dolcemente sulle mattonelle della classe.


Apro gli occhi: non sono sorpreso di trovarmi in infermeria. Non ho mai retto certe emozioni, e non mi aspettavo di certo di riuscirci oggi.
Forse è destino che io non sia capace. Mi odio, o odio il fatto che non posso controllare la mia vita.
La stanza è buia come i miei pensieri, ma io la percorro in cerca di una cosa precisa: l’infermiera degli ultimi anni ha la mania di curare attraverso delle erbe amarissime che lei stessa prepara.
Eccola: la lama, conficcata nel tagliere, brilla senza motivo o causa. Quel coltello mi mette una strana sensazione di pace. Me ne vergogno.
Eppure, un secondo e tutto potrebbe finire.
NO!
Mi alzo dal letto di scatto, e vorrei urlare. Maledetto anche il destino, in tutte le sue forme.
Se vuole qualcosa se la prende, la ottiene e non si fa scrupoli.
Ti odio… grido. TI ODIO!
Fisso la lama. La mia mano stringe automatica il manico del coltello; mi costringo a respirare profondamente. A ragionare.
Se ora la faccio finita, che succederà? Non riesco a pensare…
Eppure di una cosa sono certo: sono io ad avere la mia vita in mano, ora sono io a decidere. Ed è una sensazione impagabile.
Non posso togliermi la possibilità di provarla altre volte, per me è qualcosa di essenziale questa possibilità di essere davvero vivo.
E poi, è una mia scelta. E d’ora in avanti deciderò io per me, e non uno stupido mito.
Sorrido, e vedo nel mio volto riflesso sulla lama qualcosa di maligno.
Vedo i miei genitori che mi vorrebbero dottore, e mi viene quasi da ridere.
Vedo il mondo e le sue aspettative verso di me… mi fanno schifo.
Io scelgo ora, e questo è potere.
Mi viene in mente una frase, che recita: a noi sembra di fare delle scelte, ma in realtà il destino sa già tutto su di noi.
Non mi scalfisce, anzi: sono felice che lui sappia ciò che ho intenzione di fare, così assisterà inerme alla mia felicità.
Stringo il manico del coltello tra le dita: qualcuno di voi mi giudicherà pazzo, ma sono semplicemente vivo.
Infilo la lama nella tasca, e esco dalla stanza.
Tutto meravigliosamente normale.