Il cane Argo
Una delle più antiche e commoventi storie che testimoniano l’infinito amore del cane verso l’uomo è sicuramente quella che ha per protagonista Argo, il cane di Ulisse. Come ci racconta Omero nell’Odissea, composta tra il IX e l’ VIII secolo a.c., Ulisse, dopo tormentate peripezie che l’hanno tenuto lontano per vent’anni da Itaca, riesce finalmente a fare ritorno nella sua terra: deve però tornarvi mascherato da mendicante per non farsi riconoscere e poter quindi tendere una trappola ai Proci, usurpatori del suo regno. Nonostante ciò, Argo riconosce il padrone all’istante, e con le poche energie rimaste gli scondinzola affettuosamente, e poi esala l’ultimo respiro, finalmente sereno per aver rivisto Ulisse dopo anni ed anni trascorsi nell’attesa del suo amato compagno di vita.
“Queste parole scambiavano essi fra loro. E un cane, che lì giaceva, sollevò la testa e le orecchie: era Argo, il cane del valoroso Odisseo, che un tempo egli stesso allevò senza poterne godere perché parti per Ilio sacra. A caccia di capre selvatiche, di cervi, di lepri lo portavano i giovani , un tempo; ma ora, partito il padrone, giaceva nell’abbandono sopra il letame dei muli e dei buoi, che davanti alle porte si ammucchiava abbondante fino a che i servi di Odisseo lo portavano a concimare i suoi vasti terreni. Qui il cane Argo giaceva, pieno di zecche. Quando sentì che Odisseo era vicino, mosse la coda, abbassò le orecchie, ma al suo padrone non poteva accostarsi. E Odisseo distogliendo lo sguardo si asciugava una lacrima, di nascosto da Eumeo, e poi gli domandava: <<Eumeo, questo cane, che giace nel letame, d’aspetto è bellissimo, ma no so dire se altrettanto veloce a correre o era invece come quei cani da mensa che i padroni allevano per vanità>>.Gli rispondesti così Eumeo, guardiano di porci: <<E’ il cane di un uomo ch’è morto lontano. Se nelle azioni e nel corpo fosse qual era quando Odisseo lo lasciò partendo per Troia, stupiresti a vedere la sua velocità, la sua forza. Nel folto della foresta profonda, non una preda sfuggiva al suo inseguimento, era esperto nel fiutare le tracce. Ora la sventura l’ha colto. Lontano da casa, è morto il padrone, le donne non hanno cura di lui. Quando i padroni non governano più, i servi non hanno voglia di compiere il loro lavoro. Metà del suo valore toglie all’uomo Zeus, signore del tuono, quando schiavo lo rende>>. Così disse ed entrò nella bella dimora, andò verso la sala tra i nobili Pretendenti. E la morte oscura scese su Argo, non appena ebbe visto Odisseo, dopo vent’anni.”
(XVII, vv. 290-327)
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